Se sei un inginocchiatoio, dovrai scoprire gli altarini. Giacché siamo ancora nell’èra detta cristiana, anno del Signore 2016, v’è il sospetto che una qualche cristianata sia rimasta. No, non la dozzinale schitarrata del rito moderno, «o un vecchio prete nero che dice senza piagnucolare / la messa domenicale» – siamo houellebecquiani, non razzisti. Il dubbio è che vi sia qualcosa di più losco, e losco, per noi che non siamo poeti, fa rima con privato. Tu, che di questo popolo conosci più vizi che virtù, dovrai raccontarci un po’ delle preghiere bisbigliate che t’investono in tale periodo. Pare che sia, per i suddetti poveruomini, tempo di pentimento e confessione: al di là di confuse prescrizioni catechistiche, si avvicinano non alla mortificazione ma almeno al modesto digiuno. Chi per due volte a settimana, chi per una, ma il punto è fermo: lo stomaco borbotta, bofonchia, si lagna. Per la Quaresima vale la domanda di Cioran: «Cosa fai dalla mattina alla sera? – Mi subisco».

Se sei un inginocchiatoio, ne converrai. Quaranta giorni di pentimento sono pochi, per trecentosessantacinque giorni di porcate, ma la fame mónda, è catartica, è religiosissima. Non mangerai del frutto di quell’albero: il primo precetto della religione cristiana è specificamente “alimentare” – il virgolettato è d’obbligo, in tempi in cui ogni guascone è teologo. Se il cibo è sacro, ha ragione Langone a vedere nel veganismo più di una moda New Age: un paganesimo di ritorno. «A immagine del nutrimento l’uomo è fatto», scrive Ceronetti, e come dargli torto.

Se sei un inginocchiatoio, dovrai ascoltare la nostra confessione. T’abbiam fatto di mogano pregiato, noi cristiani penitenti, ma ci siamo costretti alla povertà del digiuno. Ecco il problema che ci affligge. Se è vero che è scritto «non di solo pane vivrà l’uomo» (Mt. 4,4; Lc. 4,4), è indubbio che al venerdì tutto pane e acqua non possiamo sopravvivere. Perché non ne possiamo più del pane odierno. Soffochiamo di baguette industriali e soffriamo di pane surgelato prodotto da macchinari, dal sapore di massa, di odio, di rumore; figlio di un impasto che impiega meno tempo a lievitare che ad essere digerito, confezionato nelle crudeli buste con codice a barre, cadùco ed effimero. Dacché non teniamo le bucce delle merendine in tasca, come qualcuno ha pensato del civildigiunatore Marco Pannella, non possiamo né vogliamo conciliare la luce della fede cristiana con il pane cattivo.

Se sei un inginocchiatoio, saprai già cosa è giusto. Ci hanno tolto il pane di bocca, ci hanno riempito lo stomaco di pietre. Al pane cattivo, che fa vivere male, preferiamo le parole dei sapienti, che fanno morire bene; ma a tutto preferiamo del buon pane. Si pensi ai toscani, che bilanciano la fedeltà al pane “sciocco”, senza sale, con le terzine di Dante: «Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale». Al freddo delle macchine che sputano orrido cibo, utile nemmeno per una ribollita o una panzanella, preferiamo il caldo, quello delle mani delle donne, nella paziente lavorazione dell’impasto, e quello del fuoco, nel dimenticato forno a legna. Se c’è qualcosa che un uomo – anzitutto se vero uomo, cioè moderatamente maschilista – deve cercare tra le doti di una donna, non sono le ricette delle torte imbellettate à la americana, ma la conoscenza e le mani utili a sfornare del buon pane.

Perché vedi, o inginocchiatoio, il pane è come l’amore, come la salute, come l’intelligenza: è buono se è durevole, se è sale della terra. Salvatore Satta, ne Il giorno del giudizio, ricordava così il suo carasau: «Dal fondo di quali millenni fosse venuto quel pane Dio solo lo sa: forse lo avevano portato gli ebrei che erano stati risospinti dall’Africa, nei tempi dei tempi. Il lavoro aveva la solennità di un rito, anche perché si protraeva fino alla mattina, e le ore tarde portavano il silenzio: i ragazzi sgusciavano nella porticina stretta, avvampavano al calore, s’inebriavano del profumo di pane e di ceppi ardenti di lentischio, rapiti dai guizzi delle fiamme sulle pareti fumose […]. Era un momento di gioia per loro e per i ragazzi, che si sentivano tutti uniti da quella cosa ineffabile e senza padroni che è la vita». Si preghi, dunque, perché almeno in Quaresima ai poveri cristiani sia servito, con la sacralità di un rito, del buon pane.