di Giovanni Peparello

La buona scuola prevede, fra le altre cose, un monte ore da gestire per l’alternanza scuola-lavoro negli ultimi tre anni degli istituti superiori. Duecento ore complessive per i licei e quattrocento per gli istituti tecnici. L’idea nasce da un’esigenza e da una constatazione: la scollatura tra gli apparati teorici scolastici e la pratica del mondo del lavoro. Constatazione che, forse, è la traduzione di una lamentela dei datori di lavoro nei confronti dei lavoranti, stufi- a loro avviso- di giovani che non sanno più lavorare, che non hanno alcuna capacità pratica.

Le duecento e le quattrocento ore vanno spalmate, idealmente, su tutto il periodo dell’anno. Per l’impreparazione e l’incertezza dell’apparato, tuttavia, soltanto adesso stiamo vedendo i risultati dell’intenzione, in una corsa sfrenata che tenti di regolare i conti giusto in tempo per la fine dell’anno. Per l’essenza stessa della riforma le ore lavorative vanno inscritte durante l’orario scolastico. Possiamo quindi trovare casi in cui, ad esempio – e nel peggior esempio possibile – lo studente di un liceo classico una bella mattina, invece di andare a scuola, si trovi a spazzare il pavimento di una pizzeria. Perché la riforma non specifica che il lavoro sia inerente all’ambito studiato. Sarebbe auspicabile, certo, ma la carenza di mezzi, di esercizi pronti a offrire aiuto, hanno creato una situazione in cui valgono la casualità e l’improvvisazione. Cosicché possiamo trovare scuole o classi che, in virtù delle loro conoscenze e parentele, riescano ad ottenere posti adeguati per l’attività lavorativa; mentre altre scuole o altre classi devono affidarsi alla Provvidenza. C’è da dire che, almeno per quanto riguarda gli istituti tecnici, la riforma dimostra una certa intelligenza – un’intelligenza immediata e intuitiva che, di fronte al problema, frettolosamente scova una soluzione e la impone, trasportandola dall’iperuranio al mondo materiale e affidandola alle cure dei propri sottoposti. C’è evidentemente un’impreparazione di fondo da parte di chi, finito un tecnico, dovrebbe teoricamente già essere un lavoratore rifinito e preparato.

Per quanto riguarda i licei le imposizioni appaiono inutili, se non controproducenti. Se le nuove generazioni non sono più dotate di praticità, se non hanno esperienze tecniche o di alcun mestiere, la colpa non è della scuola. Nessuno ha mai vietato a uno studente di lavorare come cameriere serale o estivo per mantenersi agli studi. Chi non lo fa è perché non ne ha bisogno. Saltare ore di studio – di un ambito scelto in base alle preferenze e alle capacità – per imparare qualcosa che non si ha mai avuto voglia né bisogno di fare è un’idea che può nascere solo da quel tipo di intelligenza frettolosa. Una scuola dovrebbe impegnarsi a formare delle intelligenze. Il modo di studiare in Italia, astratto e teorico, non può essere risolto con interventi da rattoppatore: tanto più se anche i legislatori se ne fregano della possibilità di terminare i programmi. Programmi che rifletto l’arretratezza della mentalità e che presentano, ad esempio, autori italiani primo novecenteschi come ultimi alfieri della Letteratura Contemporanea. Talvolta si tenta di nascondere le macerie sotto il tappeto con sporadiche dichiarazioni di modernità: è il caso della presentazione, alla maturità, di testi di autori che possono essere stati lambiti dai programmi solo per casualità, improvvisazione, o precisa preferenza dei prof. Il caso limite è quello del 2013 con un brano di Claudio Magris, attualissimo e modernissimo, ma ben al di là dell’orizzonte degli eventi. Si verifica quindi una scollatura tra la scuola italiana e il proprio tempo. Al confronto l’altra scollatura, quella tra scuola e lavoro, sembra un’inezia, un’altra toppa rammendata da qualcuno che da troppo tempo non frequenta gli ambienti reali, non ne percepisce l’odore frusto e ammuffito.

E se il compito della scuola è quello di formare intelligenze, di renderle vive e forti, per quanto tempo saranno ancora possibili gli interventi di sartoria prima che il sistema si sfaldi del tutto? Rimane l’unica possibilità di una riforma attenta e calcolata. Una riforma che non potrà mai essere possibile senza programmazione, che dovrebbe partire anch’essa da una constatazione: abbiamo bisogno di persone intelligenti. Senza intelligenze potremmo, semmai, solo alzare le mani, indicare colpevoli a caso, e lamentarci – lamentarci della nostra condizione di italiani, come se fosse una malattia o una disgrazia. E invece è solo mediocrità.