Un tempo, alla fine della mia adolescenza, ho pensato di diventare avvocato come mio padre, ma allo stesso tempo volevo fermamente essere un rivoluzionario.

Il comandante, lo sciacallo, il terrorista sono solo alcuni degli epiteti con cui i media hanno delineato i contorni di una tra le figure più controverse degli ultimi tempi: Ilich Ramìrez Sànchez, meglio noto come Carlos. Di certo non si sta parlando di uno stinco di santo, e nemmeno di un cardinale ma del resto Mao lo sapeva bene: “La rivoluzione non è un pranzo di gala. È un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”, un precetto che Carlos conosceva bene, tanto da farne prassi quotidiana. Del resto quel nome, Ilich, patronimico di Vladimir Lenin, sembrava presagire sin dalla tenera età il destino di questo combattente. Non fu un caso che il padre, José, militante del Partito Comunista del Venezuela, volle imprimere anche nel nome dei propri figli le convinzioni marxiste-leniniste. Una vita, quella di Ilich, che rasenta l’opera cinematografica: tra fughe rocambolesche, imboscate e terrorismo internazionale è stato più volte fonte d’ispirazione per film ed opere letterarie.  Il suo attivismo politico si concretizzò sin dall’adolescenza tra le fila della sezione giovanile del Partito Comunista venezuelano, aderendo in seguito a Campo Matanzas, una scuola di guerriglia gestita dal governo cubano con sede a L’Avana. All’età di 18 anni si trasferì a studiare prima a Londra ed in seguito nella Russia Sovietica, in cui molto probabilmente intrattenne relazioni con il KGB. Nel 1970, all’età di ventun anni, si unì al Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, ottenendo fama ed onore per le sue mirabolanti azioni di guerriglia, con cui in seguito sarà fregiato della cittadinanza onoraria palestinese, concessagli da Yasser Arafat. Ma fu solo nel 21 Dicembre 1975 che il suo nome rimbombò nei giornali di mezzo mondo per l’attentato alla sede dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) a Vienna, prendendo in ostaggio 60 uomini. Un’azione che non riuscì a portare completamente a termine, ma con cui ottenne un riscatto astronomico che gli costò anche un mandato di cattura internazionale. “A Vienna si sentivano i padroni del mondo, ho mostrato loro che erano vulnerabili.” Negli anni successivi a quell’inverosimile azione terroristica all’OPEC, Carlos si destreggiò in numerosi paesi per sfuggire alle autorità internazionali, senza però rinunciare alla propria indole. Nel 1976 dallo Yemen fondò l’Organizzazione Araba per la Lotta Armata con cui continuò a perseguire il sogno rivoluzionario dell’emancipazione del popolo palestinese dal giogo sionista. Un’attività che condusse fino al 1994, anno in cui venne braccato dalle autorità sudanesi che in seguito lo consegnarono alla giustizia francese che decretò la pena all’ergastolo per numerosi reati di stampo terroristico. Una pena accolta con un ghigno beffardo ed un pugno chiuso, urlando “Viva la Rivoluzione”.

Oltre al profilo del rivoluzionario, Carlos coltivò anche la figura dell’inguaribile latin lover, unendo alla lotta armata un innato romanticismo che fece cadere miriadi di donne ai suoi piedi. Del resto Antonio Gramsci lo diceva: “ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione”. Dai primi anni del 2000 il rivoluzionario venezuelano si definisce “la voce dell’Islam e della storia”, segnando una svolta epocale nel suo percorso politico, abbracciando la causa del socialismo islamico. Una commistione, quella tra socialismo ed Islam, che affonda le proprie radici nell’insegnamento di Maometto, che idealizzava una società futura in cui la povertà non avrebbe trovato posto. Egli diceva che sarebbe venuto il giorno in cui una persona che avrebbe voluto fare carità, non avrebbe trovato nessuno a cui farla. Un insegnamento che è alla base di uno dei pilastri dell’Islam: zakat, il pagamento dell’imposta coranica al fine di redistribuire le ricchezze all’interno della comunità.
In un’intervista Claudio Mutti, direttore della rivista di studi geopolitici Eurasia, rintracciò in tre forme di spiritualità: Cristianesimo Ortodosso, Buddhismo e Islam, delle forze in grado di costituire un valido fronte di lotta contro le derive della post-modernità; allo stesso modo Carlos rivede nell’Islam una fede da contrapporre al materialismo capitalista di stampo statunitense. La storia di quest’uomo si va ad accodare ad una lunga tradizione, prettamente sudamericana, che ha visto alternarsi sul carro dei “cattivi” degli uomini forgiati con un materiale raro al giorno d’oggi: il coraggio. Un materiale che non arrugginisce, anzi con il tempo si fortifica, come se non dovesse spezzarsi mai. Ebbene oggi Carlos lo si potrà vedere nei telegiornali, con i suoi capelli d’argento, il volto segnato da qualche ruga e una camicia hawaiana, con la risposta pronta a quella domanda ormai scontata: “Sono un rivoluzionario di professione”.