“Stesso amore, stesso diritto”. Questo lo slogan scelto dalle associazioni LGBT per sollecitare l’adozione di una riforma che introduca nel nostro ordinamento il matrimonio omosessuale. Uno slogan che si staglia sui manifesti delle nostre città proprio in coincidenza (sospetta) con il Sinodo sulla Famiglia a Roma. Coincidenza peraltro sfruttata anche da parte di Monsignor Charamsa, il quale, accompagnato per l’occasione dal fidanzato, ha accusato la Chiesa di varie malefatte fra le quali la più grave sembra quella di imporre il celibato ai sacerdoti: ossia di essere, oltre che omofoba, anche cattolica.

Dicevamo però dello slogan. Di memorizzazione sicura e svelta, esso è un vero e proprio grido di battaglia, che dall’alto della sua caramellosa inattaccabilità si è fatto onnipresente nel dibattito pubblico. Non c’è editorialista che non provi a cavalcarlo, non c’è concittadino che, adorante, non si prostri al suo cospetto. Ma è davvero uno slogan così inattaccabile?

Se si affronta la questione con più serietà e meno sentimentalismi, si noterà che chi avversa il matrimonio egualitario non nega affatto che una coppia omosessuale possa amarsi al pari di una eterosessuale. Quello che contesta è che dal loro amore possano nascere dei diritti. E ciò perché, a ben vedere, neppure l’amore eterosessuale è capace d’un simile prodigio.
Amore e diritto sono due rette parallele destinate a non incontrarsi mai. Il diritto non si fonda, e non si è mai fondato, sulle belle emozioni: il diritto si fonda sulle certezze. Tali certezze vanno individuate con accuratezza e raziocinio, se non si vuole creare un tessuto normativo totalmente incoerente e frammentario. Pertanto, quando lo Stato riconosce a un soggetto un diritto, e cioè una pretesa orientata alla conversazione o all’acquisizione di un determinato bene della vita, è necessario che questi sia titolare di un qualche interesse meritevole di tutela, così da giustificare la protezione accordata. È tale, per esempio, l’interesse alla consegna di un libro una volta che se ne è pagato il prezzo. Non è tale, invece, l’interesse di chi voglia leggere il libro senza pagarlo. Non contano i motivi per cui si acquista. Conta che si sia acquistato.

Tutte le regole giuridiche poste a disciplina del vivere sociale hanno questa costante caratteristica di trascurare del tutto i nostri sentimenti. Se i processi dei presunti assassini o dei presunti evasori fiscali fossero ora scanditi dalle regole cristallizzate dai nostri sentimenti, probabilmente avremmo più condannati a morte che buche per le strade e più evasori a piede libero che tasse da pagare. Se si punissero gli ubriachi alla guida sulla base della loro interna bontà d’animo, si fingerebbero tutti molto magnanimi, e a nessuno di loro potremmo togliere la patente. E se infine bastasse un amore intenso e sincero per unirsi in matrimonio con qualcuno, potremmo sposare potenzialmente chiunque, da nostra madre a nostro fratello, dal nostro cane al nostro peluche, perché l’amore è una bussola impazzita che muta in direzione come il volo di una mosca.
Gli uomini sono creature volubili e malvagie: non è un caso che abbiamo estromesso le emozioni dai loro codici, attingendo a fondamenta più solide.
Questa conclusione è ancora più chiara in relazione al matrimonio.

Socialmente, un matrimonio senza amore non è un matrimonio, e un amore senza matrimonio è un fidanzamento. Legalmente, un matrimonio senza amore resta un matrimonio, mentre un amore senza matrimonio non esiste. Detto in altri termini: dal punto di vista sociale, l’amore ha una sua importanza, perché è il collante delle relazioni fra gli uomini e l’energia che li rende così euforici e vitali. Ma per la legge, che ha una struttura formale, pratica, insensibile e astratta, e che si prefigge finalità diverse da quelle proprie del singolo individuo, l’amore è una realtà irrilevante, che potrebbe anche non esistere. Di due sposi che si detestano e che non condividono un progetto di vita insieme possiamo dire che non sono più innamorati, ma non possiamo dire che non sono più marito e moglie. Per rompere un matrimonio è necessario un divorzio. E se è vero che quasi tutti i divorzi pongono rimedio al prosciugarsi dell’amore, è anche vero che nulla vieta a qualcuno di divorziare nonostante sia ancora innamorato. Anche l’altruismo è irrilevante per il diritto. Anche l’altruismo è discriminato, perché è un sentimento.
Quando si dice che allo stesso amore si debbono accompagnare gli stessi diritti si sta dicendo una verità soltanto nella misura in cui si ammette che i diritti dell’amore non esistono.

Il matrimonio civile non è un istituto modellato sull’amore dei coniugi, ma su alcune funzioni che coinvolgono valutazioni assiologiche profonde: assicurare stabilità e coesione al vincolo familiare, garantire una genealogia sicura alle generazioni che verranno, salvaguardare i diritti del bambino contro ogni forma di sperimentalismo sociale, promuovere la responsabilità genitoriale e l’educazione dei figli. In altre parole, il matrimonio civile è la corazza giuridica che consente alla famiglia di erigere un muro fra lei e lo Stato, e allo Stato di tutelare l’individuo nella sua duplice identità naturale di genitore e figlio; tutelandolo, quindi, nella famiglia e non dalla famiglia, nella convinzione che tale cornice sia indispensabile per il corretto sviluppo della persona umana, e non solo per una questione di affetti, ma anche per il patrimonio sterminato di conoscenze che in essa inevitabilmente si tramanda.

Se, quindi, l’equazione “stesso amore, stesso diritto” è una bestemmia giuridica, anche l’equazione “stessa convivenza, stesso matrimonio” è una falsità. La convivenza eterosessuale non è uguale a quella omosessuale per un fatto fondamentale: l’una genera, l’altra no. L’una è famiglia, l’altra no. L’una è un coniglio, l’altra un pollo. Come scrive bene Juan Manuel de Prada, giornalista e scrittore spagnolo, “quando diciamo famiglia tradizionale stiamo in realtà formulando un pleonasmo, tanto grottesco e ilare come se dicessimo che dopo mangiato ci piace fare una passeggiata pedestre. Poiché tradizionale viene dal latino traditio, che significa consegna, trasmissione.
Non esiste famiglia senza trasmissione di vita, senza consegna da una generazione a un’altra; e questa traditio si realizza mediante l’unione feconda di un uomo e una donna che proiettano la loro fede nel futuro di una vita che li prolunga. Possiamo giocare a torcere il linguaggio quanto vogliamo, possiamo frastornare le parole e sottoporle a centrifughe e travestimenti pittoreschi; però, anche a impegnarci un sacco di tempo, un pollo continuerà a essere un pollo, pure se avvolto in una pelle di coniglio”.
Solo a questa famiglia, l’unica esistente, si è rivolta l’attenzione del diritto nei secoli passati. E solo questa meriterebbe, in ragione della sua funzione, un trattamento distinto e privilegiato.