La nostra è un’epoca povera. Un’epoca in cui siamo riusciti a “sfondare le porte misteriose dell’impossibile”, lasciandoci, ahimè, terra bruciata alle nostre spalle. Viviamo nel periodo storico più opulento, grasso e fastoso della storia, eppure siamo poveri, depredati dalla linfa vitale che agita un popolo: gli esempi. Quegli uomini, quelle donne, quegli eroi che hanno fatto della propria vita “un’opera d’arte”, consacrando la propria esistenza al sacrificio. Un termine che oggi sembra connotato da un alone di negatività, come se il sacrificarsi sia un modo ingenuo di farsi fregare dal prossimo. Il nostro sacrificio più grande sembra solo quello di alzare una matita al cielo, urlando “Je suis…”. Il Sacrificium implica il significato di sacer facere, rendere sacro, ovvero mettere un qualcosa in contatto con il Sacro, riportare un gesto rituale nella sua dimensione sacrale: un contatto tra l’umano ed il divino, immolandosi per un bene superiore. L’antropologo Robertson Smith, nei sui studi sulle popolazioni semitiche, rintracciò nel sacrificio una funzione sociale oltre che spirituale. Egli infatti sosteneva che ogni sacrificio in origine era una forma di comunione, grazie alla quale membri di un gruppo sociale rinnovavano il senso di solidarietà e di appartenenza alla comunità. Guardando indietro la storia è costellata da innumerevoli sacrifici, in cui degli uomini hanno immolato la propria vita per la comunità, per un bene superiore. Ed è l’esempio di Catone l’Uticense che preferì togliersi la vita piuttosto che vivere da schiavo, oltre che da sconfitto. “Fece questo non per paura, ma perché amava fortemente la libertà e non voleva in nessun modo piegarsi di fronte a chicchiessia, e riteneva il perdono di Cesare cosa molto più dura della morte.” Un exemplum, la cui portata fu tale che lo stesso Dante, nella sua Commedia, lo collocò all’entrata del Purgatorio, sebbene fosse suicida oltre che pagano.

Contrariamente alla dottrina Cristiana, nel mondo antico il suicidio veniva considerato come indice di un’elevata caratura morale. Nelle Epistolae ad Lucilium, Seneca scrive: “Non è opportuno, sai, conservare la vita in ogni caso; essa infatti non è di per sé un bene; lo è, invece, vivere come si deve. Pertanto il saggio vivrà quanto a lungo gli compete, non quanto più può; osserverà dove gli toccherà di vivere, in quale società, in che modo e quale sarà la sua attività.” Un insegnamento che sembra rivivere nell’esperienza di uno scrittore francese, uno di quelli che la stampa liberale ha condannato alla damnatio memoriae. Dominique Venner, saggista ed attivista francese, donatosi la morte nel 21 Maggio 2013. Un uomo libero che scelse un luogo altamente simbolico per compiere un gesto altrettanto significativo: la cattedrale di Notre-Dame, un edificio rappresentativo del genio europeo. Un atto estremo di fondazione, oltre che di protesta, che suggella una vita all’insegna della ribellione contro un mondo avvelenato che pretende di distruggere le culture, le identità e la bellezza insita nelle differenze.

“Perché mi do la morte. Sono sano di spirito e di corpo e sono innamorato di mia moglie e dei miei figli.
Amo la vita e non attendo nulla nell’al di là, se non il perpetrarsi della mia razza e del mio spirito.
Cionondimeno, al crepuscolo di questa vita, di fronte agli immensi pericoli per la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire finché ne ho la forza; ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà.
Offro quel che rimane della mia vita nell’intenzione di una protesta e di una fondazione.” Dominique Venner, Lettera prima del Suicidio