di Federico Franzin

Come è noto a tutti la sonda New Horizons ha solcato i cieli muti del lontanissimo Plutone, piccolo e gelido corpo celeste che è sopravvissuto ad un declassamento astronomico resistendo, nella concezione comune, come l’ultimo pianeta del nostro Sistema, nonostante la definizione ufficiale di “pianeta nano”. E nano lo è davvero, essendo più piccolo della nostra Luna. Scoperto nel 1930 , quindi molto recentemente per la storia dell’osservazione spaziale, è poco più di una pallina anche per il più potente degli osservatori terrestri. Un nome che evoca il mondo dei morti come quello dei suoi satelliti naturali , Cerbero o Stige. La sua sola oscura presenza è proiezione di misteri eleusini. Di spazi temporali incolmabili e domande perenni. La sfida ai suoi enigmi è lanciata dal meraviglioso prodigio della capacità umana chiamato New Horizons, piccola sonda partita dal nostro pianeta nel 2006, e tanto è durato il viaggio per arrivare nel nostro Luglio 2015 al fly-by del pianeta che è anche la vedetta di frontiera del nostro piccolo e rassicurante Sistema solare.
Le prime immagini restituiscono pienamente dignità planetaria alla superficie di Plutone. Catene montuose di ghiaccio e roccia. Canyon profondi e misteriosi. Forme di attività geologica per un deserto di freddo cosmico e buio, panorama solcato da una luna di ghiaccio dalla forma bizzarra. Per altri mesi ancora arriveranno immagini e dati di un’ultima vetta raggiunta dall’uomo.

Questo è un po’ il dato dell’operazione New Horizons. E quindi? Qualcuno sicuramente si chiederà quanto siano realmente importanti questi sforzi e per quale motivo stiamo spendendo tutti questi preziosi soldi per esplorare quello che sta al di fuori del nostro pianeta, con tutti i problemi economici che ci affliggono al momento. Spuntano qua e là nei social le ironie, i dubbi, le perplessità e l’arroganza del bastare a se stessi. Non è solo una sensazione. Tale miopia esiste davvero. I disinteressati non sono la maggioranza, certo, ma sono lo specchio di quanta poca coscienza ci sia della vastità spaventosa del mistero della nostra realtà. Della poca coscienza di quanto le conquiste spaziali  siano il più grande slancio verso le più grandi domande dell’umanità.
D’altronde questa aridità è accompagnata ormai anche da voci ufficiali. Non è passato molto tempo da quando qualcuno, con un certo seguito, ha ironizzato con stizzita sufficienza attorno al sano entusiasmo nazionale verso Samantha Cristoforetti, paragonata in un certo modo ai tecnici delle piattaforme petrolifere (con tutto il rispetto verso i tecnici) liquidandola quindi come una sorta di pendolare, e pure di scarso appeal. Viviamo in un mondo dove solo alcuni mesi fa un uomo dotato di grandi capacità, chiamato Matt Taylor, ha portato un artefatto costruito dall’uomo a posarsi su di una cometa. Un corpo celeste in movimento che un tempo veniva concepito solamente come una poetica e misteriosa presenza luminosa.

Di fronte a tale traguardo umano si è dovuto assistere alla triste isteria di una giornalista che, durante un’intervista, per colpa della stampa della camicia dello scienziato raffigurante una pin-up, ha definito quest’ultimo un sessista. La rabbia e la vergogna (incredibilmente verso lo scienziato) dei Gendarmi del Pensiero portò quasi ad oscurare lo sbarco del lander sulla cometa, e lo costrinse a umilianti scuse. Cosa può un enorme passo per l’umanità di fronte al tessuto sintetico di una camicia?  Evidentemente non ci sono più pionieri per chi non percepisce più frontiere. Non ci sono orizzonti lontani per chi non guarda oltre le punte delle proprie scarpe.
Siamo umani almeno da quando abbiamo cominciato a stupirci del mistero che incombe su di noi. Da quando abbiamo cominciato a scalare vette sempre più alte, come un istinto che lascia una traccia di divino in noi e ci distingue dagli animali. Lo ricorda in questi giorni Stephen Hawking che esploriamo in quanto siamo umani e semplicemente vogliamo sapere. Niente di più essenziale.
La storia dell’uomo è un po’ anche la storia dell’osservazione astronomica. Osservazione: un termine che include in sé anche il concetto di contemplazione. Dall’antico Egitto ai greci, passando per i sumeri e le più dimenticate civiltà africane o sudamericane, da sempre l’uomo contempla l’oscurità della notte in ammirazione della geometria degli astri, percependo le mostruose distanze nelle quali il nostro piccolo mondo è immerso, rispettandone i misteri e necessariamente temendoli.

C’è qualcosa di prometeico nel progresso umano che ci ha lanciato oltre la massima vetta del cielo. E’ una esplorazione che ci impone una riconsiderazione continua di noi stessi, delle nostre origini e del nostro destino. Difficile immaginare motivazioni più elevate.
Quindi restiamo umani. Restiamo esploratori senza meta.