Ci sono immagini che – Dio ce ne scampi – si preferirebbe non vedere mai. Non per vigliaccheria, sia chiaro, ma per puro spirito di autoconservazione, giusto per preservare quell’idea – forse anacronistica – di dignità politica. Invece no, nonostante spesso si cerchi di fuggirne, i social network, in un modo o nell’altro, ce le sbattono sistematicamente sul muso. Così, senza preavviso. Ebbene, la recente foto di Giorgia Meloni, che con fare carnascialesco cerca di “incastrare” i due Marò nel presepe, è proprio una di quelle foto che il nostro popolo non dovrebbe mai vedere. Non tanto perché non ce lo meritiamo – anzi, tutt’altro – ma perché in  quel gesto così plateale si annida un’idea malsana. Un presepe dalla duplice valenza: mentre, da un lato, si rivendicava l’importanza del caso italo-indiano, allo stesso tempo si cercava di utilizzare quella raffigurazione come antidoto alla piaga dell’islamismo radicale.

Un’impostazione che vedrebbe nella più dolce ed innocente rappresentazione della Natività, un’arma con la quale alimentare la facile rabbia di qualche allocco in cerca di sfogo. Come Franco Cardini sottolineò in una conferenza: “Se si va in chiesa contro qualcuno, io personalmente, come cristiano, mi sento drizzare i capelli che ho in testa.” Proprio perché, non c’è nulla di più anticristiano di chi utilizza Gesù Cristo per i propri comodi. Ma soprattutto non c’è nulla di più antipolitico, di chi riduce la cosa pubblica a delle scenette da quattro soldi. Con quella rappresentazione, si è svuotata la sacralità della natività, valicando indelebilmente il confine tra scenetta e rappresentazione sacra.

Del resto, il “presepe partecipato” – con questo nome si è presentata la Natività meloniana – è l’ennesimo flop di una destra caricaturale che, volente o nolente, cerca di rincorrere la propria ragion d’essere attraverso la perversa logica degli opposti. Infatti, se a sinistra ci si ammanta di un materialismo irrazional-razionalista; a destra ci si erge a scudo di una cristianità scimmiotata. Ma ancora meglio, se a sinistra ci si crogiola nelle buffonate del Saverio Tommasi di turno; a destra ci si rincretinisce con le carnevalate che tanto piacciono a qualche esponente del Carroccio. Un botta e riposta che incarna perfettamente la legge dei social network: vince chi fa più parlar di sè, perché non importa quel che si dice ma quanto questo sia capace di far notizia. Pertanto ben vengano anche le pagliacciate. Ma soprattutto siano ben accolte tutte quelle provocazioni politicamente corrette che ci fanno digrignare i denti contro qualche povero Cristo.

Sicuramente l’iniziativa voluta dalla reginetta di Fratelli d’Italia si è rivelata un fallimento, non tanto per il partito in sè, che ormai rappresenta una realtà politica indistinta, quanto per le battaglie che cercava di incarnare. Perché è, certamente, giusto rivendicare le violazioni del diritto internazionale dello Stato indiano. Ed è altrettanto legittimo condannare le barbarie del Califfato Islamico. Ma non si può trasformare tutto in una buffonata, solo per far parlare di sé.