La Questione Meridionale non è più all’ordine del giorno del Paese da almeno vent’anni. Beninteso, non perché sia stata definitivamente risolta: nello storytelling della Seconda Repubblica non v’era posto per un problema antico che sapeva di miseria e fame, caldo e sudore. Nei declinanti anni Novanta, sulla scorta della rivoluzione informatica e delle illusioni post-Tangentopoli, tutto e tutti erano mobilitati per altri e ben più attraenti scenari (uno per tutti, l’Europa: citofonare Romano Prodi e chiedere se ricorda le lacrime di commozione versate al tempo dell’ingresso sciagurato dell’Italia nell’Eurolandia, valle di dolore spacciata per Eden postmoderno). A sancire questo cambio di paradigma, nel 2001 intervenne la mannaia del legislatore con la modifica dell’articolo 119 della Costituzione: dal vecchio testo normativo del 1948, in cui erano presenti riferimenti netti e precisi al Mezzogiorno

Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali

Si pensò bene di eliminare ogni indicazione programmatica (sa di partito, dunque di corruzione, signora mia!) e si lasciò un indeterminato e vago accenno a territori con minore capacità fiscale per abitante, provvisti di un fondo perequativo senza vincoli di destinazione. Insieme all’eliminazione della Cassa del Mezzogiorno nel 1992, questa riforma significò la fine d’ogni tentativo di recupero strutturale di quella parte d’Italia baciata dal Sole e schifata dagli uomini. Schiacciati da una classe politica indegna e da un vuoto di rappresentanza nazionale, le genti del Meridione accettarono con tradizionale apatia l’ennesimo schiaffo alla Storia e ai diritti di un popolo intero, maldipinti dalla vulgata mediatica, sviliti qual indigeni di una colonia ottocentesca. Il revisionismo antiunitario, il kitsch delle bandiere del Borbone issate a Napoli ed il vittimismo di maniera hanno fatto il resto: e mentre oggi l’Italia agonizza, il Sud recita, come di consueto, l’ennesimo de profundis.

Finita l’era dei trasferimenti statali, il Sud è morto, letteralmente e semplicemente. Saranno soddisfatti i sacerdoti del Mercato, gli aficionados di Friedman e dei Chicago Boys; eliminata l’odiata spesa pubblica, volano (secondo loro) di corruzione, clientelismo, malaffare, il libero giuoco di domanda e offerta ha prodotto quel benessere e quella prosperità prima schiacciata dall’ingombrante relitto dello Stato Interventista. Folle di meridionali festanti hanno beneficiato del laissez-faire, pronti a tradurre in dialetto barese o siciliano l’Enrichissez-vous! di François Guizot. Purtroppo, i dati smentiscono i tronfi sicofanti del liberismo un tanto al chilo, mostrando uno scenario da coma irreversibile: crescita nulla, disoccupazione a due cifre, investimenti scomparsi, infrastrutture vecchie e cadenti, città intere senza acqua corrente, emigrazione giovanile in aumento, desertificazione industriale e commerciale.

Si può quindi resuscitare il cadavere prostrato del Mezzogiorno?  Come?

La ricetta, semplice e rivoluzionaria, si chiama deficit. Riacquistare sovranità economica per dare libertà ai propri cittadini. Una volta terminato il dramma dell’euro si dovrà ripartire da interventi strutturali e progressivi, eliminati per sempre i capestri dell’UE e dell’ideologia neoliberista. E quale scenario migliore d’una macro-regione che presenta orari ferroviari del tempo di Mussolini, autostrade cadenti e acquedotti rovinati, aeroporti malmessi e servizi assenti? Da Napoli a Ragusa v’è necessariamente bisogno di un grande Piano di Intervento dello Stato, alla guisa di quell’originario input della CasMez, risalente agli anni Cinquanta, che permise la diffusione dell’acqua corrente e dell’elettricità in paesi e contrade ferme al Medio Evo. Occorre essere franchi: senza lo Stato non v’è futuro per il Sud. Non serve arrivare al genio di J.M. Keynes per capire gli effetti moltiplicativi della spesa pubblica, capace di mobilitare ingenti capitali, creare occupazione, costruire un indotto d’appoggio, aumentare i consumi. I cummenda del Nord stiano tranquilli: un Meridione prospero e benestante rappresenta un mercato pressoché inesplorato per le piccole e medie imprese -quelle poche che ancora resistono- naturale sbocco alla domanda di beni dei terroni finalmente in grado di poter vivere degnamente.

Nulla di rivoluzionario, niente di eclatante. Solo buon senso, dettato da un oggettivo riscontro storico: nel periodo 1950-1970, al tempo del meridionalismo e dei grand commis di Stato, il reddito del Sud era in fase di allineamento con quello del Nord, nonostante problemi allora epocali come la migrazione dei lavoratori e l’arretratezza abissale del Mezzogiorno. Cinquant’anni dopo siamo tornati ai livelli d’inizio Novecento: uno dei tanti, troppi segnali degli errori esiziali del nostro tempo.