Veterano del calcio italiano, il rettangolo verde è stata la sua arena per molti anni, o forse lo è stata di più la panchina, dove in una posizione privilegiata guidava i suoi giocatori alla vittoria. Oggi Marcello Lippi compie 67 anni, più della metà trascorsi in quel campo contornato di bianco a bordo campo, ad un passo dai suoi giocatori, sotto gli occhi di migliaia di spettatori. Due volte dichiarato Miglior Allenatore del Mondo (1996 e 1998) e Miglior Allenatore del Mondo di Nazionali (2006), la sua carriera in serie A iniziò in difesa, con gli scarpini ai piedi. Era il 1970 quando Lippi approdò alla Sampdoria di Bernardini. Rimase come baluardo della squadra per le successive nove stagioni, diventando capitano e collezionando 239 partite in maglia blucerchiata. La sua carriera come calciatore si fermò qui. Ma la sua era da allenatore iniziò proprio da qui nel 1982, con le giovanili della Samp, proprio quando l’Italia di Bearzot si apprestava a diventare Campione del Mondo. Una parola cerchiata in rosso nel vocabolario del tecnico nostrano. Ma non è ancora il momento di raccontare quei momenti. Dopo aver militato solo pochi anni in C1 e C2 venne convocato dal presidente del Cesena, Luganesi, che gli affidò la panchina dei romagnoli. Poi tanto apprendistato, soprattutto con Atalanta e Napoli, club che gli consentirono di prendere confidenza con piazze e panchine importanti. E soprattutto con la gavetta, la quale, infine, gli procurò un ingaggio in una delle squadre più competitive del calcio nostrano: la Juventus, al tempo governata dalla triade Moggi-Giraudo-Bettega. Nonostante la nuova rosa – arricchita dalla presenza di nuovi promettenti campioni quali Alessandro Del Piero e il francese Didier Deschamps – Lippi diede prova di non essere un allenatore qualunque, portando la squadra alla conquista del ventitreesimo titolo nazionale, dopo nove anni la Vecchia Signora tornò ad essere la prima squadra dello stivale.

Giocatori e tifosi bianconeri poterono contare sulla sua presenza in panchina per cinque stagioni consecutive, anni in cui Lippi pensò a forgiare i suoi giocatori, a farli diventare i campioni che conosciamo oggi. Storie di spogliatoio raccontano un Lippi totalmente diverso da quello che il pubblico conosce, calmo e pensieroso in panchina, severo e intransigente negli spogliatoi. Roberto Baggio lo descrisse come un “caudillo”, un generale-militare dal potere autoritario, probabilmente invidioso dei numerosi inserimenti che fece nella stagione 1994-95 per il futuro capitano bianconero. Questa tuttavia è solo una versione di Lippi che il pubblico non conosce. Zambrotta ne racconta un’altra, quella di un Marcellone autoironico e divertente, come quando si fece dare un’aggiustata ai capelli da Massimo Oddo, terzino destro e appassionato parrucchiere. Nonostante tutte le sfaccettature che il suo carattere possa aver avuto, Lippi è stato il mister con cui la Vecchia Signora ha conquistato più titoli: cinque campionati italiani, quattro Supercoppe, una Coppa Italia, una Champions League, una Coppa Intercontinentale e una Coppa UEFA. Chapeu. Nonostante la fatica e il sudore, li ha quasi sempre condotti alla vittoria. Senza contare l’immensa gioia italiana nella magica notte di Berlino nel 2006, quando Fabio Grosso segnò l’ultimo rigore a Barthez in un Olympiastadion afoso e gremito di tifosi. Lippi conquistò con gli azzurri la quarta stellina, 24 anni dopo l’ultimo Mondiale di Spagna. Lo scorso novembre Marcello Lippi ha annunciato le sue dimissioni, ormai quasi 67enne non sarebbe stato più in grado di allenare, eppure, anche in questa occasione non ha voluto lasciare i suoi sostenitori a bocca asciutta. Dal 2012 allenava il Guangzhou Evergrande, prima squadra cinese con la quale ha vinto una Coppa della Cina, nel 2013 la Champions League Asiatica e tre Chinese Super League, l’ultima nel 2014. Buon meritato riposo Marcello. Milioni di italiani hanno sognato insieme a te. E tu, ovviamente, con loro e per loro. Tanti auguri.