di Luigi Iannone

La rinascita di piccoli gruppuscoli a destra (Azione Nazionale), il rimodulamento di vecchie sigle come l’esplicativa Terra nostra in casa Fratelli d’Italia, oppure la parabola della Lega passata da secessionista a nazional-conservatrice sollecita riflessioni rispetto all’ennesima conferenza sul clima tra i grandi della Terra.
Ovvio: sono temi formalmente distanti anni luce e che per importanza, peso specifico e gravità non sarebbero (e non sono) minimente comparabili. Ma i precetti positivi vanno tradotti in pratica politica e quindi anche la paradossalità di questa relazione non sembri una provocazione schizofrenica. Proviamo dunque a spiegarla.

La questione ambientale coinvolge l’intero pianeta, i moderni processi produttivi, le economie di singoli Paesi e addirittura strategie di sviluppo dei continenti. In un mondo interconnesso, il minimo che si possa fare è mettere sul tavolo incognite e difficoltà relative alla salute ambientale; anche se, oramai pare chiaro a tutti che queste conferenze non vadano mai oltre banali dichiarazioni di intenti puntualmente disattese. È infatti da circa un ventennio che tali problematiche trovino stabilmente dimora nell’agenda internazionale mentre poi i riscontri pratici restino carta straccia.
Questa volta c’è stato però un impercettibile passo in avanti. Tutti si sono detti concordi nel ritenere non più rinviabile il problema. E vista la scarsa lungimiranza dei potenti, il solo ammetterne l’esistenza, il dichiararsi all’unanimità preoccupati, è un progresso enorme. Nei passati vertici, molti dubbi erano stati capziosamente sollevati sulla veridicità dei dati e taluni Paesi (come per esempio la Cina) non avevano modificato nulla del proprio stile di vita, né riparametrato i processi produttivi agli accordi proprio perché, avendo necessità di mettersi al pari con il frenetico Occidente, approfittavano di queste subdole controversie per negare alla radice il pericolo e andare avanti per proprio conto.

Ma, dunque, in cosa si connetterebbero tutte queste problematiche con i minuscoli ed insignificanti sommovimenti politici nella piccola ed altrettanto insignificante Italia? In realtà, il nesso sarebbe appunto microscopico se non fosse per un particolare. In ogni movimento, sigla, associazione, gruppuscolo o partitino che faccia riferimento a quella cultura politica più o meno larvatamente riconducile alla destra politica, si rinnova con una cadenza costante ed ossessiva, spesso anche in modo esasperato, una ideale adesione ai cosiddetti ‘valori della tradizione’. Non dico ai classici ‘Dio, patria e famiglia’ oramai materiale in disuso; ma, insomma, siamo lì, poco lontani. Conservatori nei valori che ardono dal desiderio di difendere la comunità nazionale da ogni attacco laicista, progressista, ultramodernista, e via di questo passo.

Ed allora quale campo più adatto per ripartire se non quello della difesa della terra? Quale campagna comunicativa più penetrante, appropriata e aderente ai valori di riferimento se non quella della tutela del luogo di dimora della comunità di appartenenza? Quale agire può essere più conservatore di un movimento o partito che ponga come priorità assoluta la difesa e la salvaguardia di un patrimonio storico, artistico e di valori che contempli prima di ogni altra cosa l’ambiente?
E pur tuttavia l’impressione è che si tratti di un nodo complicato da sciogliere. Fintanto che ci si accoderà da incoscienti pusillanimi all’attuale modello di sviluppo che invece non ammette rallentamenti, non vi sarà altra via d’uscita. O si ridiscute l’intero modello, oppure continuino pure a sbranarsi per la legge elettorale, per il Senato federalista ed amenità varie; e si accalorino nel citare per titoli e sommi capi i valori di riferimento senza poi farne materia viva per l’attività politica quotidiana. Il tempo sarà giudice supremo.