di Matteo Fais

Cari purulenti, siamo dunque giunti all’ultima puntata di questa controversa e ben stramba rubrica. Fino all’altro giorno non avevo la benché minima idea di che diavolo scrivere, per accomiatarmi da voi. Poi, come sempre capita, con un po’ di calma e stando con le orecchie bene aperte, ho trovato la tanto agognata ispirazione. Per farla breve, direttamente dal nord Italia, ecco arrivare mio cugino, qui tra noi terroni. Non ci vedevamo da circa quindici anni.  Comunque, c’è da dire che malgrado le nostre vite si siano solo vagamente sfiorate in passato, ci siamo subito ritrovati in un fraterno idem sentire. Praticamente, abbiamo scoperto di avere un sacco di argomenti in comune, tipo tette, culi, vagine. La concordanza di vedute era totale – a riprova del fatto che, come diceva giustamente Totò: “Il sangue non è acqua”. Incidentalmente, era lì con noi la ragazza, anch’ella nordica. Con una certa rassegnazione da bambinaia, verso due ragazzini scapestrati, ha tollerato i nostri prolungati discorsi segnati da una spiccata estetica da camionisti. A un certo momento, mi sono convinto che fosse maleducato da parte mia lasciarla in disparte, sicché le ho rivolto la parola, giusto per fare conversazione. Non potendo ovviamente interrogarla sulle sue preferenze sessuali, come se fosse stata un maschio, mi sono risolto a discutere del suo lavoro. È venuta fuori una bella storiella. Siccome ci tengo a infondere in voi uno spumeggiante senso di speranza, ho deciso di sputtanare la povera ragazza e di rendervi partecipi della sua storia.

La giovane mi ha dettagliatamente ragguagliato riguardo al sistema di assunzioni e lavoro in una grande catena di supermercati (di cui, col cavolo che vi citerò il nome!), dove  è impiegata. Inizia tutto con un contratto di apprendistato, ovvero un magnifico fioccare di clausole tipo «se rimani incinta, siamo liberi di licenziarti». «E, invece, nel caso in cui tu fossi stata assunta a tempo indeterminato?». «Allora», ha continuato lei, «entra in gioco un sistema più subdolo. Non potendoti più allontanare, cercano di indurti ad abbandonare per disperazione. Iniziano col trasferirti a cinquanta chilometri. Non esattamente l’ideale se hai un figlio piccolo. Se, poi, ancora non hai mollato, cominciano a mandare a rotazione dei capi area, in avanscoperta, a supervisionare il tuo lavoro. Basta un niente, come dimenticare di spingere avanti gli articoli sugli scaffali, o fermarti troppo a chiacchierare coi clienti, se stai in cassa». «Il famoso mobbing, insomma!». «Esatto, e per fortuna che al colloquio ti dicono che tu vali». «Ah, ah, ah», ho ridacchiato. Divertente, no? Tu vali. Carino come slogan per degli schiavisti merdosi. Detto ciò la tipa si è eclissata. Forse l’avevo fatta rattristare a furia di porle insistentemente domande sulla sua condizione lavorativa. Beh, scusa tanto, cara ragazza, ma questa rubrica e il suo autore sono fatti così: non risparmiamo niente e nessuno, ti tirano via il sangue anche se sei in vacanza. Io e mio cugino abbiamo ripreso coi nostri discorsi grevi e laidi. Il cielo si era oscurato nel mentre, e vi campeggiavano delle nuvole di un grigio inquietante. «Cazzarola», ho detto a quel settentrionale di mio cugino, «ho il sospetto che l’estate stia finendo». D’improvviso abbiamo trasalito perché la ragazza ha parlato senza preavviso: «Non ditemi di queste cose, o mi viene in mente che dovrò tornare al lavoro». Il tono finale si era fatto leggermente rancoroso. Non ha finito di dirlo che dall’orizzonte è rimbombato un tuono agghiacciante. «Non trovate», ho detto, «che sarebbe questa la colonna sonora ideale per il loro dannato slogan: “Tu vali”?». È partito un altro tuono. Maledizione, rivoglio l’estate!

P.s: Spiaggiati finisce qui, cari amici. Spero di avervi fatto divertire, per quanto possibile – vi prego, se non avete riso, ditemi per lo meno che avete sorriso! Vorrei ringraziare i fraterni amici dell’Intellettuale Dissidente che hanno avuto la bontà di concedermi i loro spazi. Due menzioni speciali: la prima per quel giovane pazzoide di Antonio Martino, il caporedattore, che ho disturbato più o meno due volte al giorno; la seconda, per Isa che proprio ho portato alla disperazione chiedendole continuamente di supervisionare i miei articoli e correggerli. Dulcis in fundo, chiedo scusa a tutte quelle figure di individui che ho visto in spiaggia e che mi sono divertito bonariamente a prendere per il culo – sappiate che lo rifarei!

Grazie ai lettori e soprattutto alle lettrici… aspetto ancora le vostre email in cui mi chiederete sesso e autografi. Un bacione bavoso.

 

Matteo Fais abbandona occhiali da sole e costumino a mutanda ma non il giornale. A breve le colonne de L’Intellettuale Dissidente ospiteranno una nuova e ancor più maleducata rubrica, capace di accompagnare il nostro caro Lettore lungo le impervie e fredde vie dell’Inverno. Estote parati!