Nel 1952 dalle vette dell’Alta Svevia, il filosofo tedesco Ernst Jünger scrive un trattato dal nome Der Waldgang, conosciuto da noi come il Trattato del Ribelle.
Letteralmente “der Waldgang” indica colui che passa al bosco, definizione presa in prestito da Jünger dall’antica tradizione nordico-germanica con cui identificava il proscritto che sceglieva di ritirarsi nella selva. Il Ribelle è dunque il confinato, l’emarginato, il bandito che (ri)torna all’ambiente primordiale e assoluto del bosco per fuggire il mondo materialista della “Zivilisation”. É su questa falsariga filosofica introdotta nel ‘900 da Jünger che si dispiega il saggio di Claudio Risé, Il Maschio Selvatico 2 ( San Paolo Edizioni, pagg. 280, € 14,50 ), versione aggiornata del libro cult uscito negli anni ’90 che, attraversando mitologia, religione, storia e letteratura fino ai nostri giorni, analizza e puntualizza la controversa questione della “morte dell’Uomo vero”.
Il motto è quello davinciano: “Il Salvadego è colui che si salva”. Come? Da solo – con buona pace della Mazzantini, diremmo noi.

Nella società occidentale iper-burocratizzata, in cui ogni aspetto della vita del cittadino viene monitorato, il selvatico è chi invece non deve chiedere di “essere salvato”. Per questa sua armonia con il mondo naturale – sottomesso ormai dall’uomo delle macchine – il maschio selvatico si staglia nel panorama sociale come l’antidoto al maschio “in crisi d’identità”, frutto di un ambiente asfissiante dominato dall’economico e dalla nevrosi narcisistica. Ecco la via del bosco jungeriana: accettando il perturbante mondo animale, selvaggio, incontaminato e sacro si vuole riconoscere il proprio fondo primordiale, sotto cui si cela l’Identità. Ma il lato selvatico dell’uomo non può che scontrarsi con la società delle buone maniere, dove il “politicamente corretto” è di casa e tutto ciò che è naturale, genuino e fisico viene tacciato come rozzo e retrogrado.

Risé, da attento psicanalista e appassionato studioso, incrocia dunque le grandi narrazioni europee con i sogni ricorrenti di uomini in difficoltà, e “curando”, attraverso le pagine del libro, gli scettici riguardo l “homo salvadego”. Non sorprenda infatti che oltre al mito di Parsifal e altri della tradizione occidentale vengano presi come esempi di veri uomini Cristo e San Francesco, i quali hanno avuto un rapporto sincero e autentico con la natura ed hanno basato il loro insegnamento proprio sul rispetto e la santificazione di questa. Lo scrittore sottolinea quindi l’importanza di ridare centralità all’uomo selvatico perché in grado di sfuggire al controllo di quegli enti che pretendono di “salvare” le persone invadendo qualunque spazio personale, da quello religioso a quello familiare, fino a quello sessuale, per assumersi la responsabilità del proprio stare al mondo, al di là delle logiche consumistiche e mercificanti.

Risé non trascura il presente, ma anzi delinea un interessante quadro del momento storico per risalire alle radici della sua crisi culturale: padri assenti o irresponsabili, madri asfissianti e onnipresenti, figli iperprotetti che tentano di ritardare sempre più il “distacco dalla madre” ( e qui le competenze psicanalitiche dello scrittore vengono in aiuto ) per terrore dell’impatto con il mondo adulto e le sue responsabilità. I fautori di questo nuovo ordine – non a caso gli stessi promotori della teoria gender che fa presa sulle coscienze indebolite degli individui – temono il selvatico e lo condannano, insieme a tutto ciò che risulta essere maschile, rude, autorevole, istintivo. Perché? Perché difficile da controllare, da contenere, ma soprattutto perché sfugge alla legge dell’economico in quanto repellente ad ogni sorta di distrazione consumistica.
L’unico appello alla libertà, dunque, non può che essere questo: Selvatici di tutto il mondo, unitevi!