85,84% di Sì, contro 14,16% di No: è questo il verdetto del referendum di ieri. Un risultato del tutto inutile, visto che a votare si è presentato solamente il 32,15% degli aventi diritto, per un totale di 15 milioni e 806.788 cittadini. Troppo pochi, anche se non insignificanti, come quei miseri 8% registrati a mezzogiorno. Solo in Basilicata e nelle Isole Tremiti è stato raggiunto il quorum, rimasto molto distante in altre regioni. Un fallimento, per quanto ne possano dire i No Triv (che hanno fatto riferimento alla maggiore adesione rispetto alle elezioni), sotto vari aspetti. Innanzitutto economico, a causa dei più di trecento milioni spesi per aver deciso di non accorpare questa votazione alle amministrative di maggio, ma anche politico e culturale. Tuttavia, a chi ha seguito la preparazione al referendum, quest’esito non sorprende affatto.

Già la scorsa settimana, sempre sulle pagine virtuali del giornale, si era messo in luce un fallimento preliminare di questo processo: la bassezza del dibattito precedente al voto, per la maggior parte caratterizzato da posizioni fissiste, incapaci di confrontarsi con opinioni diverse, da entrambi gli schieramenti. La comprensione ha lasciato il posto alla demonizzazione dell’altro da sé o al semplice disinteresse per l’argomento. Presentate in maniera radicale dai loro massimi esponenti, le idee hanno finito per svuotarsi, mentre gli slogan (ironici e non) hanno banalizzato una discussione che sarebbe dovuta andare ben oltre una questione di principio, e che, invece, è rimasta tale. Pochi, o confinati in spazi minori, sono i personaggi competenti intervenuti pubblicamente al dibattito, lasciato nelle mani degli interessi personali e dell’ignoranza (tra l’altro anche comprensibile riguardo un argomento così tecnico, e proprio per questo almeno da livellare) delle persone. Questa non conoscenza dei fatti, è stata incentivata anche dalla mancata informazione televisiva. In questo articolo de Il Fatto Quotidiano è riportato come nella settimana precedente al voto (quella dal 4 al 10), la Rai e Mediasetabbiano dedicato pochissimo tempo delle loro trasmissioni al referendum. Secondo quanto testimoniato da Greca Italia (una compagnia che ha lavorato per conto dell’Agcom) si parla di 53 minuti settimanali di informazione fornita dai principali Tg della Rai (compresi gli imbarazzanti 13 minuti del Tg1) e di un numero misero di quelli proposti da Mediaset in tutto il periodo di preparazione al voto. Numeri inesistenti, ancor più se paragonati a quelli di altre emittenti, da La7 a SkyTg24.

Del resto, il frame ufficiale andava costruito. Quando ci si ritrova in un paese dove il governo (Renzi e tutto il PD), assieme a chi ha governato per molto tempo (Berlusconi), si batte affinché la gente non vada a votare, la cornice del discorso è presto fatta: disinteresse, poca visibilità, polemiche inutili e quant’altro. Una bella accozzaglia di argomenti in grado, tanto per cambiare, di abbassare il livello della discussione e di disinteressarsi della cosa pubblica. A quanto sembra, questa cornice è stata pienamente accettata dagli italiani, tanto desiderosi di non avere responsabilità, da rigirare a quei tecnocrati-burocrati che, da stamattina al bar, tanto criticano. In questo calderone, infatti, i mezzi per informarsi individualmente c’erano eccome. Certamente, pochi (solamente i qualificati) avrebbero avuto il diritto di esprimersi come degli esperti, ma tutti si sarebbero potuti costituire un’idea riguardo un tema importante, facendo sentire la minima voce che spetta ad ogni cittadino in un paese democratico moderno. Anche la scheda bianca, in questo caso, sarebbe stato un segno di interesse per un argomento comune, mentre il quasi 70% degli astenuti testimonia e ribadisce una crisi interna alla democrazia, incapace di coinvolgere almeno la maggior parte della popolazione alle sue pratiche.

Infine, connessa a questa problematica ne va rilevata un’altra, forse ancor più significativa. In fin dei conti, quanto avrebbe realmente inciso la vittoria del Sì? Si era chiamati ad esprimersi su una questione particolare (l’abrogazione di una norma che sancisce l’estrazione di petrolio e gas entro dodici miglia dalla costa), all’interno di un tema generale (la politica energetica del paese). Di fatto, cosa avrebbe garantito l’inizio di quel percorso lungimirante rivolto maggiormente alle rinnovabili? E cosa avrebbe impedito la maggiore importazione di gas e petrolio dall’estero? Queste due semplici domande testimoniano la ricchezza potenziale del dibattito, che non si è tramutata in atto, a causa del carattere monologico delle discussioni. Il rispetto per le posizioni altrui, soprattutto per quella piccola minoranza che ha votato No, forse avrebbe garantito maggiormente l’interesse per la questione e l’affluenza al voto. Tutte le polemiche, i tweet e gli sfottò del giorno dopo non sono altro che la conseguenza di questo processo, che ha anteposto alla ricerca del bene comune il conseguimento di fini individuali. Quella che da alcuni viene celebrata come una vittoria, non può che essere una sconfitta per una democrazia, con sempre meno demos e con problematiche che comunque rimangono da affrontare e verso le quali sembrano drammaticamente mancare progetti a lungo termine.