di Marco Ausili

Dice cose forti, talvolta difficili (d’altronde è seguace di Lacan), ma il pubblico continua ad applaudirlo, con l’entusiasmo che uno psicanalista (per di più lacaniano) difficilmente avrà mai suscitato. Tuttavia, Massimo Recalcati non si scompone mai, si chiude nella sua giacchetta, dietro occhiali spessi e sotto una barba perennemente sfatta. E va per la sua strada. In giro per tutta Italia e mezza Europa. In questi giorni transita dal “Festareggio” di Reggio Emilia, al “Festival della mente” di Sarzana, passando per Chiavari, Genova e Roma. Ovunque vada, parla delle sue ultime due opere, uscite da poco, entrambe per i tipi di Feltrinelli: Il complesso di Telemaco (che discute dell’attuale evaporazione del padre) e Le mani della madre (che indaga invece la dimensione materna). Il punto è che in lui c’è molto più di uno psicanalista (benché lacaniano). Infatti, nelle conferenze di questi giorni, egli compie un attacco preciso nei confronti delle derive sociali e genitoriali del nostro tempo. Lo fa sottovoce, con l’aplomb dell’intellettuale. Ma lo fa. E questi attacchi sono visibili chiaramente nei due libri citati, che perciò dovremo subito inserire nella nostra biblioteca.

Anzitutto la libertà dei nostri tempi. “Di quale libertà si tratta? Di una libertà sganciata dalla responsabilità. Questo comporta la cancellazione della propria provenienza, delle proprie radici, del debito simbolico nei confronti dell’Altro”, (Il complesso di Telemaco, p. 46). Una cosetta non da poco. E allora applaudiamo. Recalcati denuncia la nostra indisponibilità a trattare con i padri (che, tra l’altro, s’incarnano nelle categorie di storia, tradizione, autorità e Stato), perché risucchiati dall’individualismo e dall’edonismo. Poi tocca agli adulti di oggi (più o meno quelli che lo applaudono alle conferenze): “Gli adulti sembrano essersi persi nello stesso mare in cui si perdono i loro figli, senza più alcuna distinzione generazionale; rincorrono facili amicizie sui vari social network, si vestono allo stesso modo dei loro figli, giocano coi loro giochi, parlano lo stesso linguaggio, hanno gli stessi ideali”, (p. 69). Davvero una bella stoccata, si direbbe. E allora applaudiamo. E i figli? Che dice Recalcati dei figli? Dice che sono passati da una dimensione edipica (così almeno durante il ’68), a una narcisistica (ai giorni d’oggi). Se il figlio-Edipo si è ribellato alla Legge del Padre, cancellando ogni auctoritas e ponendosi così al fianco del discorso del capitalista (che appunto non ne vuol sapere di autorità, Leggi del Padre e quant’altro), il figlio-Narciso è il figlio che, data l’enfatizzazione dei diritti universali del bambino, finisce per uccidere una seconda volta la Legge del Padre, che ora non è più solo contestata, ma addirittura già dimenticata, sepolta sotto le esigenze intoccabili del giovane (molto banalmente, si pensi a come, recentemente, genitori e figli si spalleggino nella comune lotta contro gli insegnanti, quando invece, fino a pochi anni fa, erano proprio insegnanti e genitori ad allearsi per far fronte all’educazione del ragazzo).

Detto del padre e del figlio, ora tocca alla madre. “L’eredità materna è l’eredità della memoria e della vita. È l’eredità del desiderio della vita. L’eredità materna non è equivalente a quella paterna. Quella paterna concerne il rapporto tra la Legge e il desiderio, mentre quella materna riguarda il sentimento della vita”, (Le mani della madre, p. 175). Ma la nostra epoca, fatta come dicevamo di individualismo e edonismo sollecitati dal sistema del capitale, finisce per influenzare pure questa dimensione, dando luogo a un cortocircuito nel rapporto madre-figlio, tant’è che “alla madre dell’abnegazione si è sostituita una nuova figura della madre che potremmo definire madre narcisistica. Questa madre è figlia (legittima?) dell’ideologia della liberazione sessuale del ’68 e del ’77. […] Si tratta dell’alterazione ipermoderna della madre-coccodrillo. È l’altra faccia della divorazione: lasciar cadere, indifferenza, distrazione, disinvestimento libidico nei confronti del bambino. Non trattenere, imprigionare, asservire il figlio, ma viverlo come un ingombro, un danno, un ostacolo alla propria realizzazione”, (pp. 125-126).

Insomma, Recalcati ne ha per tutti. Ma non si scompone mai. Si chiude nella sua giacchetta, dietro occhiali spessi e sotto la barba di due giorni. E va per la sua strada. Applaudiamo.