di Gabriele Zuppa

Quando il cattolicesimo abbraccerà il mondo, quando l’abbraccio sarà totale e il cattolicesimo compiuto, potrà allora veramente dirsi cattolico, ma non potrà più intendersi – contro il suo etimo (dal gr. katholikós: ‘universale’) e come viene perlopiù ancora inteso – come parte che aspira a farsi tutto, a sostituirsi a tutto. Storicamente il cattolicesimo ha inteso la sua missione come conversione dei non cattolici alla dottrina “cattolica” e a causa di questa tradizione fatichiamo a comprendere come debba essere inteso oggi, alla luce delle sue conquiste, secondo la sua più propria essenza. La più appropriata comprensione della sua intima vocazione, vocazione incarnata nella figura di Cristo, è finalmente esplicitata nel Concilio Vaticano II: «il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani». Non solo, abbraccia anche tutti coloro che cercano Dio, ovvero anche coloro che «si sforzano di compiere con le opere la volontà di Lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna». Di più: «tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro [negli uomini] è ritenuto dalla Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo». Così, non bisogna intendere che farà parte del Regno dei Cieli chi si sforzi di compiere la volontà di Lui, ma chi si sforzi di compiere opera buona, cioè si sforzi ad acquisire coscienza di quel che fa; colui che si sforzi di fare ciò, anche senza sapere di compiere la volontà di Lui, egli la compie.

La coscienza, per comprendere che la volontà di Dio è la realizzazione del bene e che per realizzare il bene bisogna averne coscienza – quindi affinché la coscienza comprenda ciò che deve fare: divenire sempre più cosciente –, ci ha impiegato due millenni. L’ha capito a colpi di ciò che interpretava fossero eresie. La Chiesa cattolica, prima di comprendere la sua essenza (il messaggio universalistico di Cristo), si è sbagliata infinitamente, e clamorosamente. Con Lutero, la cui predicazione era volta principalmente a sottolineare come il buon operare derivi dalla fede, ma che la fede sia alimenta dalla coscienza. Il bene, secondo il teologo agostiniano, non proviene dalla fede intesa come dogma, bensì dalla fede intesa come credere in ciò che si sa. O se si vuole: credere ai dettami della propria coscienza, non ai dettami irriflessi dell’autorità. Ma prima di lui si staglia poderosa la figura di Averroè, che insegna a non aderire alla lettera morta, cioè incosciente, dell’autorità, neppure alla lettera delle Scritture, del Corano. Se esse non vengono comprese, esse non sono la parola di Dio, perché Dio è la Verità cui solo lo sforzo della coscienza può avvicinare, come ci spiega nel Trattato decisivo: «dal momento che la nostra religione è vera e incita a un’attività speculativa che culmini nella conoscenza di Dio, noi musulmani non possiamo che essere fermamente convinti del fatto che la speculazione dimostrativa non può condurre a conclusioni diverse da quelle rivelate dalla religione, poiché il Vero non può contrastare col Vero, ma anzi gli si armonizza e gli porta testimonianza». Di conseguenza: se alla luce della consapevolezza raggiunta dalla nostra coscienza nello studio delle Scritture e del mondo – nel quale il Verbo pure si manifesta – parti delle Scritture dovessero non armonizzarsi con il resto del nostro sapere acquisito, allora «si presenta la necessità di un’interpretazione allegorica delle Scritture».

Sulla scorta del Concilio Vaticano II, di Lutero, di Averroè, di tutti coloro i quali non abbiamo qui menzionato, possiamo comprendere questi versetti del Corano: «quelli che hanno creduto, quelli che praticano l’ebraismo, i cristiani, i sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compie opera buona, avranno la loro ricompensa presso il Signore. Per loro nessun timore, e non verranno afflitti». L’universalismo è, naturalmente, proprio dell’Islam, che con Maometto, sei secoli dopo Gesù, portò la buona novella nell’Arabia preislamica. La buona novella sa che il Regno dei Cieli è innanzitutto una dimensione del cuore, della coscienza, che nella misura in cui si riesce a  realizzare dentro di sé, si realizza anche sulla terra, come riporta Matteo nel suo Vangelo: «Non vi affannate ad accumulare tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano, dove ladri scassinano e portano via. Accumulatevi tesori in cielo, dove tignola e ruggine non consumano né ladri scassinano e portano via. Infatti, dov’è il tuo tesoro, lì sarà pure il tuo cuore». E prima ancora, ad insegnare che all’uomo buono non può capitare nulla di male e che è preferibile subire ingiustizia che compierla e molte altre verità oggi come allora incomprese, vennero Socrate e Platone, che così ci parlarono del Regno dei Cieli: «quando si presentano davanti al giudice, Radamanto – nel caso di quelli dell’Asia – li ferma ed esamina ciascuna anima, senza sapere a chi appartiene. A volte mette la mano sull’anima del Gran Re o di qualche altro sovrano o di un gran signore, e vede che in essa non c’è niente di sano: la vede tutta piena di cicatrici e di frustate – i segni degli spergiuri e delle cattiverie, poiché ciascuna azione lascia un marchio nell’anima; vede che tutto è distorto per l’abitudine alla menzogna e all’insolenza, e che non c’è niente di diritto in essa, perché è cresciuta lontano dalla verità; vede che l’anima è tutta sproporzionata e sgraziata, a causa del suo comportamento licenzioso, molle, violento, scostumato. Vedendola così, subito la caccia disonorevolmente in prigione, dove l’anima deve andare per sottoporsi ai meritati castighi» (Gorgia, 524d-525a).

Chi oggi argomenti per separare si mostra ignorante: storicamente, filosoficamente, strategicamente. L’Islam contribuì in maniera decisiva a fare uscire l’Europa dall’ignoranza e dalla barbarie del Medioevo; chissà che oggi possa contribuire in maniera decisiva a fare uscire l’Occidente dall’ignoranza e dalla barbarie che ancora oggi, in forme differenti, lo affliggono.