“…ci vuole un gruppo di persone convinte su quest’aspetto. Basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare. E bisogna distruggere, distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno del ganglo dell’organizzazione che si vuole distruggere (…) Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e questa cosa va fatta nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta velocemente, con decisione, senza requie. Dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. È facile (sorride)”

Il brano riportato non appartiene ad un vecchio manuale rivoluzionario degli anni Settanta, né è parte d’un reperto saltato fuori da qualche covo brigatista fuori tempo massimo: l’elegante autore di tale capolavoro dialettico si chiama Francesco Starace, da due anni amministratore delegato dell’ENEL, ospite gradito e riverito di una conferenza svoltasi alla Business School (l’inglese in questi ambiti è obbligatorio) della LUISS nell’aprile scorso. Invitato dalla Associazione Giovani Opinion Leader– il Lettore trattenga le risate, non è elegante- il vellutato e mellifluo leader aziendale ha tenuto una conferenza colta innanzi un’adorante folla di rampanti studenti smart, pronti a recepire i segreti del successo dalla viva voce di uno stimato e prestigioso manager, modello di una vita di successo e benessere.  Nell’Università di Confindustria si è quindi illustrato alle nuove leve del capitalismo italiano cosa voglia dire gestire un’azienda di dimensioni internazionali: bastone, bastone, e ancora bastone.

Al netto dei suadenti modi di fare, dei sorrisi di circostanza, dell’eloquio salottiero, i venti minuti di edificante lezioncina sono aberranti: la filosofia imperante del cambiamento si innesta con i peggiori istinti del turboliberismo, mostrando per una volta tutte le mostruose contraddizioni di un sistema economico alienante e antiumano. Nell’anno di grazia 2016 si riesce ad ascoltare, senza alcuna reazione, brutture così disarmanti ed odiose, informate a quella barbara etica del Lavoro di gretto stampo Ottocentesco fatta di sfruttamento, oppressione, paura.

“La paura? – continua Starace – Non la paura: come dire, se il cambiamento siamo convinti, è giusto, e tutto sommato il capo sono io, quindi si fa. E dopodiché la cosa succede”

Alla guisa dell’uomo medio, elettore inutile e dannoso, da schiacciare con la logica del fatto compiuto (manuale Juncker, capitolo I),  il lavoratore, per costoro, risulta un servo piegato al volere del capo senza alcun diritto, incapace di poter ragionare e partecipare alla vita dell’azienda che egli stesso mantiene con la sua fatica quotidiana. Il (poco) salario concesso non è che una mancia, uno scarto del lauto pasto consumato dai mercati, dagli azionisti, dagli investitors: zero diritti, tanta fatica, nessuna valorizzazione dell’essere umano.

Non ti piace? Vuoi di più? Prego, quella è la porta, goodbye!

Il turbocapitalismo ringrazia, e lievita tritando vite ed emozioni di milioni di schiavi salariati. D’altronde, perché i sindacati e i partiti “di sinistra” dovrebbero interessarsi alle sorti di gretti ex-piccoloborghesi, ignoranti, brutti e stanchi? Le battaglie più attraenti e più eccitanti sono ben altre, suvvia compagni, si sa: dall’immigrazione ai diritti cosmetici delle comunità LGBT, dalla difesa spassionata dell’euro alla lotta vigile ad ogni rigurgito di Fascismo, i radical chic da operetta son sempre pronti a difendere tutte le cause che non disturbino il Capitale liberista. Volete forse spezzare il filo vitale che lega le marionette al burattinaio? Che crudeltà! Mentre i quisling del Lavoro permettono dunque la sostanziale distruzione di secolari conquiste sociali, le università spacciano come dolci pasticche le falsità del liberismo, mantenendo inalterato un criminoso moto perpetuo che conduce direttamente al feudalesimo 2.0, nella meschina indifferenza delle masse rimbambite dall’informazione di regime. In questa valle di lacrime post-moderna la lotta di classe è stata persa dai lavoratori senza quasi accorgersene, circuiti e illusi da pagliacci vili e viscidi, pronti a tradire il metalmeccanico e l’impiegato per una ciotola di benefit. Se l’Italia è divenuta la terra di padroni opprimenti e ipocriti  noi osiamo recuperare, ancora una volta, la memoria e l’opera di un genio italiano, quell’Adriano Olivetti che ancora  mostra, a mezzo secolo di distanza, la via vera e profonda del progresso e della giustizia sociale

“Conoscevo la monotonia terribile e il peso dei gesti ripetuti all’infinito davanti a un trapano o a una pressa, e sapevo che era necessario togliere l’uomo da questa degradante schiavitù. Bisognava dare consapevolezza di fini al lavoro.
La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica. Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e agricoltura, produzione e cultura. A volte, quando lavoro fino a tardi vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza”