Che due coglioni! Possibile che in spiaggia non si possa neanche svolgere la propria attività intellettuale in santa pace? Dove dovrei andare per leggere Kierkegaard, in biblioteca, per caso? Mi dicevo che, dopo ferragosto, finalmente il grosso della purulenta massa umana avrebbe preso il largo, ma mi sbagliavo. È stata una dolorosa presa d’atto la mia. A momenti piantandomi l’ombrellone in mezzo alle gambe, sei stronzetti hanno preso posto lì vicino a me. Come in quella famosa canzone di Gino Paoli, “li sentivo chiacchierare”, anzi peggio, cantare. Stavano ascoltando della maledetta musica rap. Tutta roba tipo: droga, sesso, uccisioni, “yo, fratello!”. Ma andate a cagare!, ho pensato. In sei non farete quarant’anni. Avete la faccina liscia come il culetto di un bambino e un bicchiere di birra vi manderebbe dritto all’altro mondo. Ma niente, quelli continuavano: “yo, bro, fratello, man, il rap l’ho imparato sulla strada, eh!”. Mi sono detto che i lattanti dovevano essere un branco di poveri segaioli. Non ho fatto a tempo ad azzardare la mia illazione che sono spuntate sei ragazzine, da fare impallidire la Lolita di Kubrick e pure quella del remake. Li hanno raggiunti e si sono sdraiate con loro. Ok, ho arguito in pochi secondi che avessero più diritto loro di me a quello spazio. Ho preso il mio asciugamano e mi sono allontanato con Kierkegaard che sogghignava dalla copertina di La malattia mortale. “Quindi, avrebbero ragione loro?”, gli ho domandato. “Direi indiscutibilmente, coglionazzo”. “Grazie per la considerazione! Scemo io che ancora ti leggo!”. “Tu leggi, leggi”, ha sibilato. “Cosa vorresti dare ad intendere? Parla chiaro”. “Beh, non ci vuole la laurea in filosofia per capire che leggermi in spiaggia fa un po’, come dire, sfiga!”. “Ma vai al diavolo”, gli ho detto e ho rigirato la copertina.

Messo da parte quel vecchio babbione danese, ho ripiegato su Stephen King. Ero lì che stavo per arrivare all’ennesima manifestazione di IT a uno dei protagonisti, quand’ecco che sento una comitiva iniziare ad agitarsi. “Dai, che facciamo il karaoke”, fa una. A quel punto, mi sono steso a Cristo sull’asciugamano, pronto per la crocefissione. Ahimè, mi ero scordato che, prima di morire sul Golgota, avrei dovuto patire la mia via crucis. E, infatti, ho dovuto subire una carrellata del repertorio degli 883. Ok, posso dirlo? Se penso a Max Pezzali, mi viene l’orticaria. In effetti, i sociologi che fanno dipendere l’inizio della decadenza italiana con l’avvento al potere del Berlusca, trascurano di considerare la supersonica ascesa dell’autore di Hanno ucciso l’uomo ragno. Tutto sommato credo che neanche la Thatcher coi minatori abbia avuto degli effetti altrettanto nefasti. Il giovane Max, cappellino in testa e sguardo ebete da ragazzino ignaro di ogni travaglio esistenziale, ha rovinato una generazione sdoganando il non senso e la leggerezza più fatua. Quelle deficienti vicino a me lo cantavano ancora, dopo i trentacinque anni.

Al coro di dieci persone sono andati ad aggiungersi alcuni ombrelloni vicini. Alla fine, sembrava di essere a un dannato concerto, con tanto di urletti striduli. Ho ripreso in mano Kierkegaard. Ci siamo guardati. Aveva smesso di ridere. “E, comunque”, ho detto al danese, “Max Pezzali è molto più famoso di te, qui in Italia. Tié!”. Gli ho mostrato il medio e poi l’ho sepolto sotto la sabbia.