“Non divido il mondo in credenti e non credenti, ma piuttosto in dogmatici e pensatori riflessivi”
Frans de Waal

Negli ultimi anni, la cosiddetta “sfida ecologica” sta finalmente emergendo come una delle priorità da affrontare per l’umanità, dopo i ripetuti allarmi lanciati durante gli scorsi decenni (a partire dal celebre Rapporto sui limiti dello sviluppo del 1972). Le cause di questo processo sono molteplici, ma attribuibili principalmente a due fattori: la costatazione di fenomeni pratici, conseguenziali a politiche umane incoscienti, sempre più evidenti e per questo pericolosi (mutamenti climatici, scioglimento ghiacciai, deforestazione, ecc…); la sensibilizzazione di una parte dell’opinione pubblica mondiale, la quale, più o meno direttamente, ha focalizzato l’importanza che la Natura riveste per la vita (anche umana). Per queste ragioni, di “ecologia” se ne parla un po’ ovunque, in maniera spesso retorica o banale: non è un caso che anche i maggiori responsabili dei disastri ambientali (multinazionali e Stati) si sciacquino la bocca e si puliscano la coscienza, continuandosi a riempire il portafogli, con semplici slogan. È il caso della green economy tanto osannata a voce da Renzi, ma non supportata affatto dalle azioni, come testimoniato dalle parole di Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, tratte da un articolo su Linkiesta di Carmine Gazzanni: «Il Governo Renzi fino ad oggi ha impresso al Paese una direzione di marcia in campo energetico che fa l’interesse solo dei grandi gruppi energetici, legati alle fonti fossili». Di fatto, negli ultimi anni, in Italia, c’è stato un rallentamento spaventoso per quanto riguarda le fonti rinnovabili (con la totale cancellazione degli incentivi per il solare fotovoltaico e la drastica riduzione di quelli per impianti eolici ed idroelettrici), mentre continuano a pieno ritmo le trivellazioni per l’estrazione di petrolio e gas.

Anche da un punto di vista teorico, gli usi del termine ecologia non sono affatto omogenei. Dall’ecologia integrale di papa Francesco, alla dicotomia profonda-superficiale del filosofo norvegese Arne Naess, passando per quella dai tratti decisamente sociali di Murray Bookchin e considerando tutta una serie di definizioni ad essa correlate (dalla wilderness di Henry David Thoreau, alla decrescita di Serge Latouche), è possibile rintracciare una diversità indefinita di bisogni e fini all’interno del paradigma ecologico contemporaneo. Questo pluralismo culturale sarebbe totalmente positivo, se non trascinasse, ampliandola, una fallacia che caratterizza l’etica ambientale fin dai suoi esordi, come evidenziato da Sergio Bartolommei: «Ma se l’etica nasce per dare risposte effettive ai bisogni degli esseri umani, l’etica ambientale, a differenza della bioetica, è rimasta come impaniata nelle questioni “di fondamento”, e dunque ben lontana, al contrario di quest’ultima e almeno per ora, dal risultare rilevante per i problemi pratici della gente». In poche parole, la questione ecologica sarebbe stata così tanto articolata teoreticamente, al punto da dimenticarsi della sua urgenza pratica, per consegnarla nelle mani dei produttori (di merci e consensi) e delle masse. Perciò, i due fenomeni, il “populismo verde” e la “masturbazione filosofica”, non possono che essere visti come due facce della stessa medaglia.

Questi elementi sono commistionati al punto da far passare messaggi concretamente errati. Si pensi ai mesi trascorsi all’insegna dell’Expo, sponsorizzato ufficialmente dalle multinazionali del cibo spazzatura (McDonald’s, Nestlé, Coca-Cola, ecc…) e sostenuto tenacemente dalle istituzioni, durante i quali il semplice partecipare all’evento sembrava dare l’illusione di contribuire al benessere della Terra e di chi la abita. La realtà dei fatti mostra che non si nutre il Pianeta con una manifestazione (tra l’altro molto discutibile) di sei mesi, né mediante marce che ricordano altri tempi (l’ultima quella sul clima), ma attraverso pratiche quotidiane, le quali, dato l’immobilismo e la negligenza delle sfere alte della società, non possono che partire dal basso. Fare la spesa consapevolmente (prediligendo i prodotti locali), dedicarsi alla rivalutazione di un’area naturale degradata, progettare un ritorno alla terra (concepito dinamicamente e non come una nostalgica imitazione del passato) diventano così delle vere e proprie armi, nelle mani di tutti e da attuare a diversi livelli. In questo contesto, l’Italia ha tutte le carte in regola per divenire un’avanguardia ecologica, attingendo dal proprio passato degli elementi utili per il futuro. Del resto, l’ecologia, nella sua definizione essenziale, altro non è che lo «studio delle interrelazioni che intercorrono fra gli organismi e l’ambiente che li ospita» (Enciclopedia Treccani).

Il fulcro di qualsiasi paradigma ecologico, condiviso da tutte le sue eterogenee versioni, risiede nell’importanza di una visione di insieme, di un Tutto, e delle relazioni, molteplici e reciproche, tra le parti che lo compongono. Bisognerebbe centrare maggiormente l’attenzione su questa necessità, affinché quello che è, per adesso, solamente un intreccio di sentieri diventi un vero e proprio percorso a difesa della Terra.