Nel 1883 moriva a Londra uno tra i principali ispiratori politico-economici del novecento, il filosofo ed economista Karl Marx che, con le sue analisi acute e profondamente scomode della realtà, le sue tesi rivoluzionarie ed i suoi manifesti all’umanità (in particolare di quell’umanità vittima dello sfruttamento e dell’ingiustizia capitalistica ottocentesca), aveva intimamente scosso gli assetti sociali e culturali dell’epoca e dato avvio ad una intramontabile linea di pensiero politico-filosofica: il socialismo. In realtà, già prima di Marx erano sorte forme di pensiero accostabili ad un socialismo rivolto al progresso e allo splendore dell’umanità e al trionfo della giustizia nei rapporti sociali, ma, con Marx, senza dubbio, si sono delineate le principali dottrine della sinistra socialista contemporanea che hanno interessato l’intero panorama mondiale novecentesco, ponendo la nascita di partiti e movimenti politici storici che imposero la loro presenza su buona parte della storia umana successiva a quel 1883. Dopo, Marx, infatti, le componenti più rivoluzionarie della sinistra mondiale, assunsero forme sempre più autonome e differenti tra loro, interpretando in maniera personale e, talvolta, anche originale, gli assunti relativi alla lotta di classe, al materialismo storico e all’abbattimento della forma della proprietà privata e del controllo privato dei mezzi di produzione formulati dal pensatore tedesco. All’interno del socialismo, infatti, nacquero più socialismi, che interpretavano in maniera del tutto autonoma il “messaggio” di Karl Marx. Ma, la massima forma d’espressione teorica e materiale del socialismo marxista é rappresentata dall’esempio dell’Unione Sovietica, sorta come vero e proprio sistema d’applicazione concreta di quel modello di società senza classi e senza proprietà privata, posta sotto il diretto controllo di un organo collettivo (lo stato), auspicata da Marx nei suoi numerosi scritti.

Il sistema sovietico nacque, come Marx aveva auspicato in riferimento alle riflessioni sulla “dittatura del proletariato” e alla presa del potere mediante una presa di forza da parte della classe operaia, mediante un evento rivoluzionario (la rivoluzione d’ottobre del 1917), con a capo uno tra i maggiori interpreti del pensiero Marxiano, il leader bolscevico Vladimir Lenin. Egli si mise a capo della rivoluzione russa, riuscendo ad abbattere totalmente il sistema zarista che aveva imperato da secoli sul territorio russo ed instaurando un governo del popolo, sorretto da principi fortemente marxisti. Dopo la morte di Lenin, tuttavia, e la salita al potere di Stalin, il volto inizialmente democratico che il primo sistema sovietico poteva presentare, assunse una tonalità del tutto autoritaria, interamente legata al culto della personalità nei confronti del cosiddetto “soviet supremo”, di smantellamento  radicale di ogni forma d’espressione democratica e libertaria, consegnando si al mono-partitismo assoluto e ad una forma di governo, poi, definita anche “capitalismo di stato” (poiché lo stato, dopo Stalin, aveva assunto interamente la funzione pervasiva di vero e proprio organo di controllo totale di ogni forma della vita dell’individuo). Questo sistema, nel corso dei decenni, iniziò a subire pesanti accuse da parte di molti, che lo definirono una vera e propria “degenerazione proletaria” ma anche forti consensi da parte di altri che lo definirono, invece, “socialismo reale”, ovvero perfetta imitazione dei precetti filosofico-politici proposti da Marx. Tuttavia, come é noto, questo cosiddetto “socialismo reale”, non sempre si é posto come garante dei diritti civili ed inviolabili dell’uomo e le conseguenze più tragiche e concrete di questa applicazione estrema del modello socialista si sono manifestate nella forma delle deportazioni di massa nei gulag siberiani, nelle tremende persecuzioni politiche e nelle ciniche purghe e punizioni corporali riservate ai dissidenti. A questo proposto, nacque, sul finire del secolo breve, l’esigenza di riformare, in qualche modo, il socialismo, rendendolo in maggior misura un “socialismo dal volto umano”, meno estremista e cinico, meno scientifico e rigoroso ed, invece, maggiormente rivolto alle istanze dell’uomo reale nella sua dignità.

Uno tra i maggiori propugnatori di questa nuova linea politico-ideologica fu Hugo Chavez, leader venezuelano, eletto per quasi tredici anni consecutivi dal suo popolo, un ex militare, legato ad una visione politica di tipo socialista nazionalista (e non internazionalista, in senso marxiano), dalle idee piuttosto rivoluzionarie, con un innato sentimento universale rivolto al progresso e al benessere dell’intera umanità, ma, soprattuto, dei cittadini del Venezuela. Chavéz, definì il suo pensiero “socialismo del XXI” secolo. Il socialismo di Chavéz fu un socialismo nuovo, aperto alla tolleranza delle minoranze e dei diritti della libertà individuale e del rispetto della persona umana in ogni forma (pur procedendo verso una progressiva nazionalizzazione dell’economia), in grado di ammettere, a differenza della realtà sovietica, la presenza di istituzioni democratiche e civili all’interno del paese. Quello di Chavéz, pertanto, si presenta come una brillante teoria innovativa, come un’inevitabile rifiuto nei riguardi di quel socialismo estremo e repressivo che fu quello “reale” del sistema sovietico, il cui eccesso di burocratizzazione e di annullamento della libertà del soggetto, lo ha condotto verso la totale implosione e successiva distruzione “post-89”. Quello di Chavèz rappresenta, in sintesi, un’importante alternativa politica ad un modello politico ormai fallito, in grado, tuttavia, di non tradire gli antichi ideali e principi di Karl Marx.