Il 42,5 per cento dei pensionati Italiani ha un reddito di pensione inferiore a 1000 euro. Il 12,1 per cento, addirittura, vive sotto la soglia fatale dei 500 euro mensili: in numeri, parliamo di oltre otto milioni di uomini e donne che sopravvivono a stento, con una retribuzione chiaramente inferiore a ogni standard civile. Il tema delle pensioni è uno dei più vili campi di battaglia della visione economica neoliberista; per i sacerdoti del sacro verbo di Friedman e Von Hayek, catechizzato dai diaconi di Bruxelles e Francoforte, è inammissibile che un individuo, soltanto perché Uomo, possa ricevere, una volta entrato nella terza età, un sostentamento da parte dello Stato. In Italia la grancassa della propaganda prezzolata ha trovato terreno fertile, e comodi greggi da indottrinare: ogni qual volta si affronta l’argomento, scatta in automatico il mantra delle baby pensioni e delle regalie del sistema retributivo, entrambi retaggio di quella scellerata Prima Repubblica di ladroni, nani e ballerine, in cui gli italiani improduttivi e corrotti godevano e spassavano senza pensare alle sempre citate future generazioni.

Qualunque dissenso argomentato è corrotto e soppresso da questa reductio ad pentapartitum: il senso di colpa presunta instillato dai tromboni televisivi ha preparato il terreno per il massacro sociale delle riforme pensionistiche, di cui l’ultima a firma Fornero è l’idealtipo indiscusso. Sfugge che quell’aborto giuridico fu fatto per “salvare l’euro” sulla pelle di milioni di esodati, così come risulta incomprensibile alzare l’età pensionabile fin quasi alla veneranda soglia dei settant’anni, condannando alla schiavitù semiperpetua i lavoratori. Ci dispiace essere ripetitivi, ma l’essenza del problema è sempre la stessa: l’eurocrazia derivante da Maastricht ha imposto la distruzione delle conquiste sociali, soprattutto nel campo del Lavoro e della Previdenza, in favore di Sua Maestà la Finanza transnazionale. Non si spiega altrimenti perché lo stravolgimento dello Stato sociale italiano inizi nel 1992 e continui per tutti gli anni Novanta, fino ed oltre l’ingresso nella moneta unica.

Fino all’annus horribilis 1992, infatti, il sistema previdenziale italiano prevedeva un’età pensionabile umana: 60 anni per gli uomini, 55 per le donne. Il metodo retributivo calcolava l’assegno in base all’importo dell’ultimo stipendio e ai modesti importi contributivi versati: il potere d’acquisto era difeso grazie alle rivalutazioni annuali, rapportate all’inflazione e ai salari.
Dal 1969 il meccanismo aveva funzionato senza presentare grosse disfunzionalità: la liretta e le politiche a deficit positivo del Tesoro riuscivano ad alimentare la crescita del welfare italiano senza gravare oltremodo sul debito nazionale. Erano gli ultimi bagliori di progresso del Trentennio glorioso informato ai dettami di J.M. Keynes. Negli anni Ottanta l’aggancio della lira al cambio fisso dello SME distrusse il perfetto meccanismo dell’economia italiana, aggravando a dismisura il debito pubblico e preparando al contempo il campo alla macelleria dell’epoca di Tangentopoli e del Governo Amato. Le pensioni condivisero il destino di un paese intero, sacrificati sull’altare dei parametri e delle direttive europee, in nome di un folle odio ideologico verso tutto quello che sa di Stato, pubblico, sociale, che non sia piegato alle logiche del Dio Mercato.

Se, ad oggi, chi ha la fortuna di lavorare è letteralmente sepolto dalla montagna di contributi previdenziali e vede come un miraggio la soglia della pensione; se un pensionato vive a stento con un assegno dell’INPS vergognoso; se, insomma, le condizioni di lavoro e di riposo non sono dissimili dal primo XIX secolo, occorre ringraziare solo e soltanto chi ha scelto di percorrere la via che conduce a Bruxelles gettando nel Mediterraneo la nostra Costituzione e la nostra Storia.
Questo, e non le baby pensioni, è il vero crimine nei confronti delle nuove generazioni di Italiani.