Terminate con nostro immenso sollievo le manifestazioni per i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, era pur lecito attendere un naturale calo della grancassa propagandistica, un respiro fisiologico degli aedi pluristellati: anche i più colossali dirigibili, ogni tanto, devono pur fermarsi per fare rifornimento. Evidentemente, invece, i Ventotene dreamin’ si nutrono di sostanze ben meno nobili dell’elio, di cui si può sospettare- ma mai dire!, primum elegantia– la provenienza “organica”. In questo vaudeville deprimente, dunque, il disco europeista suona sempre la solita solfa, a voler coprire disperato la sublime sinfonia spedita a mezzo posta dall’inquilina del numero 10 di Downing Street. Dubitiamo che Juncker riesca a distinguere un diesis da un bemolle, avendo egli altre e più dionisiache preferenze sensoriali. Quel che importa, comunque, sta nella realizzazione della volontà popolare espressa il 23 giugno scorso in terra d’Albione: a differenza del Continente, infatti, il Regno Unito ha rispettato il comando delle urne, nonostante la mobilitazione fuori tempo massimo dei braveheart scozzesi ubriachi di petrolio e gli appelli, dispensati tra un pounch ed un giro in calesse, della gentry così tanto ammirata dai nostri scribacchini d’accatto.

Buon sangue non mente

Buon sangue non mente

L’Unione Europea vede quindi per la prima volta recedere un proprio membro, nel momento peggiore della sua pur breve esistenza. Del resto, va detto per onestà di cronaca, i popoli del Vecchio Continente si dimostrano sempre più maleducati e villani a voler votare ogni due per tre, esasperando l’horror urnae e la salute della gerontocrazia di Bruxelles. Prima la Brexit, poi il referendum italiano, quindi le consultazioni olandesi e ora le presidenziali in Francia.

Quel gran lazzarone del volgo maramaldeggia sulla pelle eau de Cologne dei burocrati agitando la tessera elettorale come un moschetto!

L’esercito dei Dijsselbloem e degli Schultz, programmato per imporre sempre e ovunque le ricette fideistiche e insensate del liberismo, non appare per nulla preparato a rispondere agli effetti provocati da anni di follie economicistiche: concepita per offendere, la massa di fuoco del Capitale terminale non può- perché non sa- difendersi. Beninteso, la terminologia bellica s’applica alla perfezione in questo quadro rovinoso, perché è una vera e propria guerra quella che la UE ha usato e usa fare ai popoli d’Europa. Lo scontro di classe tra Lavoro e Capitale, ripreso in tutto il pestifero livore dopo la quiete del Trentennio Glorioso, s’è servito della costruzione continentale per espandere il saccheggio del livello di vita e d’impiego dall’individuo allo Stato, dal lavoratore al cittadino, coinvolgendo nella dialettica tra fattori produttivi il peso formidabile della Nazione. Ad oggi, infatti, ogni Paese membro si trova dilaniato da una triplice linea conflittuale:

1) Di classe

2) Nazionale

3) Sociale

Partiamo dall’inizio: piegare la dinamica della ricchezza a tutto vantaggio dei profitti- in luogo dei salari- se paga nell’immediato (per i padroni) comporta alla lunga un necessario ricorso alla finanza per sostenere la domanda. Finanza e Sovranità son concetti antitetici, ed una esclude l’altra: l’euro, sintesi plastica del predominio dei mercati, viene concepito appositamente per favorire la mobilità dei capitali (eliminando il rischio di cambio) ottenendo al contempo, e soprattutto, la mutilazione dell’autonomia economica d’ogni Stato. Dalla classe, quindi, il processo di saccheggio passa alla Nazione, sepolcro imbiancato tradito e travolto dall’avanzata inarrestabile della Globalizzazione. Se viene meno lo scheletro normativo- per esempio la Costituzione della Repubblica Italiana, bella e perduta- e financo il luogo fisico dove regolare i contrapposti interessi sociali, quale ostacolo può infine opporsi alla distruzione della democrazia fondata sul Lavoro? Nessuno.

Non potendo svalutare la moneta, occorre rimanere competitivi abbassando i salari. La manovra si completa marginalizzando fasce crescenti di lavoratori, “serbatoio” di disoccupati utile a deprimere- con la paure- ancora le retribuzioni

Allo stadio finale del Mondialismo, infine, ogni corpo statuale si trova alla mercé di potenze evanescenti e difficilmente identificabili, moloch a cui occorre senz’indugio obbedire a forza di sacrifici e rinunce, privazioni e sofferenze. La rana è ora cotta a puntino: società impoverite, senza organizzazione, destabilizzate dai media e intimorite da masse di stranieri introdotte ad arte risultano docili greggi da scannare senza ritegno, atomi da plasmare ad uso e consumo delle spietate esigenze del Profitto assoluto. Legioni di quisling in giacca e cravatta, vere quinte colonne del tradimento, si prestano al mestiere di sorridenti kapò: come insegna Alberto Bagnai, il grembiule rosso nasconde meglio le macchie della macelleria sociale. Fine ultimo del caos è quindi la definitiva eradicazione delle tracce di civiltà sociale edificate con fatica in decenni di lotta e sangue, magari incentivando- più o meno velatamente- forme di odio generazionale, sessuale, nazionale.

Il predominio dell'esportazioni tedesche, sostituisce alle panzerdivisionen le merci

Il predominio dell’esportazioni tedesche sostituisce alle panzerdivisionen le merci

Seguendo un disegno insensato e criminale, oltreché annichilire gli Stati l’UE riesce nel capolavoro di favorirne la conquista- in prima battuta economica- rianimando così l’esausto spirito dell’imperialismo. La Germania della Grossekoalition, dove i salari sono stati schiacciati per favorire le follie del mercantilismo, risulta così una potenza egemonica marcia dall’interno, in cui pochi neo-junker imperano entro e fuori i confini del Reich. L’odio che ne consegue, dovuto a inumane scelte politiche (citofonare Grecia), destabilizza ciò che resta dell’Europa dividendone in schegge impazzite i pilastri fondamentali.

Tirando le somme,quindi, le celebrazioni di Roma sancivano il trionfo di un distopico ritorno al XIX secolo condito dalla non trascurabile conseguenza della destabilizzazione di quella che un tempo era la fucina del Mondo. Rigurgiti di pangermanesimo, evidenti ormai anche ai più miopi, preoccupano i più attenti osservatori: da sogni atomici alla rapina istituzionalizzata, l’élite tedesca si trova- ancora una volta- nelle condizioni di trascinare con sé nel baratro le sue colonie acquisite, ad un costo che già oggi risulta vergognosamente elevato.

La reazione disperata dei popoli è però risultata fino ad oggi ben più solida di ciò che si poteva sospettare solo un anno fa

Regno Unito e Stati Uniti d’America, seppur con le tipiche storture della struttura anglosassone, rappresentano in questa direzione un’ispirazione, magari da affiancare al pur possibile successo di madame Le Pen all’ombra dolce della Tour Eiffel. Nell’attesa della bella addormentata Italia, liberare l’Europa dall’UE risulta essenziale per tarpare le ali agli incubi reazionari e distruggere il rovinoso predominio dell’economia sulla Politica: Nazione o barbarie, tertium non datur.