di Marco Masini

Il razzismo  è diventato un argomento particolarmente spigoloso. Da Leviatano mediatico. Strillato. Urlato. Piazzato un po’ ovunque per condire il nihil che sostanzia i gazzettari di ogni prezzolata risma: spesso utilizzato da chi si sente in dovere di risolvere concretamente ogni potenziale problema vomitando la bile accumulata per sollevarsi così dalle proprie frustrazioni quotidiane, o da chi sognava di condurre una ruspa da bambino, sta sostituendo il calciomercato quale argomento principe nei bucolici bar sport di provincia. Benché se ne parli in ogni “markettaro” talk show, sembra che l’argomento sia diventato paradossalmente un tabù. Non se ne può parlare e tuttavia se ne parla ovunque, basta che lo si faccia però in maniera manichea, eterodiretta, da tifosi militanti. Come ogni disputa inflazionata finisce per perdere qualsiasi senso razionale, anche il razzismo, seppur velato dall’ipocrisia strisciante, sembra essere quindi solo l’ennesimo palliativo retorico per compiacere il proprio ego, o quello di un elettorato eternamente minorenne.

Eppure, lasciando la retorica a coloro che continuano ad alzare cortine fumogene solo per non dover fare infine i conti con una realtà che li spaventa, è persino possibile analizzare quel mortifero razzismo sotto una lente d’ingrandimento etica. E così, moralmente, se si volesse esercitare un critico divertissement atto ad indicare una traccia storica dell’etica umana, si potrebbero avanzare persino ipotesi fantasiose, talvolta bizzarre, ma forse più capaci di entrare in sintonia con la problematica per capirne infine l’origine “ontologica”. Nelle classi elitarie, almeno in quelle preindustriali aristocratiche, non emerse mai una dialettica particolarmente violenta sulla questione razziale (nella Grecia classica se ne faceva semmai una questione di opportunità. Platone e Aristotele, ad esempio, non avevano dubbio alcuno sul fatto che i “barbari” dovessero essere schiavi proprio perché “diversi” – xenos -). Abituata a pensare il mondo in ordini, gerarchie immutabili e preordinate, retaggi e lignaggi di emanazione divina, la nobiltà feudale dà invece per scontato che vi siano differenze tra uomo e uomo, tra la nobiltà e il popolo. Seppur fortemente antidemocratico, quello non era però un razzismo in senso letterale: più che alle “razze” tout court, esso guardava infatti agli “stati” e agli ordini della società tripartita medievale (bellatores, oratores, laboratores). La classe nobiliare dell’ancien régime, e con essa qualsiasi altra classe che si senta apicale rispetto all’organizzazione sociale, non aveva infatti bisogno di ricorrere ad una giustificazione razziale per difendere la propria superiorità. Per quella bastava la millenaria convinzione (mai messa davvero in serio dubbio prima del 1789) di rappresentare la legittima erede di una qualche mitologica tradizione, o il defensor fidei dell’ortodossia monoteista più alla moda. In tal senso il nobile è quindi un “razzista” fisiologico: è obbligato a vedere una profonda scala gerarchica per differenziarsi ed elevarsi al di sopra del “volgo” e comprovare in questo modo la propria posizione elitaria, il proprio ruolo e privilegio.

Al contrario dell’aristocrazia feudale, sembra invece che il razzismo emerga più ferocemente in quelle classi sociali che sentivano il bisogno di giustificare dapprima un potere nascente non ancora sedimentatosi (spesso basato sul denaro e non sui titoli ereditari) e poi per non retrocedere da quello status quo finalmente conquistato e riconosciuto socialmente. E’ il razzismo a tinte “moderne”, portato dalla borghesia professionale e mercantile che, proveniente dal “terzo stato” e risentita verso le classi privilegiate, intendeva farla pagare a chiunque ne avesse ostacolato il trionfale successo (per dirla con Camus: “lo schiavo comincia col reclamare giustizia e finisce per volere la sovranità. Ha bisogno di dominare a sua volta“. La miccia che accese questa rivolta morale del ressentiment è la medesima che viene eccitata proprio da quell’”odio che nasce dall’impotenza” ampiamente snocciolato da Nietzsche in Genealogia della morale). Il meccanismo morale che governa questa religion de la souffrance humaine è piuttosto semplice e di facile lettura. Rassomiglia pericolosamente al bieco dis-prezzo del semplice operaio che viene promosso a capo officina: quando il “povero di spirito” ex schiavo raggiunge una posizione di comando, tende ad esercitare quel potere sui sottoposti in maniera più violenta e meschina, ché abbisogna di giustificare una posizione tanto bramata, ma che non gli sarà mai totalmente affine (non essendo potente, non riesce nemmeno ad esercitare quel potere blandamente ricevuto, e si incazza della propria inadeguatezza cogli ex pari rango, ora sottomessi al suo impossibile desiderio di comando. Un uomo cascame, trasvalutazione di una morale di risulta). E così, la “positiva” e calvinista borghesia scientifica erede morale di quel risentimento dei vinti ora vincenti, quella dei diritti inalienabili e del dogma scientista, si scopre oggi ancor meno egalitaria di quanto credesse all’alba delle “gloriose rivoluzioni” (in fondo non lo è mai stata davvero, ha anzi voluto scientificamente provare la superiorità della razza bianca – pardon “caucasica”, come dicono quei “tronchi” di democratici statunitensi -, per giustificare le porcherie consumate in giro per il mondo: da Gobineau a Kipling, fino al cugino di Darwin, Mr. Galton). La benestante middle class odierna, rifacendosi a quegli stessi valori borghesi originari, ne ha ripreso tuttavia anche i vizi, le ipocrisie, le “virtù” altruistiche, quelle da “candidi gigli di campo” di sartriana memoria: uguali sì, ma meglio se hai un posto fisso, un permesso di soggiorno, o lo status di profugo dalle bombe intelligenti!

Se invece sei solo un po’ affamato, se non guidi una fuoriserie ma ti fai accompagnare da barconi fatiscenti, o se a Natale non ti trastulli col presepe, distraendoti magari con l’i-phone di ultima generazione, sei un po’ meno umano e fratello. Ma in fondo non c’è da stupirsi se in un’epoca prettamente economica, l’homo oeconomicus, seppur sotto la maschera della fratellanza democratica, difende anzitutto l’integrità delle proprie tasche quando gli fa comodo avvertire che i suoi denari e i suoi sacrifici sono in pericolo (è davvero bizzarro, in tal senso, come l’operaio medioman odierno abbia completamente perso la consapevolezza e la memoria del suo omologo novecentesco: l’algido profitto abbisogna dell’iniquità. Passando da sfruttato a co-sfruttatore, il lavoratore occidentale non si accorge, oggi, che il suo benessere deriva anche dallo sfruttamento delle risorse e della manodopera pagata con un pugno di riso nei Paesi del Terzo mondo spremuti dalla logica invasiva del capitale). Con la solita ottimista protervia di Candide, abbiamo sostituito un razzismo incardinato sulle superstizioni millenarie, con un razzismo fondato sulla paura di perdere un benessere divenuto unica identità davvero riconosciuta e apprezzata a livello sociale. Il mefistofelico timore d’impoverirsi economicamente, di essere derubati dei nostri privilegi da occidentali a sfruttare in “patria” chi si trova in una posizione di necessità e a spolpare, più in generale, tutte le neo-colonie terzomondiste che ci permettono di mantenere il nostro assurdo tenore di vita: la paura di perdere quella sacra uguaglianza borghese edificata esclusivamente sulle quantificazioni del dio quattrino e sullo sfruttamento dell’”inferiore” di turno.