Mentre tutti festeggiavano il primo maggio immersi nella tradizionale ilarità, un dubbio, come tutti gli anni, è stato sorvolato, tra la confusione dei festeggianti e il pressappochismo pacioso degli organizzatori. Propriamente il dubbio era questo: il primo maggio è la festa del lavoro o è la festa dei lavoratori? Nei più autorevoli giornali e sui siti istituzionali si trovano indifferentemente la prima e la seconda espressione.  Imbarcarsi nel dubbio per tentare di risolverlo non è un cruccio da paroliere, ma un tentativo concretissimo di mettere in chiaro le cose. La questione che verte sui termini lavoro/lavoratori, proprio a sottolinearne la sostanzialità, fu una delle più accese presso l’Assemblea Costituente per i lavori preparatori dell’art. 1, quando le parole ancora contavano molto. All’epoca si doveva decidere se la Repubblica sarebbe dovuta essere una repubblica democratica fondata sul lavoro, come poi accadde, o una repubblica democratica dei lavoratori e la questione portava con sé delle implicazione tutt’altro che di mera estetica. Basti pensare che per la seconda soluzione optarono gli stati sovietici. Anche se convincere dell’importanza pratica del titolo chi del primo maggio ha più a cuore la gastronomia popolare che i presupposti teorici, non è semplice, questo esempio può essere d’aiuto. Se si decidesse di istituire una festa per i carcerati, questa non sarebbe la festa del carcere ma esclusivamente la festa dei carcerati. Ebbene, anche se l’ambientazione è diversa, la differenza tra le due festività è simile. Nel primo caso, quello della festa dei lavoratori, essi festeggiano se stessi come categoria internazionale e maggioritaria a prescindere da ogni considerazione di merito sul lavoro come concetto. Alla luce di questa interpretazione, ha senso che festeggino solo i lavoratori e non coloro che il lavoro lo desiderano o che lo hanno perso, a meno che non si sentano vicini alla categoria e alla sua storia. Nel secondo caso, vale a dire quello della festa del lavoro, cambia completamente la prospettiva. Nell’idea di festa del lavoro c’è un preliminare (e tutt’altro che scontato) giudizio positivo sul lavoro, postulato come bene assoluto e come diritto in senso stretto.

L’avverso periodo economico ha fortemente condizionato il mutismo e il conformismo sul tema del lavoro, dando per assodata la soluzione del lavoro, qualunque esso sia, come aspirazione naturale e come fonte di felicità. In questo giudizio c’è  la tacita identificazione tra lavoro e reddito oltre che una morale stacanovistica conveniente al sistema economico corrente. Avere un reddito è quello che realmente i cittadini considerano un diritto, perché in un mondo in cui i vantaggi sono più significativi dei diritti, il denaro è l’unico status qualificante o quanto meno più qualificante di quello di cittadino o lavoratore. In una contemporaneità che sforna mestieri robotici per gli uomini e mestieri intellettuali per i robot, il lavoro deve tornare al centro della discussione, al di là della retorica  ingombrante che lo vede come una divinità pagana in nome della quale è giustificato ogni sacrificio. Alla stravagante ma eroica volontà di potenza si sta sostituendo una misera volontà di occupazione di massa senza che ci si chieda se sia davvero un diritto auspicabile rispondere ad un call center per diverse ore al giorno o fare altri lavori similmente alienanti. È un diritto così sacro da festeggiare quello che fa stare un uomo rintanato nei caselli delle autostrade come  un penitente, magari a pochi metri da una macchina che fa esattamente il suo mestiere? No, non tutti i lavori sono dei diritti, alcuni sono dei ricatti per vivere. Il lavoro è un concetto molto vasto all’interno del quale si assiepano le più diverse attività, dalle arti, alle professioni intellettuali fino ai lavori più ottundenti.  Tradizionalmente si dividevano i lavori usuranti da quelli non usuranti, distinzione che oggi lascia il passo ad una tassonomia assai più rilevante: lavori alienanti e lavori nei quali ci si può sentire realizzati.

Ha scritto Oscar Wilde in un prezioso saggio troppo trascurato: “Non c’è nulla di necessariamente dignitoso nel lavoro (manuale), e la più parte di esso è assolutamente degradante”. E’ moralmente e mentalmente offensivo per l’uomo fare qualcosa nella quale non trovi piacere, e molte forme di lavoro sono attività totalmente prive di piacere, e dovrebbero essere considerate tali. Spazzare un crocevia fangoso per otto ore al giorno mentre soffia il vento di levante è un’occupazione disgustosa. Spazzarlo con gioia sarebbe spaventoso. L’uomo è fatto per qualcosa di meglio che rimestare nello sporco” e sentenziava conclusivamente “tutti i lavori di quel tipo dovrebbero esser fatti da una macchina”. A queste riflessioni è seguita una valanga di retorica lavorista che ha scambiato per fanatico dandismo una delle più pure idee di socialismo che l’Europa abbia avuto. Oggi si parla di lavoro come se fossimo negli anni ’50, senza considerare che da qui a pochi anni il lavoro come occupazione generale, con l’avvento delle macchine, sarà impossibile. La soluzione wildiana vale a dire la tecnica, che avrebbe dovuto rappresentare la liberazione dell’umanità dal labor (fatica) e il “ritorno” (almeno così dicevano i grandi autori del passato) ad un’età di oziosa felicità, a causa dell’assurdo sistema economico vigente, prende più i caratteri di un’apocalisse. Detto ciò a ognuno è dato di festeggiare quello che vuole: il lavoro o se stesso, il mezzo o il fine.