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Un successo planetario. Sei stagioni trasmesse dal 1998 al 2004. Innumerevoli repliche. Due film successivi a suggellarne la già consolidata popolarità. Cofanetti di dvd. Trasmissioni in ogni angolo del mondo. Praticamente qualunque donna nell’occidente postindustriale (e non solo), ne ha visto almeno un episodio. Sex and the City è stato incontestabilmente un incredibile fenomeno sociale e di costume. Il suo seguito fa impallidire la maggior parte dei prodotti culturali affini – l’ultimo episodio ha avuto ben 11 milioni di telespettatori. In sostanza, la serie televisiva è stata e resta per molti versi una sorta di rituale di massa, non meno della messa domenicale per i fedeli. Su Sex and the City molta critica si è profusa in sperticati elogi per gli azzardi intellettuali delle note eroine Carrie Bradshaw, Samantha Jones, Charlotte York, Miranda Hobbes. È stato salutato con giubilo il crollo di ogni tabù sessuale a opera di queste ultime: “finalmente le donne che parlano di sesso come gli uomini”.

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Nell’ordine da sinistra Carrie Bradshaw, Miranda Hobbes, Charlotte York, Samantha Jones

Pareva insomma che con questa serie televisiva il femminismo avesse toccato il suo zenit, passando da Simone de Beauvoir a Carrie Bradshaw, divenendo così nuovo femminismo, o femminismo di terza generazione per dirla con la filosofa Carola Barbero (vedi Sex and the City e la filosofia, Il Melangolo, Genova 2010). Già, finanche la filosofia si è cimentata nel prendere le difese e tentare di conferire una ratio ai discorsi camerateschi e un po’ da bar delle quattro ragazze.

Ma cos’è precisamente che piace tanto di Sex and the City? In effetti, a guardarlo con occhi scevri dalla lente del pregiudizio – quale la convinzione che sia uno spettacolo per sole donne – ci si ritrova stupiti nel riconoscere che la serie in questione risulta gradevole. È brillante, molto ben scritta, ha un ritmo incalzante, intrattiene in modo indolore, fa sorridere e quasi mai sguaiatamente (a volte con finezze linguistiche che ricordano il miglior Woody Allen), induce piacevolmente a protrarre la visione di episodio in episodio, di stagione in stagione. La cura stilistica e formale, dal punto di vista cinematografico, è stimabile. Da cosa nasce la perplessità, allora?

La sensazione che resta, dopo un’attenta visione, è di essere rimasti imbambolati a fissare un mastodontico e coloratissimo cartellone pubblicitario

Del resto la pubblicità, salvo che non sia quella progresso (?) sui pacchetti di sigarette, è bella e induce un senso di piacevolezza estetica. I maschi sognano la perfettissima e photoshoppatissima modella, dalla innaturale assenza di cellulite, che fissa un punto imprecisato con sguardo languido e altero; le femmine, seppur con un certo rammarico, favoleggiano – non tutte, per carità! – di essere affisse un giorno su giganteschi manifesti, come icone, al cui cospetto i maschi sbavino e le altre donne si rodano il fegato. Sarebbe disonesto sostenere il contrario, la pubblicità è ammaliante e per molti versi quasi artistica. Però…

Le nuove forme di dittatura, come insegnava il Marcuse di L’uomo a una sola dimensione, sono scaltramente poco propense a farsi accettare dalle masse a mezzo di violenti strumenti coercitivi. Del resto, perché soggiogare un popolo con le manganellate, quando è possibile farlo evitando di sporcarsi le mani, semplicemente assumendo vesti allettanti e facendo ammiccare una donna da un cartellone pubblicitario? Perché sottrarre libertà, quando si possono gentilmente elargire ampi margini di manovra che torneranno utili a lasciare le cose esattamente come stanno?

Simone de Beauvoir e il suo Secondo Sesso e Marcuse col suo L'uomo a una sola dimensione

Simone de Beauvoir e il suo Secondo Sesso e Marcuse col suo L’uomo a una sola dimensione

Molte volte, anche se si medita poco su simili dati di fatto, vale più un Sex and the City qualsiasi del migliore manifesto, o discorso politico. Le masse cercano divertissement di ogni tipo, prova ne sono i vari programmi di cucina. Se si vuole veicolare un pensiero e far sì che diventi virale tra la gente, niente è più funzionale alla causa dell’inserirlo come messaggio subliminale all’interno di uno spettacolo che induca rilassatezza e serenità nella popolazione lavoratrice, in cerca di svago a fine giornata. Lo stesso Renzi, che pure – bisogna dargliene atto – ha avuto l’ardire di esporre il suo pensiero (?) in qualche libro, quando ha voluto meglio reclamizzare le sue idee (?), ha indossato un giubbino in stile Happy Days e si è recato in un qualche programma della De Filippi per recitare la parte dell’amico ganzo.

Insomma, Sex and the City è a tutti gli effetti uno dei più grandi manifesti politici a cavallo tra i due millenni. Ho detto manifesto politico, ma si tratta di un’imprecisione. Un manifesto, per logica, palesa una certa serie di intenzioni. Il più noto, quello di Marx per intendersi, non lascia dubbi, anche nei meno preparati, su quali debbano essere i veri obiettivi di un partito comunista. Dimostrando in questo senso di essere molto più accorti di qualsiasi pensatore passato, o in circolazione, i creatori della serie in questione non propongono alcuna intenzione evidente. Anzi, somministrano il prodotto come qualcosa di scherzoso e inoffensivo, un sano passatempo ideale prima di andare a dormire. Tutto appare estremamente semplice: quattro donne, quasi tutte intorno ai trentacinque, alle prese con simpatiche vicende amorose mai troppo tormentate – non un suicidio d’amore, o una disperazione esasperata. Solo dubbi amletici su quali scarpe acquistare, tra quelle che ammiccano dalle scintillanti vetrine della Fifth Avenue, e su oziose questioni da signore infoiate che si recano in comunella dalla parrucchiera. Attenzione alla sottigliezza: quel genere di vita fatta di notti brave, cataste di relazioni da una botta e via, e acquisti compulsivi, non viene posta come fine, o modello verso il quale tendere. Il mondo di Sex and the City non è un’irraggiungibile idea platonica di società ideale, ma lo specchio di un ben preciso stato di cose presentato come dato e inemendabile.

Come in quella poesia di Trilussa, ma senza alcuna amarezza, ogni puntata sembra dire “così va il mondo”. Cioè, come? Come deve andare una società neoliberista lanciata senza freno verso il tracollo e l’annichilimento

Ed eccovi servite quattro donne single e in carriera – loro, sia chiaro, certo non voi! – che lavorano – poco, ma guadagnano enormemente – e passano di festa in festa e di amore facile in amore facile. Com’è ovvio che sia, sono egoiste – ma loro si definiscono “autonome” –, non si interessano di alcun problema rilevante – alle discussioni sul welfare state preferiscono sicuramente una dissertazione sul vibratore. Non stupisce minimamente insomma che questa serie abbia ricevuto tanti apprezzamenti. In particolare, non stupisce sia stata tanto diffusa e pubblicizzata dal sistema e dai suoi organi di distrazione di massa. Sex and the City compendia nelle sue quattro eroine la quintessenza della donna perfetta per il sistema consumista e neoliberale. Encomiabile operazione senza pari poi, a opera del pensiero dominante, è quella di riuscire a far figurare tali personaggi come pregevoli esempi di trasgressione.

Lo squallore dei loro discorsi, in cui gli uomini vengono trattati con la stessa sensibilità che un macellaio al mattatoio userebbe nella scelta dei tagli di carne, è appena offuscato dallo sfavillante luccichio dei loro abiti carichi di lustrini. Eppure è squallido, squallido e intollerabilmente disumano. È appena il caso di precisarlo che simili chiacchiere non potranno mai avere alcunché di trasgressivo, ma rientrano semmai (e come non mai) nell’ordine di una visione del mondo da capitalismo del terzo millennio. Infatti, come previsto dalle logiche di mercato, le quattro tardo adolescenti appena un po’ troppo cresciute sono donne che passano da un animale da monta all’altro di giorno in giorno, o quando va bene di mese in mese. Solitamente lo scelgono all’interno del cotè della Manhattan bene. Si tratta sovente di manager, investitori finanziari, costruttori e via dicendo. Quando non trovano qualcuno con il quale sfogare gli eccessi ormonali, la loro libido le guida verso il più vicino negozio di Manolo Blahnik, o griffe analoghe. Insomma, la loro vita si svolge tutta sull’onda del consumo sessuale, o dell’acquisto di beni superflui. Che si tratti di scarpe, o di uomini, la cosa è del tutto incidentale nell’ottica di una compulsività ossessiva per l’accumulo fine a se stesso. Non si capisce quindi dove starebbe la disubbidienza nelle loro azioni. La risposta è semplice: da nessuna parte. Il popolo dei telespettatori se l’è semplicemente bevuta, senza alcuna consapevolezza della tossicità del liquido ingerito.

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Chiaramente, voi donne o uomini comuni non vivrete mai una vita del genere. Non diventerete una giornalista che scrive cretinate una volta alla settimana sui gusti sessuali della classe alta e voi maschi non sarete il fascinoso e prestante Mister Big, che alterna meeting aziendali a incontri occasionali con qualche modella stratosferica, attraversando Manhattan in limousine. Il Capitalismo, nel propagandare se stesso, starà ben attento di mostrarvi unicamente la dorata rappresentazione di coloro i quali, entro la sua logica, sono risultati vincitori. Certo non vi spiattellerà in faccia i call center dove si lavora per quattrocento euro al mese, o i negozi di lusso delle grandi firme nei quali una commessa deve farsi abbassare le mutandine dal titolare per conservare il posto di lavoro. In tutto ciò, comunque, voi avrete assimilato una rosea visione del neoliberismo. Non potrete avere un tenore di vita alla Carrie & company, ma certo vi illuderete che sia una gran cosa lavorare tutto il mese per pagare le rate di una serie di beni compensatori, quali il nuovo modello di smartphone e l’abitino griffato da mostrare il sabato sera in discoteca. Vi divertirete, finché la giovinezza ve lo consentirà, nel rimorchiare e farvi rimorchiare, durante il fine settimana. Sarete flessibili – tanto non avete famiglia, né relazioni stabili che vi leghino – e potrete passare di lavoretto in lavoretto. In due parole, la vostra vita andrà avanti inutilmente, senza conseguire alcuno dei tradizionali grandi obiettivi, ma dandovi l’illusione di essere un vip, quando avrete semplicemente riproposto un’esistenza da telefilm in una patetica declinazione per morti di fame.

Onde evitare di essere additato come un bigotto, represso sessuale, sessista che non tollera la libertà femminile e la parità di genere, è il caso, adesso, di far notare un paio di veri esempi di trasgressione, in cui sia contemplata la dimensione sessuale, ma che esulano dalle logiche di produzione capitalistiche. Si potrebbe considerare il noto Il diavolo in corpo, il romanzo di Raymond Radiguet – il Rimbaud della prosa. È la storia di un ragazzo appena quindicenne che intrattiene una relazione clandestina con una ragazza più grande di lui e già sposata, mentre il marito di questa è impegnato sul fronte durante la prima guerra mondiale. Al contempo, gli si potrebbe affiancare Luna di fiele, il romanzo di Pascal Bruckner, portato sul grande schermo in una mirabile trasposizione da Roman Polanski. In questo caso, la vicenda narra le sorti di una coppia parigina. Lui è un aspirante scrittore, lei una semplice parrucchiera dalla incomparabile bellezza. La loro relazione si evolverà in una spirale di perversione che andrà risolvendosi in una situazione senza uscita.

Raymond Radiguet e il suo Il diavolo in corpo e Pascal Bruckner con Luna di fiele

Raymond Radiguet e il suo Il diavolo in corpo e Pascal Bruckner con Luna di fiele

Non è importante adesso approfondire le trame delle singole opere. Quel che conta è concentrarsi sulle differenze che sussistono tra queste due e la serie televisiva summenzionata. Ciò che proprio salta all’occhio è che, in ambo i romanzi, l’attaccamento sensuale ed emotivo dei personaggi porta alla creazione di una dimensione chiusa ed eminentemente esclusiva rispetto al resto della realtà circostante. Entrambe le coppie dei diversi racconti danno vita insomma a un mondo altro che va a costituire un contraltare critico rispetto a quello diffuso nelle dinamiche antropologiche che li circondano. I protagonisti di Il diavolo in corpo, per esempio, nel segreto della notte, possono finalmente abbandonarsi alla passione che i costumi borghesi dell’epoca sembrano negare loro data la differenza di età e lo status sociale di sposa che grava sulla donna. Oscar e Mimì in Luna di fiele, a loro volta, finiscono per non uscire più dalla dimora di lui, dopo i primi tempi. La passione soppianta tutto il resto. Finanche l’amore estremo che sperimentano è qualcosa di differente dalla comune perversione indistinta che anima la persona affetta da patologie sessuali. La loro è esclusiva, limitata al rapporto a due. Bisognerebbe poi leggere le parole con cui la descrive Oscar. Quella che solitamente nei siti porno viene definita come golden shower, nel suo racconto diventa “il mio Rubicone sessuale, il mio Gange, un nuovo battesimo”.

Ecco le differenze con Sex and the City! La prima la dice il titolo stesso e sta nel rapporto tra la sessualità e l’ambiente circostante. La carnalità, in quella sua particolare inclinazione usa e getta, non ha bisogno di cercare nascondigli, di creare dimensioni parallele. Può serenamente palesare se stessa e spandersi per tutto l’immenso perimetro della città. Perché? Per il semplice motivo che, appunto, è in linea con l’universo sociale entro il quale si dispiega, ovvero l’America consumistica e neoliberale. Non costituisce mai con le sue dinamiche una reale possibilità di messa in discussione delle logiche dominanti. Per esempio, non rende improduttive le protagoniste. Lo si può tranquillamente praticare alla fine dell’orario di lavoro, andandosi a sedere al bancone di un bar, consumando un Cosmopolitan, e aspettando lo sguardo del maschio giusto con il quale poi passare la notte. Anzi, quello sfogo probabilmente aiuta a essere maggiormente efficienti il mattino successivo. Al contrario, in Il diavolo in corpo, il protagonista tralascia senza remore i suoi studi. In Luna di fiele, addirittura, Oscar chiede a Mimì di abbandonare il lavoro per non doversi mai separare da lei.

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È quest’ultimo testo, poi, a fare da paradigma a livello lessicale nella contrapposizione con la nota serie televisiva. Si sono evidenziati velocemente alcuni dei vertici poetici e delle immagini che il narratore attribuisce al protagonista maschile – e ce ne sarebbero una miriade disseminati lungo il testo. Nel caso di Sex and the City, al contrario, si nota come il linguaggio usato rispetto ai maschi sia di un cinismo e di una piattezza disarmante.

Gli uomini, nelle categorizzazioni delle protagoniste, sono solitamente “dotati, o microscopici; di successo, o falliti” e via dicendo. Quasi nessuno viene descritto per una qualche peculiarità d’animo che lo renderebbe veramente distinguibile dagli altri

Di solito una storia, quando sembra non funzioni nel giro di qualche giorno, viene immediatamente accantonata per fare largo alla successiva. Nessun maschio costituirà mai una questione di vita o di morte. Come si sarà dunque rilevato, Sex and the City non fornisce assolutamente alcun catalogo di trasgressioni rispetto ai dettami del pensiero unico oggi tanto in voga. Anzi, come paventava il già citato Marcuse, parlando delle nuove forme di dominio, la sessualità che attraverso la serie viene promulgata è del tutto in linea con quelle false libertà (“desublimazione repressiva”) di cui il sistema si fregia per far meglio accettare le sue reali volontà di dominio. Addirittura, più o meno come in Il nuovo mondo di Aldous Huxley, l’erotismo libero e spregiudicato viene imposto come unica opzione per le masse. Non per niente, è il legame che si crea a seguito dell’esclusività affettiva o sessuale a costituire un problema, una deviazione, una possibilità di alienarsi dal circuito della propaganda.

Ma senza scomodare grandi esempi letterari, si possono trovare, nel resto della produzione televisiva degli ultimi decenni, pregevoli esempi di contrapposizione alle storture della modernità. Spicca su tutti la serie  Black Mirror, apocalittica riflessione sulla nefasta influenza di tutti gli strumenti dotati di schermo interattivo (da qui il titolo di specchio nero) che letteralmente pervadono la nostra esistenza. C’è stato poi, immediatamente successivo a Sex and the City, l’intramontabile Desperate Housewives. In esso sì, finalmente, le contraddizioni, i cortocircuiti, e il malessere del sistema americano sono stati messi in luce con spietata indagine critica (almeno nelle prime stagioni). A quasi dieci anni dalla sua messa in onda, quel che resta è oramai unicamente un’arma datata di persuasione di massa. Ciò non toglie che studiare il fenomeno, le sue implicazioni e influenze sul costume sia fondamentale per capire la condizione di disarmo attuale. A rischio di suonare iperbolici, Sex and the City va considerato un Mein Kampf dalla nostra epoca scritto in immagini. Anche la propaganda si è evoluta con l’avanzare dei tempi.


Post scriptum per i non convinti: C’è solo una cosa più sciocca di Sex and the City ed è l’atteggiamento borioso e ottuso di chi ritiene non si debba (o non si possa) trattare in modo serio e critico qualcosa di simile. Lo stolto assunto di base sostiene tacitamente che esisterebbero argomenti alti sui quali spendere le proprie doti intellettuali e altri indegni di essere trattati da uno studioso della società e dei costumi, o di qualsivoglia altro ambito codificato dalle scienze umane. Chiunque possieda un poco di acume sa bene, invece, che non esistono argomenti degni o indegni, ma solo modi validi o meno di prenderli in esame.