di Gianluca Giansanti

Chi si fosse svegliato solo oggi da un lungo sonno durato un lustro percepirebbe solo questo dai moderni mezzi di comunicazione: terrore, puro e semplice. Radiocronisti affannati, giornalai dediti all’eterna caccia al titolo, talk show intasati da fobici reportage; tutto ciò ha un solo ed unico scopo: la distrazione di massa. L’utilizzo della paura come forma di controllo sulla cittadinanza è da sempre l’arma politica più potente concessa ai governi ed ai governanti; facendo sapientemente leva sulle innate paure della massa, naturalmente portata a diffidare da ciò che considera estraneo ad essa, ed utilizzando costantemente questa strategia di distrazione, i governi possono sopperire a gravi mancanze in politica interna o a gravi crisi in ambito economico che non saprebbero come affrontare altrimenti.

Del resto anche Carl Schmitt sosteneva che la vera essenza della politica fosse rinvenibile nel conflitto Freund/Feind (Amico/Nemico) ossia nell’espressione dualistica di politica inclusiva, basata su affinità e similarità, e politica esclusiva, basata sulla negatività intesa come non presenza di similarità o assenza d’affinità.  In quest’ottica  la politica estera americana passata, presente e (a seconda del risultato delle imminenti presidenziali) futura, può essere capita abbastanza facilmente. L’aggressività in ambito internazionale, prima del duplice mandato Obama, è stata costantemente giustificata dall’assunto che tutti coloro che non si fossero conformati ad uno stile di vita “libero”, “liberista” e (soprattutto) “capitalista” dovessero essere combattuti e sconfitti; in primis per il bene dello stile di vita statunitense, poi per il bene stesso dei popoli da civilizzare. Gli “altri”, per l’establishment americano, vengono dunque considerati esclusivamente in relazione al dualismo schmittiano: o alleati, o popoli da civilizzare, democratizzare, americanizzare e nel peggiore dei casi combattere. La definizione e l’identificazione di un nemico riesce a stringere i propri cittadini intorno ad un governo più di qualsiasi altra politica sociale, facendo immedesimare sempre più i propri compatrioti nei simboli nazionali (l’aquila, la Casa Bianca, la bandiera a stelle e strisce esposta ad ogni abitazione) e più questo nemico è perverso, mortale ed amorale, più la popolazione sarà predisposta a dare assoluto sostegno al proprio governo, accettando qualsiasi operato sul piano internazionale e cosa ancor più importante qualsiasi tipo di “sacrificio” richiesto per mettere in atto quelle politiche che dovranno contrastare tale nemico. Quali sacrifici? Il PATRIOT ACT, ad esempio, varato nel 2001 dopo l’attacco al World Trade Center, legge federale che rafforza i poteri di CIA, FBI e NSA concedendo a queste agenzie poteri smisurati quali arresti preventivi, possibilità d’intercettare qualsiasi cittadino nelle comunicazioni telematiche; Guantánamo, dove l’habeas corpus viene violato ad ogni istante insieme ad una lunga lista di diritti civili; il distoglimento costante dalle finanze dello stato di fondi pubblici reindirizzati in spese militari, l’aumento costante di tasse e l’invio di truppe all’estero.

Ecco, se proprio si dovesse individuare una costante nella politica estera americana, tralasciando il facile ricorso alla violenza come mezzo risolutivo di conflitti, questa potrebbe proprio essere la presenza di un nemico “mortale” per il sistema capitalista americano: prima i rivoluzionari del sud America, poi la deriva comunista in Asia ed in URSS, oggi l’estremismo islamico. Proprio a questo deve aver pensato Donald Trump nel momento di scegliere il motto che, a suo modo di vedere, avrebbe dovuto scalzare l’ormai avvizzito “Yes We Can” di Obama: “Make America Great Again”, rendere nuovamente l’America grande. Ma come rendere un paese diviso, che sta attraversando le più grandi difficoltà economiche, sociali e culturali dal giorno della sua indipendenza dal Regno Unito, nuovamente grande?

Con la semplice, quanto scontata, identificazione di un nuovo nemico, un nemico moderno e di difficile identificazione, pronto a distruggere lo stile di vita americano in ogni istante. Se Samuel Huntington fosse ancora vivo, probabilmente darebbe il suo totale appoggio alla candidatura di Trump. La fama che il pensiero di questo illustre politologo americano ha riscosso, del resto, si deve principalmente per il suo valore sibillino e profetico. Inevitabile dunque paragonare il suo pensiero con quanto sin qui detto dal Tycoon newyorkese.  L’analisi di Huntington muove da un assunto tanto semplice quanto raggelante: ossia che la decadenza occidentale, divenuta civiltà senza cultura, verrà accelerata dall’acutizzarsi di conflitti periferici aizzati dalla rinascita islamica e dal sempre crescente valore quantitativo delle economie asiatiche. L’unico strumento concesso ai paesi occidentali per evitare questo inesorabile declino, secondo Huntigton, è quello di reagire alle manifestazioni di degrado morale e decadimento dei costumi al proprio interno ed opporsi fermamente all’immigrazione, restia ad assimilare lo stile di vita occidentale e ad abbandonare la pratica di valori, usanze e culture delle proprie società natie. Proprio leggendo le sue profetiche idee si può dare il giusto valore alle affermazioni di Trump.

Il suo “make America great again” passa appunto dall’iniziale dualismo schmittiano Freund/Feind alla politica esclusivista di Huntington, dove tutti coloro che non si identificano con i valori tipici dell’America wasp vengono catalogati come nemici del sistema da individuare, separare e distruggere, nella più classica rivisitazione yankee del divide et impera. La paventata costruzione del muro al confine col Messico, il blocco totale dell’immigrazione musulmana, la riforma totale del NAFTA ed un ritorno alle politiche interne, indicano un parallelismo tra la campagna messa in atto sin ora da Trump e le principali teorie del politologo statunitense. E’  quindi possibile che la politica estera americana venga caratterizzata da un così frequente ricorso alla violenza per sopperire alle incapacità sul fronte interno? I fatti di St. Louis sembrano avvalorare questa tesi, ma anche lo scandalo della Lehman Brothers e la crisi dei mutui subprime, il caos generato negli organi federali dall’incapacità di fronteggiare l’uragano Katrina o ancora le sempre più emergenti disuguaglianze sociali ed economiche che lentamente stanno creando nuovi conflitti di classe, la dichiarazione di default da parte di Detroit, l’ascesa dell’islamofobia dovuta ai recenti attentati in Europa; insomma v’è un’alta probabilità che più la situazione divenga instabile all’interno dei confini americani, più l’aggressività della politica estera cresca delineando strategie sempre più drastiche per distogliere l’attenzione della popolazione civile. Cosa che, visti i recenti slogan di Trump, sembra stia accadendo.