Come dovrebbe essere oramai noto a tutti, il 17 aprile gli italiani saranno chiamati ad esprimersi, attraverso un referendum, riguardo alla possibile abrogazione di una norma che sancisce l’estrazione di petrolio e gas entro dodici miglia dalla costa “per la durata di vita utile del giacimento”. Il quesito interessa circa venti concessioni (di postazioni situate in varie regioni italiane, promotrici del referendum), che dovrebbero scadere tra il 2017 e il 2027: in caso di vittoria del Sì i permessi termineranno effettivamente in quel periodo, mentre con la vittoria del No sarebbero rinnovati sino all’esaurimento dei giacimenti. Il referendum non riguarda la costruzione di nuove piattaforme entro le dodici miglia (che sono già vietate), né interessa quelle al di là di questa distanza.

Detto ciò, iniziano i problemi. Da mesi, con un incremento esponenziale in questi ultimi giorni, si stanno esprimendo sempre più persone, movimenti ed enti in merito: da una parte, quella del Sì e del no triv, le grandi associazioni ambientaliste, le regioni interessate, i decisi sostenitori della decrescita e delle rinnovabili, ecologisti più o meno improvvisati e molto altro; dall’altra, a sostegno del No, i diretti interessati dei giacimenti (Eni ed Edison in prima fila), i sindacati, i credenti nel progresso e nelle fonti fossili, vari ed eventuali. Poi c’è chi si batte (PD in prima fila) per non andare a votare. Del resto, cosa importa dei quasi 400 milioni spesi, perché si è volontariamente deciso di non accorpare questo voto a quello delle amministrative? Chissenefrega, pensa Renzi, tirandosi così fuori dal calderone di slogan e luoghi comuni che continuano a caratterizzare questa fase di pre-votazione, raggruppati in questo articolo di Wired, e sintetizzati dalle recenti dichiarazioni di Grillo, che lasciano non poco perplessi: «Siamo all’assurdo, non si capisce nulla. L’unica cosa è andare a votare Sì sulla fiducia». Insomma, tutti dicono la propria, ma nessuno si ferma ad ascoltare l’altro, ognuno vuole affermare la propria verità servendosi della retorica e, per farlo, gonfia le informazioni, ergendosi a paladino di quello (l’ambiente) o di quell’altro (i lavoratori). Molti starnazzano dati (diversi a seconda dei casi), scimmiottano citazioni e cavalcano onde popolari di consensi, consapevoli e noncuranti del fatto che altri come loro faranno lo stesso. Ecco, di contro a qualsiasi forma di pensiero critico e di predisposizione al dialogo, la concretizzazione della “società dello spettacolo” di cui Guy Debord già parlava nel 1967: «Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno».

Sia chiaro, qui non si intende sostenere l’inutilità del referendum di per sé, come stanno facendo alcuni, né tantomeno biasimare l’eterogeneità delle posizioni, che sono espressione sia della via democratica, sia dei comprensibili interessi personali. Quello che si critica è la modalità attraverso la quale ci si sta avvicinando a questa votazione. Il gioco democratico, che trova la necessaria (seppur imperfetta) concretizzazione nel voto, dovrebbe essere caratterizzato da un’adeguata fase di discussione pubblica. Stefano Petrucciani, sulla scia dell’etica del discorso di Habermas e seguendo l’idea di democrazia deliberativa, scrive in proposito: «risulta evidente l’esigenza che i cittadini, prima di esprimere la loro volontà, acquisiscano attraverso la discussione pubblica delle informazioni sulle situazioni di fatto, sulle soluzioni possibili, sulle diverse proposte avanzate in merito; dopo aver esaminato attentamente tutti questi aspetti essi potranno anche modificare le loro preferenze di partenza o renderle più coerenti». Quando vengono a mancare queste caratteristiche, il gioco della democrazia si trasforma facilmente in un giogo, così come sta avvenendo in questo caso, nel marasma generale. Quando si è costretti a votare sulla fiducia o a starsene a casa, mentre le istituzioni tacciono (ma Mattarella, come suggerisce Grillo, non sarà veramente un ologramma?) e i tecnici (che mettono bocca sempre su tutto) rimandano una questione veramente tecnica al demos, significa che si è incappati in un cortocircuito. Il simbolismo che questa votazione racchiude è sicuramente importante, perché le idee che muovono una società sono fondamentali, e in questo caso i modelli proposti differiscono non poco. “Fidarsi” e credere che la vittoria del sì possa rappresentare un importante passo verso una società veramente ecologica, che pensi alle fonti rinnovabili come grande risorsa per il futuro, incentivandone l’utilizzo, appare comunque la soluzione migliore, anche se rischia di scontrarsi con l’empirica costatazione di un’incapacità, da parte del Bel Paese, di dar vita a progetti a lungo termine. Al di là di tutto, l’impressione è che, almeno nella qualità del dibattito, una grande occasione sia andata sprecata.