L’ultima moda virtuale arriva ovviamente dagli Stati Uniti. Si tratta del gioco “Pokemon go”, una specie di caccia al tesoro immaginaria che ha per oggetto delle creature inventate. Il gioco ha avuto subito successo in tutto il mondo ed è approdato ora anche in Italia. Milioni di persone, con lo sguardo fisso sui loro telefoni, sono corse per le strade di tutte le città nel tentativo di acciuffare questi animaletti immaginari. Giungono notizie di incidenti causati in varie parti del mondo da questo programma, non si sa quanto veritiere, ma sicuramente plausibili. L’ultima barriera tra reale e virtuale è stata dunque infine abbattuta. La tecnica nel campo della comunicazione ha sempre avuto lo scopo dichiarato di potenziare la percezione umana, permetterle di superare i limiti spaziali e temporali cui da sempre è stata soggetta. In passato tuttavia i sistemi di comunicazione richiedevano una fase di decifrazione da parte del soggetto, che doveva tradurre le proprie parole in simboli e viceversa questi ultimi in parole. Tale è stata la scrittura. Il controllo dei sistemi di decifrazione è stata per lungo tempo la chiave del potere e ha permesso ad alcune civiltà di espandersi condannando altre alla scomparsa. Ma a un certo punto della storia umana si è potuto fare a meno di essi. Non era più necessario per comunicare a grande distanza disporre di una conoscenza e di una abilità nel cifrare e decifrare messaggi, perché questi potevano essere trasmessi simultaneamente e senza nessuna modificazione percettibile nel momento stesso in cui venivano formulati. Il telegrafo è stata l’ultima tecnologia ad aver bisogno di una cifratura. Con l’irrompere della radio, della televisione e del telefono chiunque era finalmente in possesso della facoltà di comunicare e di ricevere. La trasmissione poteva avvenire “in diretta” senza nessun differimento temporale tra la comunicazione e la ricezione.

Non essendo il messaggio cifrato, poteva quindi essere trasmesso come se si stesse comunicando in presenza della persona cui era diretto il messaggio, cioè usando i sensi e le facoltà fisiologiche (la voce, i gesti). La comunicazione, dunque, avveniva per la prima volta nella storia come se si fosse in presenza dell’interlocutore, ma senza che questi fosse realmente presente. Il cronista poteva parlare davanti a un telecamera, certo di essere udito da milioni di persone, così come il pubblico poteva guardarlo e ascoltarlo da casa propria. Le persone sapevano bene che le immagini che vedevano sui loro teleschermi non erano immagini reali. Eppure erano talmente simili (sempre più simili, via via che la tecnica migliorava) al punto da poter essere trattate come se lo fossero. La semplice percezione permetteva di accedere a una copia della realtà. Ma i cronisti televisivi hanno da sempre garantito che questa copia sia esattamente identica all’originale. È proprio questo il paradosso della comunicazione virtuale. La realtà non è disponibile alla percezione immediata. Può esserlo soltanto la superficie fenomenica. Questa è la premessa della tecnica, che è la conclusione della filosofia occidentale da Platone a Hegel. Ma se per Platone ed Hegel la realtà non è afferrabile con i sensi ma solo con l’intelletto, partendo da questa premessa invece la tecnica produce una copia dei fenomeni e asserisce che attraverso questa copia la realtà è finalmente afferrabile, non intellettualmente ma per mezzo della semplice percezione, “nuda e cruda”.

Eppure per quanto progredita possa essere la tecnologia, per quanto curati possano essere i dettagli, la copia virtuale non potrà mai coincidere con la realtà. Per la solita ragione nota ai filosofi da oltre duemila anni, e che cioè i sensi non possono cogliere il reale perché il reale non è sensibile. Il reale è intellettuale. Il successo dei media non si deve allora alla smentita di questa verità inconfutabile, ma a un’illusione creata; l’illusione che ciò che accade nell’universo virtuale sia identico alla realtà. Questo tra l’altro è anche il motivo dell’affermazione della pubblicità in ogni tipo di comunicazione. I media sono un potenziamento dei sensi, ma il potenziamento non è mai neutrale. Le società preindustriali avevano delle visioni del mondo di tipo religioso che dava senso alle percezioni. Quelle moderne hanno combattuto queste visioni per affermarne di nuove. Le società postmoderne, invece, hanno abbandonato qualsiasi visione del mondo come un fardello inutile. Esse dispongono invece di un’iperrealtà onnipresente. L’iperrealtà non solo ha invaso la realtà, ma la sta letteralmente fagocitando. Diventa sempre più difficile distinguere fatti reali dalle credenze, al punto che si creano degli ibridi, dei “fatticci” per usare il neologismo di Bruno Latour.

Internet nutre continuamente e a un ritmo sempre più accelerato l’iperreale. Immagini e notizie di ogni genere, spesso modificate o create ad arte. Ma resta ancora un’ultima distinzione, per quanto labile e incerta, tra reale e virtuale. La nuova frontiera che la tecnica è pronta ad abbattere è proprio questa precaria differenza. La tecnica ha dichiarato guerra alla realtà e prosegue senza accettare tregue. È proprio nel campo dell’intrattenimento il terreno di scontro. L’obiettivo è fondere l’esperienza del reale fenomenico con quella virtuale a un livello tale da renderne impossibile la distinzione. Apparizioni virtuali saranno stimoli cui il soggetto dovrà rispondere non schiacciando un pulsante, ma con il movimento fisico del corpo. Ciò renderà ancora più palese che il virtuale, contrariamente alle dichiarazioni dei cronisti, non è più copia ma anch’esso “reale”, non perché sia “vero” e qualcosa di più di un’esperienza allucinatoria, ma perché condiziona la realtà, tanto da costruire una nuova antropologia.