Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni
Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Un’ottima chiave di lettura l’aveva immediatamente data Jude Law, intervistato a Venezia: «le Chiese sono stati i primi teatri». Si sapeva, in parte, cosa aspettarsi da Sorrentino e dal suo esordio lontano dal grande schermo. In linea generale, nessuna sorpresa è intervenuta a guastare le aspettative. Prevedibile (legittimamente) era la centralità di una Chiesa dipinta come luogo di intrighi e di inganni, di machiavellici meccanismi che coinvolgono l’istituzione nella sua interezza e nella sua abissalità, vera e propria fabbrica del sacro che oppone le profondità controverse e complicate al semplice candore del volto che continuamente essa deve mostrare ai fedeli. Uno dei temi cardine di The young pope è, naturalmente, il potere; con Il divo, Sorrentino lo aveva affrontato senza cedere all’obbligo di attenersi ai fatti, già stretto nelle maglie della Storia che chiedevano di essere dilatate poiché in fondo, nella sua più intima essenza, il potere non può che evocare lo spettacolo. Già il tacitiano gusto per gli affari di corte reclama l’occidat dum imperet, il momento teatrale capace di suggellare il reale convertendolo nell’estetico. E nulla come il Vaticano poteva offrire lo sfondo perfetto per questo proposito del regista.

papa

“La Chiesa Cattolica è per i santi e per i peccatori, per le persone rispettabili è sufficiente la Chiesa Anglicana.” Il Pio XIII di Jude Law non condivide l’arguzia dissacrante del- per lui- debosciato Oscar Wilde

Parzialmente riformulata è però l’impostazione rispetto al film su Andreotti, sebbene la centralità del protagonista (e dell’attore di primo piano, da Servillo a Law) possa suggerire una netta continuità. L’individuo unico e il primo piano, seppur sostanziali, adesso sono riportati ad una dialettica dicotomica capace di regalare soluzioni diverse. Da un lato, infatti, c’è il cardinal Voiello (Silvio Orlando), il Talleyrand del Vaticano che conosce e padroneggia le dinamiche del potere, vero e proprio veterano del mestiere con l’attenzione rivolta alla finanza più che ai sacramenti. Dall’altro, lui, il papa.

best_serial_full_the-young-pope-intervista-silvio-orlando-santo-pepita-aiutaci-tu_1474644434

Silvio Orlando è il cardinale Voiello, un moderno Talleyrand in salsa partenopea

Volutamente abbozzato, indefinito, restio a disvelarsi; il suo passato è misterioso l’apparenza è quella di un santo, clamorosamente. Giacché i nostri non sembrano di certo essere tempi per santi, e l’immacolato Lanny Belardo sembra in effetti apparso da altri tempi, o da un tempo imprecisato. E al contempo, il papa supera tutti in astuzia, riuscendo continuamente a disilludere lo stesso Voiello. La sua mente è «un interstizio», capace di contenere molte cose e di ricordarle al momento opportuno; egli è figura ambigua al sommo grado, quasi una sorta di arcangelo machiavellico, un ossimoro vivente venuto dai cieli a testimoniare l’ambiguità del mondo e degli uomini, e soprattutto della Chiesa.

Io sono una contraddizione. Come Dio.

E nella contraddizione del protagonista immediatamente riecheggiano le antinomie dell’istituzione tutta, acuite dai tempi nei quali la Chiesa pare più che mai rinnegare se stessa per rinnovarsi, irrimediabilmente costretta ad adeguarsi ad un futuro che fugge sempre più lontano dalla trascendenza e dal senso del peccato. La dialettica della Chiesa e dell’attualità viene astutamente portata alla luce da Sorrentino, che struttura le prime due puntate della serie in una ringkomposition incentrata esattamente sull’intricato rapporto tra la tradizione cattolica e le istanze di modernità: ad aprire, il papa che immagina in sogno la sua prima omelia come un discorso rivoluzionario, aperto alla masturbazione e all’aborto; a chiudere, il papa che pronuncia realiter la prima omelia, ma ora schierandosi dalla parte della tradizione e dell’integralismo, ribadendo i dogmi eterni e rifiutando ogni compromesso con i tempi che cambiano. L’alfa e l’omega della contraddizione. In mezzo, il silente affiorare del personaggio interpretato da Jude Law, con la sua gelida ironia, la sua intransigenza, la commistione inestricabile di astuzia e santità.

Who is Pipita?

Il giovane papa si mostra essere in realtà il più vecchio di tutti, il più rigido tra i conservatori. Rifiuta persino l’omosessualità e il marketing. E proprio su quest’ultimo rifiuto si gioca una delle scene chiave delle prime due puntate. Invitato dalla pubblicitaria del Vaticano ad acconsentire a posare per un servizio fotografico, in modo che il suo volto possa apparire sopra innumerevoli gadget da diffondere in tutto il mondo, il papa risponde capovolgendo questa politica dell’immagine intrisa di afflato postmoderno, tutta impostata sul manifestarsi, sul concedersi incondizionato, e opponendole una vera e propria estetica dell’oscuro, basata sulla necessità che il papa si nasconda, «come una rockstar». Estetica sconosciuta ai tempi, quella dell’immagine nascosta, dissimulata, adombrata, e al contrario perfettamente coerente con la tradizione delle istituzioni religiose e col potere. E infatti, nella già menzionata omelia d’esordio che chiude la seconda puntata, il papa affacciato al balcone ha disposto ogni cosa in modo da non rivelare il suo volto, lasciando intravedere solo la sua sagoma. Un uomo della folla gli grida di mostrarsi; sulla reazione di sconcerto del papa, che interrompe il discorso e si rifugia nelle stanze vaticane, si chiude l’episodio.

Ancora una volta, nel papa giovane a riemergere è per contrasto la vecchia identità della Chiesa

L’icona oscura squarcia l’estetica dei tempi rivelandone l’ingenuità. Ma questa stessa oscurità è a sua volta un impegno estetico. E proprio sull’estetica, come sempre con Sorrentino, siamo alla fine riportati. Nel Vaticano si annida tutto ciò che i nostri tempi pretendono di aver sepolto: la trascendenza, il sacro, il mistero, il segreto. Il contrasto tra l’obliato e il manifesto è precisamente la ragione delle scelte del regista, e il compimento del suo cinema. La poetica dell’apparenza trova nel religioso il suo sostrato ideale. Come già in una scena de La grande bellezza, l’edificio sacro assurge a palcoscenico ideale per la recitazione esistenziale, per la sottile strategia che presiede a quella sfilata continua che è la vita. The young pope pare adesso capace più che mai di intercettare l’elemento storico, eterno, profondo, e di ridurlo ad apparenza nel suo contrasto con l’esigenza postmoderna di livellare in superficie, causando straniamento. C’è il cardinal Voiello che prega il santo Higuain e che trova un’improbabile musa erotica in una statua ancestrale, ci sono suore che giocano a calcio in Vaticano, c’è il contrasto tra la tirannia dei media e l’esigenza di profondità e segretezza di un’istituzione millenaria, e c’è, come si è detto, il marketing del sacro.

 

Dopo il mezzo passo falso di Youth, con The Young Pope il cinema di Sorrentino sembra essere tornato a rendere funzionanti i meccanismi di successo de La grande bellezza, rivisitandoli ed oliandoli ulteriormente. Il film che valse l’Oscar a Sorrentino fu frainteso dalla critica italiana che non ne colse la cifra di pura apparenza, performativamente rivelatrice in quanto intrisa passivamente dello zeitgeist postmoderno, categorizzato secondo stereotipi di una superficialità meravigliosamente sfacciata; ma al contempo esso era felicemente squarciato dall’intimità del tema del tempo che scorre, del vedersi vivere del protagonista. Allo stesso modo, il gioco di The young pope avrà bisogno di un punto di fuga, di una profondità che può essere offerta soltanto dallo spessore del protagonista, dalla credibilità del personaggio e dal fascino che esso saprà evocare. Il valore della serie è legato, in sostanza, a quello del giovane papa che le dà il nome, alla consistenza del suo passato che dovrà emergere, al rapporto dialettico che egli saprà intrattenere con la Chiesa, e in definitiva al suo imprescindibile statuto estetico.