di Matteo Fais

A parte la già di per sé fastidiosa presenza ronzante delle vespe e la donna che legge un libro di Renzi seduta su un materassino, la spiaggia è un luogo estenuante. Le birre costano troppo. Bisogna portarsi da bere da casa. Poi, dopo che si è consumato (lattine, cicche spente), bisogna fermarsi per differenziare negli appositi contenitori. Sì, lo so, sto facendo il rompicoglioni. Ma che ci posso fare, provo simpatia per quelli a cui non gliene va mai bene una, i bastiancontrario. Come provo stima per quell’operaio che al mare leggeva Il Capitale di Marx. Non so se sia mai esistito realmente, ma io ho voluto credere a chi me ne ha parlato. Ci vuole fegato e davvero scarsa autostima per essere tanto controcorrente da rendersi ridicoli. Ok, lo ammetto, mi sto mortalmente annoiando. Vado in spiaggia da solo e sempre di pomeriggio inoltrato. Non c’è granché da fare. Mi porto dietro dei taccuini per prendere appunti. In borsa ci sono gli ultimi due numeri di Poesia e il mio Kindle. Una musica ossessiva, di cui ignoro il genere – techno, dance? Non ne capisco niente – si sprigiona da una stazione balneare. Un nutrito gruppo di persone, tra i sedici e i sessanta, gioca tenacemente a beach volley. Mi dico che il lavoro quest’anno non deve averli stancati troppo, se hanno tante energie in eccesso. Ad accompagnare le loro gesta stentate e goffe, c’è il commento in presa diretta di un ragazzo. Ci ho messo circa un’ora per capirlo, ma finalmente ho compreso: quello è un animatore turistico.

Fisico prestante, spalle larghe, capello a spazzola probabilmente ossigenato. Calca la dorata pianura polverulenta con aria distesa. La gente gli sorride, si sbellica per le sue battute, persino gli anziani lo coccolano. Lui ovviamente ci sa fare, sa stare al mondo. Largheggia in incoraggiamenti verso gli impediti e traspone in modo epico una realtà noiosa come la partita di pallavolo. Insomma, ha un ascendente nel far sentire importanti i comuni mortali. Il suo corpo espone, senza eccessiva ostentazione, almeno tre tatuaggi. Per tanto, non gli mancano mai argomenti per intrattenere con lunghe e fini discussioni sul profondo significato trascendentale di ognuno dei suoi tribali. Non parlo del suo rapporto col genere femminile; chiunque se lo può facilmente immaginare da sé… e poi ciò mi tirerebbe addosso la nomea di invidioso, cosa che, almeno in parte, sono, lo confesso.

Lo ascolto parlare con una coppia di mezza età. Ad occhio e croce, devono appartenere agli ultimi scampoli di una borghesia al tramonto. La signora lo guarda – se lo farebbe, garantito. Il signore è avvinto dalla sua giovinezza – “Eh, anche io ai miei tempi!”. Sembrano essere in grande confidenza. Il ragazzo ha tutta l’aria di essere sul punto di fare una qualche rivelazione. E come se lo vedessi il suo cuore, aprirsi ispirato dal tramonto. Colgo solo porzioni sparse del dialogo, mentre il resto viene censurato dal vento. Ah, ecco, si parla della sua vita. Finanche la postura lascia trasparire una saggezza da guascone navigato. Scopro che ha fatto tutti i mestieri possibili dal call center al cameriere, fino al cuoco, ma quest’ultimo è quello che gli è piaciuto di meno. “Non volevo morire chiuso in una cucina”, chiosa. Mi dico che il ragazzo ha ambizione, conosce le sue potenzialità.

Ad ogni modo, il lavoro di animatore gli piace. “Sì, insomma, il contatto con la gente”. Una goccia di sudore freddo, nella canicola estiva, mi cola sulla fronte a misura della mia repulsione all’idea di un “contatto” con i corpi sudati e fradici di salsedine dei bagnanti. Non pago, ribadisce: “Mi trovo bene a lavorare in spiaggia dalla mattina alla sera. Questa vita mi sta da dio. Bisogna sapersi muovere nella vita. Se ti dai da fare, lo trovi il tuo spazio nel mondo”. A quel punto, la sabbia mi inghiotte. Sprofondo.