Sarajevo ospitò la XIV edizione dei Giochi Olimpici invernali otto anni prima di diventare la protagonista del più lungo assedio della storia moderna, durante il quale vide affrontarsi le forze del governo bosniaco contro l’Armata Popolare Jugoslava e le forze serbo-bosniache. La città si trovò a competere contro Giappone e Svezia per assicurarsi il ruolo di ospitante dell’olimpiade. Nonostante le altre città offrissero servizi e offerte turistiche più allettanti della cittadina bosniaca, Sarajevo fu scelta perché considerata “la città di un popolo amichevole e di gran cuore”, come scrissero giornalisti al tempo. L’olimpiade si svolse dal 8 al 19 febbraio, un mese che aveva sempre portato la neve nella città, sempre tranne quell’anno. Le strutture erano già pronte dall’anno precedente, eppure ad una settimana dal grande evento, a Sarajevo ancora non era arrivato il grande freddo. Solo la notte prima della cerimonia di apertura, la neve cadde sulla città, la mattina dopo, più di mille persone aiutarono a spianare le piste.

Quella di Sarajevo fu la prima olimpiade organizzata in un paese comunista: la Jugoslavia era divisa in sei repubbliche di cinque nazioni, in cui si parlavano quattro lingue diverse e professavano tre religioni, la Croazia e la Slovenia godevano di un’economia più florida di quella della Bosnia Erzegovina, ma nonostante questo le olimpiadi di Sarajevo furono considerate un gran successo. 49 paesi partecipanti, 250 mila biglietti venduti, due miliardi di telespettatori e novemila nuovi posti di lavoro. La Germania dell’Est ne uscì come nazione con più ori, seconda solo all’URSS per numero di medaglie totalizzate (25), seguita dagli Stati Uniti. L’orgoglio jugoslavo venne soddisfatto dall’argento nello slalom gigante dello sciatore sloveno Jure Franko.

L’olimpiade terminò il 19 febbraio del 1984. Come spesso accade in seguito a questi importanti eventi mondiali, le strutture costruite per la celebrazione dei quattordicesimi Giochi Olimpici vennero abbandonate. Accanto al comportamento del governo jugoslavo, che non investì abbastanza fondi nella manutenzione degli impianti sciistici, vi è da aggiungere il contributo devastante che la guerra in Bosnia portò con sé. A distanza di soli otto anni, nel 1992, la città di Sarajevo fu rasa al suolo dai bombardamenti. Gli edifici olimpici vennero distrutti, così come le abitazioni delle persone, bersagliati come tutto ciò che aveva dato forma alle storie degli abitanti della città. Il centro sportivo Zetra, che ospitava la pista di pattinaggio dove Jayne Torvill e Christopher Dean riscrissero la storia del pattinaggio artistico, e nel quale fu celebrata la cerimonia di chiusura dei giochi fu incendiato e bombardato. Il quartiere olimpico di Dobrinja nel quale dopo la fine dei giochi erano stati assegnati più di duemila appartamenti ai civili, rimase assediato per tutta la durata della guerra. La pista da bob sul Monte Trebevic fu minata in tutti i suoi tre chilometri di lunghezza; il podio su cui fu premiato lo sciatore sloveno Franko fu usato come base per le fucilazioni dei prigionieri delle forze serbo-bosniache. Ancora oggi minima parte di queste strutture sono state recuperate e ricostruite, come il centro Zetra, ricostruito dalle macerie nel 1999. L’esperienza del 1984 tuttavia non fu l’unica occasione in cui i milioni spesi per la costruzione degli impianti olimpici rimasero privi di utilizzo, per i XXVIII Giochi Olimpici di Atene dell’agosto del 2004 furono investiti quasi dieci miliardi di euro per gli impianti, oggi, dopo undici anni le strutture cadono a pezzi per mancanza di manutenzione, le piscine per le gare di nuoto e pallanuoto sono state prosciugate e mai più utilizzate. Ciò che accadde ad Atene nel 2004 contribuì alla crisi dalla quale la Grecia fu investita a partire dal 2009-2010, ma nonostante questo, è diventato anche il motivo per il quale sempre più città, durante gli ultimi anni, hanno iniziato a ritirarsi dalla competizione per ottenere il diritto di ospitare le Olimpiadi.