Giovani coppie, villaggio vacanze, mare, tre settimane, una finale il 28 luglio. Si parla forse di tenerezze, di vacanze al mare, di periodo di ferie, di torneo di freccette? Ebbene no. Le coppie sono sei, i villaggi due e non si tratta di vacanze ma di Temptation Island, reality show di format americano importato in Italia da Maria de Filippi, la cui puntata finale andrà in onda appunto il prossimo 28 luglio. Se le frontiere dello zoo mediatico erano già state varcate col Grande Fratello, dove un certo numero di persone chiuse in gabbia viene osservato dal grande pubblico nel suo “profilo relazionale”, L’isola della tentazione (diciamolo pure all’italiana) si configura (dopo L’isola dei famosi et similia) come sua ulteriore variante e sembra aprire nuovi orizzonti. Anche se lo spirito del programma risponde sempre alla curiosità inconsapevolmente antropologica di osservare l’uomo e i suoi comportamenti, esso circoscrive l’ambito dell’osservazione a coppie di “innamorati”.

In un primo momento vengono separate le componenti maschili e quelle femminili delle coppie partecipanti, segregate in villaggi separati e non comunicanti in compagnia di “tentatori” e “tentatrici” single col compito di mettere alla prova la loro fedeltà. Successivamente, i membri femminili e maschili delle coppie sono soggetti alla visione di un video che settimanalmente documenta il comportamento del partner in propria assenza. Le esperienze personali vissute nell’arco della settimana, unite alla visione del comportamento del proprio compagno o della propria compagna, dovrebbero così indurre ciascun partecipante a rafforzare la propria fedeltà o a cedere al tradimento. Al tutto si unisce un titolo forzatamente ed inutilmente esterofilo (forse perché tradotto appare meno becero) e una sigla (I love the way you lie)  il cui ritornello ( Just gonna stand there and watch me burn / but that’s alright because I like the way it hurts / Just gonna stand there and hear me cry / but that’s alright because I love the way you lie) in qualche modo riassume i risvolti dalle pretese sentimentali e struggenti del programma.

Nonostante le apparenze, dietro i toni urlati e melodrammatici, il linguaggio sub standard, l’abbigliamento tamarro, le lacrime di coccodrillo, non c’è mera finzione, ma verità profonda. Al di là del sistema coercitivo che regola l’agire dei partecipanti (massima iniziativa entro massimo rigore organizzativo), il programma non fa che riproporre in modo seriale e pianificato dinamiche sociali esistenti, mediatizzate e rese crudo spettacolo. Stratagemma televisivo o no, una volta che una coppia mette in gioco la propria relazione, si innesca nei partecipanti una passività per la quale, azzerata ogni iniziativa, si soggiace ad una serie di input esterni, siano essi le incitazioni al tradimento o la presa di coscienza di una possibile mancanza di fedeltà del compagno. Ci si lascia sedurre senza interesse (perché in fondo già innamorati!) e con totale remissione ci si lascia guidare dall’istinto, credendosi predatori mentre si è irretiti (e per gioco, per giunta); si è fedeli fintanto che si è convinti che anche l’altro lo sia; si utilizza il minimo sospetto come alibi per le proprie debolezze. Mai artefici, sempre vittime. Basta poco a mettere in dubbio la buonafede dell’altro e la validità del rapporto con esso costruito; si svela così lo squallore del fare coppia con l’altro senza relazionarsi con l’altro, di fatto senza mai smettere di essere soli. Questo gioco in cui si assommano ambiguamente coercizione e libertà, stimoli e resistenza, rappresenta un quadro che nonostante tutto è fedele ai rapporti – sempre più scomposti in fattori di minima complessità – che regolano la socialità, ormai degradata a mero meccanismo sociale.

Sovraesposti ad input esterni ai quali non si sa far fronte né dai quali si sa trarre il giusto beneficio, si è deboli, incostanti, volubili proprio perché debole, incostante e volubile è il proprio legame con quella base aggregante di valori condivisi. Privi di riferimenti e dunque privi della propria buona volontà. Ecco come ci si tiene lontani dall’azione e ci si limita alla mera reazione, al cedere di fronte alla casualità, ad atrofizzare la propria sensibilità, interagendo con l’altro episodicamente, senza essere in grado di assimilare ogni relazione come esperienza. Persino il preteso amore di partenza dei partecipanti dello show, rivela dunque tutta la sua fallibilità: esso si basa proprio sugli stessi principi che a quanto pare spingono al tradimento, ovvero inerzia, passività, adattamento. Nonostante Temptation Island sia uno spettacolo tanto più pietoso quanto più “vero”’, esso non nasce come documentario della socialità distorta e dunque nella verosimiglianza non può trovare alcuna assoluzione. Latitano invece estrema miseria e perversione in chi si fa spettatore di esso e ride del suo simile in gabbia, ignaro di assistere allo spettacolo della propria stessa prigionia.