Il 19 agosto 2014 appare, su Youtube, il video della decapitazione del fotoreporter americano James Wright Foley. È la prima delle numerose testimonianze di esecuzione da parte del cosiddetto Jihadi John, la cui identità va ricondotta a Mohammed Emwazi, nato in Kuwait nel 1988, ma trasferitosi a Londra all’età di sei anni e per questo cittadino britannico a tutti gli effetti. Laureato in informatica ed avviato nel mondo del lavoro, nel 2013 Mohammed sceglie di dare una profonda svolta alla propria vita, emigrando in Siria, per combattere a fianco dei ribelli contro il governo di Bashar al-Assad, per poi arruolarsi nelle fila dello Stato Islamico, proclamato dal califfo al-Baghdadi il 29 giugno del 2014. Il 12 novembre scorso, è stato ucciso dall’attacco di un drone Predator statunitense. Anche l’ISIS, dopo aver smentito la sua scomparsa, ha recentemente ufficializzato l’accaduto.

La parabola discendente del giovane Emwazi non deve essere letta come un fatto di cronaca, bensì come un fenomeno sociale, non unico nel suo genere. Franco Cardini, nel suo libro L’Ipocrisia dell’occidente. Il califfo, il terrore e la storia, parla di «ragazzacci occidentali che hanno inseguito un nuovo senso da dare alla vita vuota raggiugendo i ranghi del califfo». Una “vita vuota”: quella che la gioventù odierna sperimenta sulla propria pelle, all’interno di una società fatiscente, consumista, ma, allo stesso tempo, consumata, dove si fatica ad intraprendere una strada che non ricada nella monotonia e nell’omologazione. La ricerca di un ideale “superiore” e la disposizione a morire per esso spingono, allora, persone diverse in seno all’Occidente, ad avvicinarsi al Jihād, la “guerra santa” contro i valori di quella stessa civiltà di cui sono il prodotto. È una guerra totale, che non accetta mezze misure, in quanto si fonda sulla distinzione manichea tra ciò che è bene e ciò che è male. Proprio, per questo, più che rifiutare, sembra riprendere e capovolgere un copione usato spesso (anche) da noi occidentali nel corso della storia contemporanea: dai totalitarismi del secolo scorso (in cui l’altro da sé doveva essere necessariamente estirpato), alle coalizioni internazionali contemporanee, che vedono gli Stati Uniti e la NATO propugnare la “guerra giusta” contro le presunte ingiustizie altrui.

Come accennato, nel corso della sua vita, Mohammed Emwazi si è trovato in buona compagnia. Il politologo francese Olivier Roy sostiene che la maggior parte delle persone, che iniziano a militare con l’ISIS, fa parte della seconda generazione di musulmani presenti in Europa. Sono i casi dell’ex rapper britannico Abdel-Majed Abdel Bary o dello studente di medicina Nasser Muthana, di lontane origini yemenite, ma nato e cresciuto a Cardiff. I ranghi dello Stato Islamico, comunque, vengono rimpolpati anche da europei purosangue, come il normanno di famiglia cattolica Maxime Hauchard, divenuto Abu Abdallah al-Faransi, addestrato in Siria e determinato a raggiungere la vita eterna, la stessa che, secondo Cardini: «non è riuscito a trovare nelle belle chiese e nelle dolci madonne della sua Normandia e cha inseguito e creduto di trovare tra le rocce siriane e le sabbie irakene». L’osservazione dello storico fiorentino, mette in luce il punto essenziale della questione: questi giovani, disillusi dalla modernità e dalla secolarizzazione, pensano di trovare qualcosa di superiore, ed è qui la cosa paradossale, in una realtà, quella dell’ISIS, che è moderna per sua natura, a più livelli: storico (l’autoproclamazione dello Stato risale, come precedentemente citato, al giugno 2014, all’interno di uno scenario che non si può qui illustrare, ma che è l’esito di conflitti decennali), religioso (in quanto si fonda su correnti, quali salafismo e wahhabismo, nate nell’Ottocento, ma portate avanti solamente dal secolo scorso) e pratico (dato l’ampio uso di internet, a scopo propagandistico). Di fatto, i giovani (e non) che credono di trovare nello Stato Islamico una via di uscita dai deliri della modernità, stanno prendendo un abbaglio clamoroso, visto che esso è frutto di politiche e fenomeni prettamente moderni.

Al di là di tutto, però, il numero di questi aspiranti martiri, è ancora basso. Tuttavia, insiste Cardini: «Non esistono davvero, per ora, le torme di ragazzi occidentale pronti a correre a combattere sotto le bandiere nere di al-Baghdadi. Ed è molto probabile che non ci saranno mai. Ma ciò non ci autorizza a sottovalutare i casi del rapper inglese, dello studente gallese, del giovane normanno. Sono ragazzi molto probabilmente bravi, divenuti né buoni musulmani, né musulmani buoni. Il ventre che li ha generati, e che senza dubbio ne genererà altri (non sappiamo quanti), non è l’Islam. È l’Occidente naufragato nella società dei consumi e dei profitti. È il nulla che sta in fondo al tunnel della Modernità». Un Occidente, che ha smesso di voler comprendere il mondo islamico, bollandolo direttamente come sua antitesi, ha in sé il germe del fanatismo e, per questo, non può essere esente da colpe.