Ogni epoca potrebbe essere incasellata in base alla tipologia di talento che più ha enfatizzato. È un’operazione divertente che ci aiuta ad affrontare la storia con maggiore vivacità. Se pensiamo ai  Greci in molti rievocheranno il talento di aggregarsi, se pensiamo ai Romani li si assoceranno al talento dei pragmatici, se si pensa agli illuministi ci accecheranno le intelligenze razionali, e così via per i secoli, cercando di edificare questa giocosa quanto bizzarra tassonomia. Alla fine si arriva al nostro tempo e si ha difficoltà a classificarlo per il solito problema di  esserci dentro fino al collo, obtorto collo naturalmente. E qui può esserci utile l’intuizione, che altro non è che una dotazione di fabbrica per aggirare questo ostacolo temporale e guardare al di là del recinto. In  questo caso l’intuizione ci suggerisce che il nostro è il tempo della semplificazione.

Semplificare in effetti è il talento più plaudito e al quale è tributato un maggiore successo. Il  motivo è lampante e anche logico:  la nostra è una società troppo complessa per essere compresa senza delle sintesi o degli schemi semplificatori. La quotidianità della maggior parte di noi è sintomatica di questa complessità: dal punto di vista razionale entriamo in contatto quotidianamente con, mi passi il termine Kant, dei noumeni come Internet e i cellulari di cui non conosciamo né la struttura né  il funzionamento interno. L’economia, che è il vero motore del mondo, è aliena ai non addetti ai lavori e la psicologia con tutte le miriadi di ricerche che vengono pubblicate in migliaia di università ogni giorno, non consente a nessuno di essere al passo con se stessa. Se poi consideriamo che tutte queste conoscenze comunicano tra di loro, finiamo per avere davanti la nostra reale situazione di dispersi, talvolta di dispersi specializzati, ma in ogni caso di apolidi culturali. Su questa prospettiva si capisce perfettamente il consenso che gli Italiani tributano in politica ai semplificatori. La politica è da sempre il luogo delle visioni e non è un caso che qui la semplificazione trovi le porte spalancate; ma purtroppo questo accade senza nessun filtro sulla qualità. Il Berlusconismo, che ha rappresentato l’apice della peggiore semplificazione politica toccata in Italia, non si è concluso con Berlusconi. Renzi e i suoi sono la continuazione un processo che vuole al comando politici poco pensosi, che usino parole semplici e che sappiano rappresentare il mondo fumettisticamente. Alla lisa contrapposizione che era solito fare Berlusconi  tra uomini generosi e comunisti si è sostituita quella più renziana tra entusiasti e gufi e così siamo di nuovo al manicheismo e alla riduzione ai minimi termini delle sfumature che caratterizzano la società. È vedendo questi rappresentanti politici e questo loro modo di schematizzare, che alla fine la maggioranza si convince che occorre percepire il mondo come un plastico di Bruno Vespa,  cioè come qualcosa fatto di blocchi perfettamente stuccati  e non come un magmatico Pollock pieno di incomprensibili schizzi.

Il punto non è tanto se semplificare sia un male o no, dal momento che è comunque una contromisura inevitabile per sopravvivere nella grandine di informazioni che ci cadono addosso. Risulta invece più utile distinguere questa operazione in due sottospecie. Esiste d’altronde una semplificazione che potremmo definire chirurgica e una semplificazione, per così dire, conservativa. Per intenderci diciamo che quella chirurgica è quella che prevede delle asportazioni di realtà. In sostanza i semplificatori che ne fanno uso,  per istruire le persone,  riducono il panorama della realtà tagliandone arbitrariamente delle parti. In questa operazione l’arbitrio può diventare sinonimo di manipolazione perché è chiaro che escludendo alcuni capitoli da un libro si ha un altro libro. Gli effetti di questa semplificazione sono diffusi: tutti coloro che pensano che tagliando gli stipendi ai politici si risolva il problema economico italiano sono vittime di questo genere di semplificazione, indotta, in questo caso, dal giornalismo. I social network, importanti indicatori di questo fenomeno,  non solo non si pongono in contrapposizione rispetto a questa tendenza ma la assecondano al punto da diventarne icone. Pensiamo a Facebook ad esempio. Al di là della possibilità di scrivere dei pensieri, i cosiddetti “stati”, le principali operazioni che si possono attuare rispetto agli altri sono: “condividere” e mettere “mi piace”, qualcosa di infinitamente ridotto in proporzione alla gamma di posizioni che potremmo assumere rispetto a una pubblicazione.

Poi abbiamo la semplificazione conservativa cioè quella che addensa tutto intorno a pochi termini giocando sul rapporto inverso tra densità e volume del discorso. Questa semplificazione è quella che salta i passaggi ma rimanda a un titolo per approfondire, è quella aforistica, è quella fulminante di chi ha una visione aerea delle cose (la visione aerea, essendo una visione d’insieme, in politica può somigliare all’ideologia ma in realtà la esclude). Di questo genere di semplificatori abbiamo bisogno: abbiamo un infinito bisogno! Occorre che la gente impari a distinguere le due semplicità. Solo così  si neutralizzerà il successo incredibile di quei politici che ragionano secondo uno brevissimo codice  binario, la cui esplicazione tradisce un algoritmo davvero demenziale. Soffermiamoci sulla semplicità con occhi diversi, scandagliamola e sentiamone la consistenza. C’è una semplicità che trasuda complessità e che deriva dalla stessa complessità e una semplicità che invece fa rima con siccità: siccità emotiva, intellettuale, razionale, siccità di fantasia.

Cominciamo a scuola ad esempio: i temi sono importanti, approfondire è essenziale, dilungarsi scrivendo è propedeutico a quegli incontri dilatati da una fila alla posta,  ma non  è meno utile alla formazione di uno studente scrivere una mezza dozzina di aforismi su una tematica. Formiamoci alla semplicità alta. La differenza tra le due cose, per intenderci, è quella che passa tra un aforisma di Kraus e un Tweet di Salvini: suvvia non è difficile scovare le differenze!