In questo inverno morale che sta gelando la libertà di espressione e la tanto osannata democrazia viene da chiedersi da dove provenga la tempesta di ghiaccio che si sta abbattendo sull’Italia. La risposta indubbiamente è: “dal paese più moderno d’Europa”, la Svezia. Il paese scandinavo si presenta al continente e al mondo intero come la nazione illuminata dove non sussistono pregiudizi di alcun genere (e di genere), il razzismo è cosa vecchia e le donne sono davvero “donne” ( non femmine insomma, ahimè). I giornali e le istituzioni applaudono il politicamente correttissimo paese del Nord e i cittadini sognano  alla vista dei modernissimi arredamenti svedesi dal gusto pulito ma non ordinato, minimalista ma essenziale, popolare ma prepotentemente radicale-raffinato (improvvisata traduzione dall’inglese “radical-chic” in favore della nostra povera lingua sempre più conformisticamente anglicizzata). Perché l’essere moderni al giorno d’oggi vuol dire innanzitutto “rispettare le minoranze” e la Svezia oggi forgia con il proprio marchio i parametri per entrare nel ranking delle nazioni all’avanguardia. Ma questi parametri iniziano a far storcere il naso ai temperamenti latini mediterranei – il sottoscritto lo può assicurare – che delle conseguenze etiche dovute a duecento anni di pace e protestantesimo non vogliono saperne. Iniziamo col dire della cavalcata femminista nella terra dei Vichinghi, fieri maschi bellicosi e rudi, che ad oggi può vantare non solo un partito femminista tra i più influenti d’Europa (Feministiskt Initiativ) tanto da prendere il 5,3 % dei voti alle europee e guadagnarsi un seggio a Bruxelles lo scorso anno, ma soprattutto un 84,2 % della cittadinanza che si dichiara femminista e ancor più sconvolgente un 73,3 % di uomini femministi. A guidare l’avanzata delle Valchirie in terra europea è la leader Soryada Post, di (scontata) etnia rom, che nel discorso sui “diritti umani” («porteremo avanti un’importante battaglia sull’aborto, che deve essere libero in tutta Europa, cosa che ora non è, e contro la violenza maschile sulle donne») annuncia di voler mettere «le femministe al posto dei razzisti», mentre la giornalista e scrittrice Maria Sveland, il cavallo di battaglia e da battaglia del movimento, afferma che il femminismo svedese è una sorta di «antifascismo e anti razzismo, insomma di comunismo». Le signore in questione però dimenticano l’Holodomor, olocausto ucraino, infitto da Stalin alla fine degli anni ’20 ma soprattutto ignorano che proprio nella bella Stoccolma nel 1909 fu fondata la Società Svedese per l’Igiene Razziale e nel 1922 l’Istituto Svedese di Biologia Razziale di Uppsala pubblicava studi inerenti alle caratteristiche somatiche e razziali di criminali e qualsiasi categoria “diversa” a cui tanto guardò Hitler per le sue ben note politiche di razza.

In realtà la vera battaglia portata avanti dai piani alti della nazione illuminata è stata quella volta alla conquista della cosiddetta gender neutrality: la creazione del genere neutro e la sua assoluta necessità. Prendiamo come esempio una piccola scuola dell’infanzia nella periferia della capitale. In questo asilo non vengono utilizzate le parole “bambino” e “bambina”, la scolaresca non indossa i grembiuli rosa per le femminucce né quelli blu per i maschietti e il pronome neutro Hen (inventato a tavolino, letteralmente “gallina”) ha sostituito Han (lui) e Hon (lei). Attenzione poi all’insegnamento: i libri raccontano le favolette dei due papà e di simpatici animali domestici gay, aboliti invece i classici come Cenerentola e Biancaneve perché troppo stereotipate le vicende delle eroine Disney e, ciliegina sulla torta, le bambole sono tutte rigorosamente nere. Lo slogan dell’istituto, stando alle parole della preside, suona così : “ non fare quello che mia madre ha fatto a me”. Se il metodo di Egalia può sembrarvi una follia tanto da crederla una realtà così lontana e fuori dalla nostra orbita, dovreste invece iniziare a preoccuparvi: l’asilo si sta preparando ad una collaborazione con alcuni istituti di Modena e Reggio Emilia. Sin dalla tenera età dunque le istituzioni svedesi si propongono di insegnare “la diversità” ai cittadini, quasi si trattasse di un mondo parallelo su cui andare ad abitare. Christine Ingebritsen, professoressa di Studi Scandinavi all’università di Washington ha definito infatti la Svezia “ un Nuovo Umanesimo”. In effetti questa neonata umanità dai natali nordici sta applicando questo conformismo di genere ad ogni dominio della vita degli individui. Per ritornare ai bambini, ecco ancora un esempio della perversione dell’infanzia. Prima ancora della pistola rosa per ragazze, il marketing pubblicitario ha pensato di invertire la destinazione dei giocattoli: nel catalogo dell’azienda Leklust un piccolo spiderman spinge una carrozzina rosa mentre una bambina bionda è al volante di un go kart. Il politicamente corretto si fa largo tra la popolazione e la gender neutrality è il linguaggio corrente. 15 quotidiani nazionali fanno  uso almeno una volta al giorno del pronome neutro “hen” per indicare un individuo. Ma la follia scandinava non si ferma a queste formalità. La cultura stessa sta subendo questa forma di isteria sessista. Il “Bechdel test”, l’esame valutativo che prende il nome dalla fumettista Alison Bechdel ( celebre in Svezia per il fumetto Lesbiche a cui fare attenzione) è la prassi a cui devono necessariamente sottostare le pellicole cinematografiche per essere recensite e per essere trasmesse. Il test ha l’obiettivo di formulare un indice gender dei film e le norme a cui questi devono rispondere per essere accolti sono le seguenti: almeno due donne devono essere presenti nella vicenda, di cui si conosce il nome, che parlino almeno una volta tra di loro e che non discutano necessariamente di uomini. Aboliti dunque Star Wars, il Signore degli Anelli e Pulp Fiction mentre la storia dell’eroina di Hunger Games si merita una bella A – tutto armoniosamente applaudito dall’Istituto Statale dei Film, patrocinato dallo Stato Svedese, di cui a questo punto la validità potrebbe essere messa in discussione. Lo spettro del conformismo non ha risparmiato nemmeno Pippi Calzelunghe, la bambina protagonista del romanzo svedese Pippi Långstrump e tanto seguita da più di una generazione in Italia nella sua trasposizione televisiva, di cui il capitolo intitolato Il re dei negri è stato ridotto a Il re e la sequenza in cui la protagonista imita con gli occhi i cinesi dei Mari del Sud ( il papà è un audace marinaio) è stata completamente rimossa. Non sorprende a questo punto che l’Istituto di ricerca sul gender ( abolito anche in Norvegia) abbia stanziato 70.000 euro per cercare di capire se la tromba rispetti o meno la gender equality o ancora che la definizione di “donna incinta” debba essere sostituita da quella di “persona incinta” da quando in Parlamento è sorto il dubbio riguardante i transessuali in mate-paternità. Questa deriva dell’arbitrio del linguaggio e della prepotenza del politicamente corretto ha portato alla nascita di vere mostruosità logiche e linguistiche ai limiti del grottesco.

Ma questo vento del Nord si sta pian piano abbattendo anche sulla nostra calda penisola. Lo scorso settembre 2014 a Roma sono state dedicate due giornate promosse dall’associazione Scosse per educare alla “differenza” (www.scosse.org) mentre la manipolazione infantile si è già abbattuta su Trieste e Milano ( qui grazie al candidato alle europee Roberto Bucci del PD). Infatti nella città friulana già 45 strutture hanno aderito al progetto del “gioco del rispetto” che prevede che i bambini coinvolti nominino i genitali dei propri compagni, ascoltino il loro respiro e il battito cardiaco e infine, dopo essersi scambiati i vestiti, ne “esplorino i corpi”. Seguendo l’ondata di modernità, il comune di Torino ha pensato di istituire nelle biblioteche civiche torinesi una fornita bibliografia sulla saggistica omosessuale e transessuale – trovata questa latentemente discriminatoria – e, per concludere, ha stilato una lunga lista di testi narrativi (la gran parte di autrici scandinave) “per educare alla diversità” dall’infanzia fino alle scuole secondarie. Ecco la sinossi di un racconto rivolto ai bambini tra i 6 e gli 8 anni (http://www.comune.torino.it/cultura/biblioteche/ricerche_cataloghi/pdf/bibliografie/a4_orient_sessuale_inf_adole_2012.pdf) : “Salverò la principessa”, Un giovane e coraggioso cavaliere deve salvare una bellissima principessa imprigionata nella torre. Invece niente è come sembra. Il cavaliere è una bambina e la principessa la sua amichetta. Una favola moderna sull’amicizia e il gioco, un coloratissimo e originale albo illustrato che rovescia ogni regola e capovolge tutte le tradizioni.

Che capovolgere le tradizioni sia essere all’avanguardia è un leitmotiv ormai obsoleto che da un cinquantennio viene ripetuto dai progressisti della morale che tentano di far piazza pulita dei caratteri propri dell’Uomo. Il vento freddo del Nord continuerà ad abbattersi su di noi; riusciremo ad essere così lucidi da impedire la completa perversione (dal lat. PERVERTO, sconvolgere) dei nostri costumi?