di Matteo Fais

Sto seduto al tavolino di un baretto, sulla spiaggia. Boxer da mare scoloriti e canottiera grigia addosso. Nemmeno un tatuaggio da mostrare, ma in compenso porto una barba tipo Eugenio Scalfari che ispira profonda antipatia – che strano! – e tiene fortunatamente la gente a distanza. Nella mia testa dovrei suscitare un effetto Sartre seduto a scrivere in un bistrot parigino. Più prosaicamente, credo di risultare un semplice disadattato, se visto dal di fuori. Continuo, comunque, caparbiamente ad atteggiarmi a ispirato dalle muse. Accendo una sigaretta dietro l’altra, che consumo con gesti grevi. Alla fine, mi concedo anche un sigaretto sottile. Ho sempre pensato che, avvolto da una nuvola di fumo, un intellettuale risultasse maggiormente fascinoso – povero me! Mi si avvicina un tizio. È un nero. L’avevo già notato in precedenza. Fa l’istruttore nella vicina stazione balneare. Tiene corsi di yoga, GAG (gambe, addominali, glutei). Mi sorride con dei denti che rifulgono. Domanda da accendere. Gli passo l’accendino, facendogli cenno di sedersi.

«Cosa fai qui, tutto solo?», mi domanda.

«Penso». Ma chi diavolo credi impressionare, mi chiedo, dicendo simili cazzate?

Se la ride bonariamente. Palesemente, può permettersi di trattarmi in quel modo amichevole. Mi compatisce senza darlo a vedere.

«Siamo neanche alla fine di luglio, ma mi figuro già il ferragosto che giungerà su di me come un qualcosa di inesorabile», gli dico.  Si spancia dalle risate.

«Tu simpatico!». Davvero? Me l’hanno detto molto di rado. Gli rivolgo un sorriso a mezz’asta.

Ha veramente un fisico maestoso. Tonico da dare sui nervi. Vorrei uno scalpello per intaccare la forma armoniosa dei suoi muscoli. Vicino a lui, sfiguro come un piccione al cospetto di un pavone. Gli chiedo di raccontarmi la sua storia. È in Italia da quando era bambino. Dell’islam non gliene frega un cazzo. Provo a stuzzicarlo: gli confesso di trovare interessante il numero di vergini che Allah promette a chi morirà lottando contro gli infedeli. Ride: ne ha sverginato di più lui, mi garantisce. «Molte donne ti cercano, quando fai il mio lavoro». In effetti, l’ho visto avvicinare delle fighette in tanga qualche giorno fa, per coinvolgerle nei balli delle sei di pomeriggio in stazione.

«Ciao, amore», ha detto a una delle due, «vieni a ballare?». Ha fatto un solo invito, ma sono venute entrambe, dopo aver manifestato una ritrosia di circostanza, a cui non ha francamente creduto nessuno.

«Insomma, qui in Italia non ti senti vittima di razzismo?».

«Razzismo», mi ha detto quello ridendo, «solo per loro, non per me». Ha indicato un vu cumprà qualsiasi che incedeva stancamente con lo zaino in spalla. È arrivata una ragazza con passo da sfilata di moda, adattato a delle ciabattine infradito. Ha aperto la bocca in un sorriso ambiguo di sconvolgente bellezza, muovendo le dita della manina al suo indirizzo. Il tizio si è congedato da me con un gesto di complicità, della serie adesso siamo amici. Mettiamola così: non sono razzista… ma lui lo invidio.