25 febbraio. Nanga Parbat, Pakistan, 8126 metri. Simone Moro ce l’ha fatta, è lassù, in cima, dove nessuno mai era riuscito ad arrivare. Con lui ci sono lo spagnolo Alex Txicon e il pakistano Ali Sadpara. A pochi metri dalla vetta, si è fermata Tamara Lunger, stremata, ma non per questo meno degna di essere citata in quella che è una vera e propria impresa. The killer mountain, la “montagna assassina”: così, infatti, viene soprannominato il Nanga Parbat (che letteralmente in lingua urdu significa “montagna nuda”), il secondo ottomila per indice di mortalità, sebbene sia “solamente” il nono più alto, con un rapporto del 28% tra vittime ed ascensioni tentate. Una statistica che, tra gli altri, comprende anche Günther Messner, deceduto nel 1970, mentre, col fratello Reinhold, riscendeva dal versante ovest, quello che, teoricamente, sarebbe dovuto essere il più agevole.

La killer mountain era uno dei due ottomila (l’altro è il K2) a non essere mai stato salito in inverno, di contro ai numerosi tentativi di ascensione. Lo stesso Moro ci aveva provato prima tra il 2011-2012 assieme al russo Denis Urubko e poi nel dicembre 2013 con David Goettler. Una vera e propria ossessione, divenuta finalmente una conquista, grazie al lavoro di squadra e alla stoica determinazione, alimentata dall’assenza di ossigeno aggiuntivo, elicottero e comunicazioni, ma ripagata dalla grandezza dell’impresa. Commenta Moro: «La vetta è grande come due tavoli da ping pong in fila. Ci saranno stati almeno -50°, ma ho tolto i guanti per le foto e le mie sono le uniche che abbiamo. Il panorama era impressionante e sconfinato. Ho pensato ai fratelli Messner e ho dedicato la mia ascensione a Günther». Per Simone, si tratta del quarto ottomila salito durante la stagione più fredda, dopo il Shisha Pangma nel 2006, il Makalu nel 2009 e il Gasherbrum II nel 2011, un record, che supera le tre prime invernali a testa dei polacchi Krzysztof Wielicki e Jerzy Kukuczka. Del resto, il bergamasco è lo stesso ad essere arrivato per quattro volte in cima all’Everest, come fosse la via di casa. Di vette invalicabili in inverno, adesso, ne manca solamente una. Tuttavia, Moro avverte: «Il K2? No grazie. Mia moglie ha avuto un brutto presentimento e io non voglio vedere se ha ragione o torto».

La maestosa salita degli atleti è stata celebrata ampiamente dai giornali e dalle televisioni di tutto il mondo. Tuttavia, già adesso, a pochi giorni di distanza, se ne parla sempre meno, fino a che, tra qualche settimana, non se ne parlerà più. L’argomento rimarrà di interesse di pochi, così come lo è l’alpinismo, troppo distante dalla gente, rispetto agli sport più popolari, quelle di cui si parla nei bar, nelle scuole, ovunque. Perciò, questo articolo è stato scritto volutamente con una decina di giorni di ritardo, nella volontà di riaccendere una fiamma, che va estinguendosi, perché, questa salita, oltre a meritare un posto nella storia, ne meriterebbe uno anche nel cuore di tutti. Del resto, l’alpinismo va decisamente al di là di una semplice disciplina sportiva. L’impresa di Moro, Txicon, Sadpara e Lunger, infatti, dovrebbe far molto riflettere noi cittadini del nuovo millennio. Essa si pone in antitesi alla vita agiata, piena di comodità e di possibilità che viviamo nella quotidianità, al caldo e sempre connessi col mondo. Paradossalmente, però, la vera connessione, quella con la Natura e con un gruppo di persone col quale condividere veramente qualcosa, l’ha provata Simone, nel Kashmir, a più di ottomila metri di altitudine. Alla domanda, da sempre molto cara al nostro giornale, posta da Nietzsche nel Così parlo Zarathustra: «ma non vuoi salire sulla vetta di un monte? L’aria è pulita e oggi più che mai si vede il mondo», l’alpinista bergamasco e i suoi compagni hanno risposto rigorosamente “sì!”, andando oltre i propri limiti, con uno sforzo finale di 13 ore consecutive fra i 7200 e gli 8126 metri della vetta, a meno quaranta gradi, alimentati da un vento che soffiava a 45 chilometri orari. Ma ne è valsa decisamente la pena, perché, da lassù, la vista sarà stata sicuramente indimenticabile.