Tradizione o progresso? Comunità o apertura radicale al mondo interamente globalizzato? Difesa del suolo e della storia, differenza dei popoli, o multiculturalismo totale?
L’uomo contemporaneo si trova dinnanzi ad un bivio epocale, davanti a una sfida antropologica determinante: la scelta tra la sottomissione cieca a quel progetto di annientamento delle comunità sociali in nome dei dettami del cosiddetto “villaggio globale” o l’acquisizione di una globalizzazione più intelligente e meno totalizzante. La soluzione sarebbe l'”alter-globalizzazione”, ossia la creazione di un sistema mondiale multipolare, che garantisca i rapporti  tra i vari popoli nel mantenimento delle tradizioni, delle storie e delle radici archetipe degli stessi.

Le continue cessioni di sovranità da parte dei singoli stati alle logiche del mercato internazionale, la spasmodica retorica ipocrita della fusione tra le culture (che, nei fatti, oltre a legittimare l’interdipendenza continua del continente africano e quello asiatico rispetto al mondo occidentale e l’inevitabile sconto di civiltà) e la costante americanizzazione dei costumi, attestano, in realtà, una crisi della Tradizione.
Le continue influenze dei poteri sovranazionali sulle comunità nazionali, l’incidere di queste sulle capacità di autonomia decisionale degli stati, non fanno altro che indebolire l’identità ed il senso d’appartenenza storica dei popoli. Contro questa burocratizzazione continua degli apparati dell’esistenza umana, contro questa precarizzazione delle vite, che, di fatto, rende i soggetti sempre meno legati alla proprie radici e sempre più vittime del dinamismo arbitrario dei mercati, v’è bisogno, più che mai, di un profondo colpo di reazione, che sia in grado di trattenere il sigillo della tradizione e della differenza umana.
Il politicamente corretto altro non è che l’impalcatura del pensiero e del linguaggio. Con la sua autorità ed i suoi filtri, decreta ciò che può e non può essere fatto o detto, conservando alla perfezione le logiche d’esistenza della società neo-liberale globalizzata, rischia di sradicare totalmente le solide radici antropologiche che caratterizzano le particolarità locali dei singoli popoli.

Il potere odierno mira infatti alla distruzione d’ogni forma di legame e rapporto umano solido, ogni vincolo col reale, col passato e con l’origine, di modo da autenticare quel celebre modello di stampo liberista dell’uomo senza società. In essa si prospetta un mondo di individui atomizzati in un macrocosmo di relazioni prive di strutture sociali e storiche sottostanti, liquide e poco radicate. Il processo a cui tende la nostra società – ormai perfettamente globalizzata – schiava dei poteri sovranazionali e liberata dai valori e principi solidi che reggevano le società precedenti.
Come ebbe a dire il filosofo Alain De Benoist, in una delle sue molte riflessioni, questa società sembra spingere verso l’annullamento della differenza in favore dell’uniformità, percorrendo il naturale percorso che porta quella fase di individualismo totalizzante che tanto caratterizza il nostro tempo, dal periodo illuminista a questa parte.

Gli individui non devono più essere differenti tra loro nella loro specificità d’appartenenza, ma uguali entro un unico grande polo costituito da un pensiero unico dominante. L’annientamento della cultura particolare e di ogni vincolo comunitario è il primo passo verso l’asservimento totale e l’alienazione dell’uomo al pensiero globale liberista, proiettando lo stesso (l’uomo) in una condizione di totale solitudine individuale e di auto-determinazione del sé. Come se fosse realmente possibile manipolare ogni cosa, opponendosi a certe leggi reali e, soprattutto, come se fosse possibile esistere senza la comunità, ch’è, di fatto, l’elemento costituivo della psicologia e dell’intera ontologia del soggetto.
L’uomo senza comunità non è nulla, poiché il nostro essere altro non è che il prodotto di un insieme di rapporti, di esperienze, acquisizioni e legami avuti in un determinato contesto umano, costituito da precisi usi e costumi, norme d’esistenza (seppur relative), che hanno da essere mantenute e difese.
Il legame comunitario rende l’individuo più sicuro, lo rende parte di un unico processo culturale condiviso da altri uomini e non un mero soggetto atomizzato e slegato dal mondo esterno, vivente in una condizione di anarchica esistenza.

Per resistere a questo processo di creazione dell’identità globale e per difendere, invece, i principi della differenza antropologica, per opporsi a questo neo-illuminista principio dell’egualitarismo assoluto, è necessario compiere una decisa lotta nell’ambito della cultura e della politica.
Sullo scenario globale attuale, si presentano realtà, potenze economiche e militari in grado di alterare la tendenza storica verso l’egemonia assoluta del modello unico atlantista, in favore della creazione di un mondo multipolare, che resista al progressismo assoluto e difenda e conservi la propria identità storica in questo confuso processo di nichilismo post-moderno.
La Russia di Putin (vittima, tra le altre cose, delle peggiori accuse, proprio a causa della sua indipendenza rispetto ad una determinata tendenza sociale), è un esempio di alternativa possibile all’influenza univoca atlantista, l’ultimo baluardo in difesa della tradizione, dei valori e della diversità culturale dei popoli. La stessa Russia, ha saputo costituire un vero e proprio impero eurasiatico, in grado di fondere lo sviluppo tecnologico ed economico alla resistenza della tradizione e dei principi, contenendo al suo intero etnie e popoli con matrici culturali differenti tra loro.

Per resistere alla globalizzazione, per dirottare la Storia in un verso opposto rispetto al percorso che attualmente sta proseguendo, per non fare in modo che la previsione neo-liberale della “fine della storia” si compia è necessario creare controtendenza, instillare un cortocircuito sociale. Bisogna che i popoli difendano con convinzione la propria particolarità, il proprio spirito d’essenza, il proprio essere diversi.