È da una vita che mi propongo di divertirmi durante l’estate e puntualmente disattendo ai miei buoni propositi. Il mare, i pranzi, le cene fuori, le serate passate a guardare il cielo: tutto si rivela tristemente vacuo e privo di una reale attrattiva. Alla fin fine, restano solo la lettura di romanzi esistenzialisti e il consumo di vino bianco fresco; tutte attività tranquillamente trasponibili nella propria stanza in pieno inverno. Sì, forse un tempo era diverso. Ci si innamorava di qualche ragazzina più precoce delle altre, si sognava di diventare un giorno cantanti di musica rock; la propria tristezza non aveva ancora assunto i contorni della depressione cronica che ti avrebbe inevitabilmente condotto tra le braccia esose di un analista. No, a quei tempi, quando leggevamo Rimbaud e Baudelaire, eravamo ancora maudit, potenziali poeti maledetti. C’è voluto qualche anno prima di renderci conto che come poeti non valevamo un fico secco. Dicevo: dovrei divertirmi. Ne sento l’obbligo morale. Mi dico che bisogna santificare le feste. È nella nostra cultura. Non che abbia mai capito la cultura entro cui sono nato e cresciuto! A Natale le luminarie mi rattristano, a Capodanno mi spavento più io dei cani per i botti, e Pasqua non so neanche quando sia.

A Ferragosto, comunque, la gente si raduna in spiaggia, di notte. Si fanno i falò. Mi sfugge il senso di tutta quella legna bruciata. L’unica volta che ho partecipato a un simile evento, con un gruppo di persone, ho dovuto aiutare una ragazza obesa e ubriaca a rinfilarsi i pantaloni, dopo aver copulato col suo fidanzato, anch’egli sovrappeso e sbronzo. La scopata era avvenuta appena un po’ più in là del raggio di luce che si irradiava dal fuoco. Avevamo visto tutti. Alcuni si erano prodotti in un tifo non propriamente indiavolato, data la pinguedine dei due corpi in lotta. Il ragazzo, in due minuti, si era liberato con un grugnito sordo, preceduto da colpi secchi del bacino che emettevano un rumore cadenzato di tamburello funebre contro la ciccia della tiziaa. Uno spettacolo davvero abominevole. Ad ogni modo, almeno loro avevano trombato!

Comunque, non so. Non mi sento pronto. Più che altro conto i giorni che mi separano dalla fine dell’estate. Attendo settembre come i condannati a morte aspettano l’alba del loro ultimo giorno,  prima della fucilazione. Provo sentimenti contrastanti: agosto non mi avvince, ma non vorrei veramente che finisse. Vorrebbe dire dover ammettere che un altro mese è trascorso inutilmente. Ho una sola certezza: non andrò in spiaggia di notte. Detesto non dormire e stare sveglio. Il giorno dopo, poi, non mi reggo in piedi e cammino come uno zombie, oppure come Aldo Busi dopo una notte d’amore – il che è più o meno la stessa cosa. Preso dalla disperazione, mi sono lanciato nella rilettura di IT di Stephen King. L’alternativa sarebbe stata la compilazione analitica della Settimana Enigmistica. Mille pagine di uccisioni infantili e angosce adolescenziali mi hanno fornito, invece, una via di scampo dal fare scempio di me stesso in così stolide attività. Del resto, credo che sia questo il motivo per cui il re dell’horror pubblica almeno un tomo enciclopedico ogni anno, per aiutarci a superare i giorni di festa, quando non sappiamo più che accidenti fare delle nostre vite.

So già come sarà la mia notte il quattordici. Prenderò una decisione drastica, proprio controcorrente: ribellarmi all’ossessione per la festa, affermare il mio diritto a essere fuori dal tunnel del divertimento, come cantava un canzonetta di qualche anno fa. Me ne andrò a letto in un orario da lavoratore agricolo, attendendo il canto del gallo. Quando mi starò per addormentare, sentendomi un vero outsider, ecco che il vento mi porterà delle grida provenienti dalla vicina discoteca. Una canea di ragazzi starà intonando: “o lelle, o lallà, faccela veder, faccela toccar”. Allora, mi figurerò delle ragazze rumene in minigonna e perizoma in vista che ballano sui cubi, ragazzi che finiranno la nottata accoppiandosi selvaggiamente in macchina. Perché ho già il dubbio che siano più intelligenti di me?