“I colloqui di lavoro, oggi come oggi, terminano così: ‘Papà mi presti un po’ di soldi?’ – Perché?Perché devo lavorare!”.

Alessia Bottone, più nota come Black&Decker, dopo e nel mentre degli studi in Scienze Politiche, Istituzioni e Politiche per la Pace e i Diritti Umani (quindi in Scienze della Disoccupazione a Lungo Termine, come ama dire), ama viaggiare e per questo si è dedicata prima alla vendita di panini a Dublino, poi alla salumeria francese per arrivare addirittura in Costa Rica, dove ha vissuto in una comunità indigena (e tutto partì dall’Erasmus a Barcellona!). Stagista per le Nazioni Unite dopo aver vinto una borsa di studio per Bruxelles, non si è fatta mancare una permanenza in Svizzera come volontaria in un centro per richiedenti asilo. Insomma, “ho cambiato sette paesi negli ultimi cinque anni e ciò vuol dire quindici appartamenti, almeno quaranta coinquilini, ducu water diversi, e almeno una decina di datori di lavoro non retribuito”. È però con la laurea e la totale, agonizzante e avvilente constatazione della sua “inutilità” che, presa da “la rabbia e l’orgoglio”, decide di scrivere una lettera al giornale della sua città, convinta che, tanto, non sarebbe mai stata pubblicata. E, invece, da là tutto è cambiato: nasce il suo blog personale (Danordasud), pubblica con successo il libro Amore ai tempi dello stage, in mezzo mille e un colloquio e infine Papà mi presti i soldi che devo lavorare?.

Da “Lei è troppo scrittrice per la nostra azienda” – “Lei è troppo determinata. E se dopo non ubbidisce?” – “Lei ha viaggiato troppo, è una persona instabile”, Alessia Bottone se la prende con tutto e con tutti, a cominciare dal “Signor Colpadeilaureatiinlettere: per lui “la ricetta per mettere fine alla crisi e per sedare lo spread consiste nell’eliminazione di laureati in materie inutili. Se vi trovate di fronte a uno di questi durante un colloquio, sappiate che siete spacciati”. Trovare lavoro è quasi diventata una ossessione frustrante, certamente alienante (neanche a dirlo, in senso filosofico), e intossicante; ma attenzione anche “alle malattie durante/sul lavoro”: “Essere o non essere ammalato? Licenziato o non licenziato alla scadenza del contratto [co.co.ricò]? Questo è il problema”, ironizza la Bottone, che ne ha passate più di Gian Burrasca e Ulisse messi insieme, davanti allo stesso sportello “trova-lavoro”. Il libro, al di là delle voci divertenti, degli scenari grotteschi e delle risposte paradossali in sede di colloquio, offre una lista/elenco di contraddizioni che la crisi ha sparso qua e là nella vita quotidiana dei giovani (come noi) che l’effetto/desiderio opposto di spingere a scappare via, verso terre lontane e desolate dove del lavoro si potrebbe fare anche a meno, e di rimane, dall’altra parte, ad oltranza, in un’Italia che non si vuole lasciare perché, se è vero che questo non è il suo momento migliore, è altrettanto vero che prima o poi un momento migliore di questo arriverà.

Alessia Bottone, alterego di ciascun disoccupato impegnato, stagista sfruttato, lavoratore mortificato e studente preoccupato, dedica questo libro “a chi, come me, non ha alternative, se non inseguire quel sogno che non lo lascia dormire di notte”.

Grazie, Alessia.