Domenico Naso su Il Fatto Quotidiano riporta le parole interessanti di Francesco Malcom, storico “ex collega” di Rocco Siffredi: “Rocco ormai i soldi non li fa più col porno ma con la televisione, l’Isola dei Famosi, gli spot, le serate in discoteca… Continua a fare porno solo per brandizzare il suo marchio, al di là se ci guadagna o meno. Lui è a Budapest e può accedere al mercato di alcune delle più belle e disponibili donne dell’Est Europa […] Prima c’erano i budget, la qualità, uno stile di vita diverso. Oggi le produzioni sanno di ‘vorrei ma non posso’. Qualcuno addirittura ingaggia gli attori da dopo pranzo a prima di cena, per risparmiare sui pasti”.

Il Rocco nazionale sfida la crisi mondiale del settore (sia chiaro: la crisi è la relativa alla produzione, all’indotto del porno, non “all’uso” che del servizio viene fatto!) perché, anzitutto, può permetterselo: “non gliene frega un cazzo: lui è Rocco Siffredi, l’unico divo riconosciuto in tutto il mondo. Ormai i soldi non li fa più col porno ma con la televisione, l’Isola dei Famosi, gli spot, le serate in discoteca. Continua a fare porno solo per brandizzare il suo marchio, al di là se guadagna o meno – continua Malcom – ripeto: non credo sia una questione di soldi ma di brandizzazione”.
“Una questione di brandizzazione”: definizione interessante se si calcola che, secondo alcuni studi, ciascuno di noi sia esposto quotidianamente a circa 7.500 stimoli pubblicitari.

La masturbazione (o volendo “il sesso” in senso lato) è un fenomeno umano che attraversa le epidemie, le rivoluzioni e i progressi di tutte le epoche storiche dal principio sino a domani. “Di male” non vi è nulla: non c’è male in sé, soprattutto se con “male” ci riferisce a una sfumatura di giudizio morale/moraleggiante. Né il sottoscritto scrivente né alcun lettore potrebbe mai stabilirlo autonomamente senza un’analisi del contesto in cui quel “male” vorrebbe essere inserito. Quindi, analizziamo (seppur brevemente) il contesto: oggi “l’industria pornografica incassa 57 miliardi di dollari l’anno. I contenuti porno sul web sono più di 372 milioni per oltre 4,2 milioni di siti hard consultabili. La pubblicità, la letteratura, l’intrattenimento televisivo sono saturi di immagini, video, foto e materiale a sfondo sessuale. Un mondo simulato, ideale, carnale ma spassionato, che si frantuma con la realtà del quotidiano, che esorta gli individui a rinchiudersi nell’intimità della pornografia, alla ricerca del godimento”.

“Godi!” è l’imperativo, kantianamente categorico, di questo momento storico che vede la parola “sex” al primo posto fra quelle digitate nei motori di ricerca virtuali.
Nel bel saggio di Fabrizio Fratus e Paolo Cioni, L’ideologia del godimento (Circolo Proudhon Edizioni), si evidenzia con chiarezza e semplicità quanto la conseguenza più catastrofica di questo atteggiamento consista nell’isolamento, progressivo e repentino, dalla vita sociale e socializzante di tutti noi attori sociali alienati.
Tutto è sesso – come dice il protagonista di “House of cards” citando Oscar Wilde – tranne il sesso, che è potere”. Esattamente, un potere che ha la facoltà di annullare ogni libertà raggiunta con anni di lotte sociali mirate all’unità di quel gruppo di individui che avrebbero dovuto credersi società anziché trasformarsi ne “la società degli individui” (Livolsi), passando per quella “dello Spettacolo” (Debord).
Perché tutto questo avviene nel silenzio della critica che si scontra col boato orgasmico di quell’industria? Perché non c’è più scandalo o perversione che non consista nell’osceno oscenizzato? Perché questo osceno è diventato, sempre nel silenzio della critica, l’unica alternativa al reale che, sempre meno timidamente, lo imita celebrandone l’idolo assoluto? Perché “Il Capitale” schiaccia l’acceleratore su un tasto così caldo, anzi, “hot”? Semplicemente perché, come spiega lo psichiatra Cioni, “una popolazione di persone etero-dirette è molto più gestibile di una popolazione di persone autodirette”.

Nessuna cecità fisica per lo sforzo delle mani nella non-intimità della propria masturbazione, bensì un annebbiamento intellettivo-intellettuale che, assordato dal grido del godimento, si ritrova oltre che sordo, cieco e muto, anche impassibile al gusto del Vero.