Si nomina una strada col nome di Dante. Si erge in centro città una statua di Mazzini. Una piazza di un paese marittimo viene dedicata a Cavour e Vittorio Emanuele II. Un lungomare porta il nome di Petrarca. Specialmente in Italia, luoghi pubblici che diventano teatro di elogi a uomini illustri sono cosparsi in buona parte del territorio urbano, osservati da milioni di cittadini che, occasionalmente o nella loro quotidianità, ci passano accanto. Ma come si è capaci di innalzare una statua e scrivere un epitaffio, altrettanto esperti si è diventati nel dimenticare cosa significa quell’opera. Lungi dall’onorare i grandi uomini della propria storia, si finisce per disprezzarli lasciandoli nel dimenticatoio, ricordando a malapena come si chiamavano quando, per sbaglio, le loro memorie intralciano il cammino in qualche piazza pubblica. Qualcuno penserà che basti un blocco di marmo con nome, cognome, data di nascita e morte a ricordare un nostro illustre antenato: niente di più sbagliato. Anzi, se quella persona fosse viva e vedesse come viene ricordata, sarebbe la prima a voler smantellare le opere in memoria sua. A cosa servono infatti questi monumenti, se sono vuoti elogi formali, che ci ricordano le credenzialità di una persona e basta? Forse a Dante interessava che il popolo ricordasse nei secoli le proprie formalità, chi erano i suoi parenti e che cariche politiche coprì a Firenze? O magari era interessato a trasmettere ai suoi figli ciò in cui credeva, a non far cadere nell’oblio ciò per cui si sarebbe volentieri sacrificato?

A egregie cose il forte animo accendono | L'urne de' forti, o Pindemonte

A egregie cose il forte animo accendono | L’urne de’ forti, o Pindemonte

Un uomo non è illustre per la casata a cui appartiene. Lo diventa grazie a ciò per cui lotta, al valore che egli incarna nella sua vita finita. E quando muore, se ciò che ha fatto ha segnato la storia patria e dell’umanità nel profondo, alcuni decidono di non dimenticare ciò in cui credeva. Si innalza un monumento per ricordare il valore incarnatosi in quella persona. Si dimentichi quel significato e si avrà davanti solo una fredda opera senza alcun significato. Non solo: non si avrà neppure davanti il ricordo di una persona. Come si fa a riconoscere Dante in quella statua, se non si sa ciò che più di tutto era il fondamento della sua persona, i valori per cui ha speso la sua vita? No, senza saperli non si ricorderà il grande poeta italiano, ma si avrà l’immaginazione di un personaggio come tanti altri, che non ha fatto niente di speciale. Ed ecco che, lungi dal ricordarli, non si fa altro che ammirare astrattamente una scultura o una tomba di cui non si sa niente. Era questo ciò che quei grandi uomini avrebbero voluto?

Quelle anime invocano da noi non la tomba, ma la degna tomba. E per essere capaci di darla, è necessario che gli Italiani incarnino in sé il pensiero di quelle grandi e forti anime e possano dir loro: ecco: il vostro ideale si riflette in ciascuno di noi: la vostra Terra è fatta Tempio di verità e giustizia: venite e siate i santi del Tempio: le vostre urne lo serberanno per lunghi anni incontaminato.

Così esclamò Mazzini quando, parlando di Ugo Foscolo, volle ricordare come la Cattedrale di Santa Maria del Fiore non vale niente se ci si limita a chiudere delle ossa in una tomba e farci decorazioni tutto attorno. Se si entra in quel tempio e di fronte al simulacro di Alfieri o Gentile si rimane impassibili, non ci si commuove, allora è tutto inutile. Questa cosa già la ripeteva Mazzini ormai un secolo e mazzo fa:

«Un individuo non dovrebbe potere accompagnare alla sepoltura un cadavere e dire: quel morto m’è caro, se non è capace di tornar migliore da quella fossa. Un popolo non dovrebbe potere innalzare monumenti alla salma de’ suoi Grandi se non è capace di fare dell’anima un tempio all’ideale che quei Grandi adoravano».

Non si può andare a seppellire le ceneri di uomini le cui gesta riverberano in ogni tempo, se a seppellirli vi sono cadaveri che camminano, persone amorfe, la cui vita non è guidata se non dall’indifferenza, dal non sapere cosa volere. Persone che, anziché continuare la lotta dei grandi per migliorare la società, non sanno neppure lontanamente cosa voglia dire vivere per qualcosa in cui si crede, che si ama. La vita, in ogni sua espressione, è questione di scelte. Ogni uomo è posto di fronte ad una realtà e deve capire cosa deve fare, come può agire bene. Compiere appunto una scelta. Si può pure ignorarla, illudersi che non si possa sapere il meglio da farsi, che non si può conoscere nulla, che non c’è verità. Si può certamente fare, ma allora non ci si lamenti delle conseguenze. «In un caso del genere diventi lo schiavo che crede di essere libero. La più patetica delle schiavitù. Non tragica. Non da cantare». Wallace, in Infinite Jest, già ammoniva chiaramente dalle nefaste conseguenze di un simile pensiero, ammonendo a riguardo:

«Fai tutto lo spirito che desideri. Ma scegli con cura. Si è ciò che si ama. No? Si è, solo ed esclusivamente e completamente, ciò per cui si morirebbe senza pensarci due volte, come dici tu. Tu, M. Hugh Steeply: per cosa moriresti senza pensarci due volte?» (tr. it. Einaudi). 

Si può decidere di essere schizofrenici oppure di riflettere sulle proprie scelte, tentare di capire cosa è bene fare. E capire questo vuol dire ricercare ciò che ha valore nella vita. Cominciare un percorso che l’umanità compie da tempo immemore e nel quale alcuni uomini, i Grandi – come Mazzini preferiva nominarli –, hanno tracciato i passi fondamentali. Si portino alla memoria tali uomini, si comprenda il loro pensiero, le loro conquiste, e la vittoria, per quanto mai raggiungibile definitivamente, sarà più vicina. E solo dopo aver fatto ciò – solo dopo aver compreso la grandezza di tali uomini – li si commemori in pubblica piazza, si innalzi a loro un monumento. Altrimenti qualsiasi opera, per quanto bella, sarà vana formalità. Nessun vero uomo vorrebbe esser ricordato per il suo nome e cognome, ma per ciò per cui sarebbe stato disposto a morire due volte.