Questo non vuole essere un appello lacrimevole che invita a compiere un gesto di solidarietà nei confronti di un’impresa italiana in difficoltà. Al contrario, vuole essere un’equilibrata raccomandazione. Che ha in sé del munifico, ma anche del calcolo.

Mentre la filosofia contemporanea predica quale prassi sommamente virtuosa l’altruismo incondizionato, quel tipo di solidarietà sconfinata che appartiene alle sole corde dell’Onnipotente, noi, che aspiriamo a una generosità più praticabile, riteniamo che essa debba avere di necessità un destinatario scelto, o altrimenti diverrebbe ingenerosa. Ci consideriamo insomma fatalmente aggrappati all’idea del bene e del male, come il contadino all’idea del grano e della gramigna, e il signore a quella delle buone e delle cattive maniere. E il fatto che stavolta il nostro altruismo abbia come oggetto niente meno che il nostro egoismo, non è un paradosso ma una fortunata coincidenza.

Prezzolini scrisse che la cucina italiana è una filosofia della vita. Se questa filosofia esiste, inizia certamente con la pasta. Chi ha fatto il liceo classico ricorderà che il primo incontro con la civiltà dei greci comincia con la frase: “In principio c’è Omero”. Un esordio che ritorna sulle nostre tavole quando le mamme italiane vi apparecchiano il segreto. Il primato della pasta è in Italia un dogma più sacro dell’Eucaristia. Non è una stupida pretesa alimentare. Non è una formula del nostro buon mangiare. Va al di là del semplice commestibile, perché in Italia il commestibile è un prodotto spirituale (chi altro, nel mondo, si lamenta del sapore dell’ostia?).
Sarebbe quindi noioso, scontato, ipocrita appellarsi alle astrazioni della solidarietà per salvare il pastificio Rummo dai disastri dell’inondazione. Sarebbe noioso, scontato, ipocrita fingere che un pastificio sia come un cementificio, un generatore di sacro come un generatore di profano. E sarebbe sintomatico di una nefasta obesità intellettuale trascurare il fatto che l’azienda Rummo è italiana come Benevento, e a conduzione familiare come gli stomaci degli italiani. Qualcuno dirà che i nostri sono solo pregiudizi, poiché un allevatore di polli thailandese colpito dal tifone è un uomo forse ancor più meritevole del nostro sostegno, e chi mai sarebbe in grado di negarlo, il signor Rummo potrebbe domani rivelarsi un bugiardo, un farabutto, addirittura un assassino; ma i pregiudizi sono a volte più razionali di quanto si creda, perché prima di pensare a giudicare gli altri, badano a difendere noi stessi.

E lo fanno davvero bene. Difendono i produttori di pasta, per difenderci dai produttori di aperitivize. Difendono le imprese familiari, per difenderci dalla grandi multinazionali. Difendono i cappelletti, per difenderci dal junk food. I pregiudizi si accompagnano spesso a un realismo straordinario: il perché è un autentico mistero. Mangiare pasta è ben più patriottico che cantare l’inno nazionale. Mangiare pasta è ben più solidale che partecipare alla conta di un crowd founding. Mangiare pasta è ben più equilibrato che andare pazzi per il sushi; più divino del suono delle campane. E perciò continueremo a farlo, non solo per egoismo, ma anche per egoismo. Non solo per altruismo, ma anche per altruismo. È quando uno scopo coinvolge in maniera così traversale, che diventa una vera bandiera. Quando agiamo per il nostro bene, ma anche per il Bene. E pazienza se al posto di nobili spade imbracceremo una scorta di tagliatelle integrali: sarà pur meglio che addentare un cheeseburger.

Aiutare il pastificio Rummo, oggi, conviene perché è un atto politico. Si aiuta quel che resta dell’Italia: una parola che, se ha ancora un senso, lo ha per quelle cose che resistono ai venti del progresso e della globalizzazione. Si aiutano degli operai, sì, ma anche le osterie dove mangiano. Si salva il nostro stomaco, sì, ma anche un’arte del passato. Contro le alluvioni dell’acqua e della colonizzazione. E noi prudentemente, sappiamo da che parte stare.