Nulla a che vedere con I vestiti nuovi dell’imperatore, la fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen nel 1837. Il nulla, questo sì, s’è visto, orgoglioso e sfrontato.

Nata per mano dell’artista spagnola Alicia Framis al fine di sensibilizzare intorno al tema della sessualizzazione della donna nell’industria del fashion, la provocazione in analisi consiste nell’aver fatto sfilare modelli, di sesso maschile s’intende, completamente nudi, con l’illusione che questo escamotage potesse concentrare l’attenzione sulle borse accessorio che sfilavano, abbinate alla sola pelle nudi dei prestanti models.

In un mondo che ha dimenticato la creazione e che non sa mantenere alta l’attenzione se non per mezzo di spettacolari trovate sceniche e/o performative, la sensazione è quella che quel Genio di Georg Simmel abbia avuto e continui ad avere ragione, per esempio quando afferma: “così la moda non è altro che una delle tante forme di vita con le quali la tendenza all’uguaglianza sociale e quella alla differenziazione individuale e alla variazione, si congiungono in un fare unitario”.

Nulla peggio della normalità, e anzi “il pericolo di mischiarsi e confondersi induce le “classi” dei popoli civili a differenziarsi negli abiti, nel comportamento, nei gusti…”, per dirla sempre con le parole del filosofo e sociologo che alla Moda ha dedicato pagine immortali che sarebbe bene non dimenticare mai.

Infine, come afferma la Wilson, “l’abito alla moda è usato nelle società capitalistiche occidentali per affermare sia la propria appartenenza a vari gruppi socio-culturali sia la propria personale identità, ovvero distinguendosi anche all’interno del proprio gruppo di appartenenza”.

Nel nostro caso, evidentemente, la sfilata nel nudo gratuito ammantata di sensibilità femminista è lo specchio di una società che da mostrare e affermare non ha, appunto, più nulla.

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