Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

La lecita difficoltà che si interpone tra il populismo e una sua facile definizione è costruita da un muro di molteplici motivazioni. Altrettanto lecito è interrogarsi in cosa consistono tali motivazioni e cercare di incamminarci nell’arduo tentativo di dare un qualche tipo di definizione di populismo. Senza far uso di percentuali matematiche, non causerebbe stupore se si rilevasse che la parola populismo è tra le dieci più utilizzate nel giornalismo politico d’oggi. Il primo dei tanti problemi con cui avremo a che fare consiste esattamente in questo: vi è oggi un abuso eclatante del termine populismo. Un abuso che trascina con sé un’inconsapevolezza della consistenza terminologica della parola stessa. Un abuso che ha portato, se volessimo giocare paradossalmente con le parole, a rendere populista il termine populista stesso. Chiedersi cosa significhi populismo e pensare di scamparsela con una risposta apodittica e sentenziosa equivale ad errare, perché il populismo è tremendamente eccedente, camaleontico, ermetico. Qualsiasi tipo di definizione del populismo rende pressoché impossibile la comprensione perfino parziale del fenomeno in cui consiste.

Premessa l’imprevedibile adattabilità del populismo in base all’epoca e alla zona geografica, probabilmente aiuterà incamminarci dai primi momenti storici in cui il termine compare in modo chiaro ed evidente. Nonostante vi sia chi consideri populiste perfino le rivolte medievali, si ritiene lecito considerare come i primi populisti i narodniki, studenti e accademici russi che, nel tardo Ottocento, si fecero portavoce di un movimento incontro al popolo, rievocando virtù bucoliche e contadine. Ma il termine populista si consolida e assume una forma precisa negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, precisamente in alcune zone latino americane. Il peronismo argentino è chiaramente il riferimento principale del populismo del primo Novecento, vi è anche chi sussume in questa sfera il primo Fidel Castro, fino ad arrivare al contemporaneo Hugo Chàvez in Venezuela e Recep Tayyip Erdoğan in Turchia. Da questi contesti isolati e contingenti il populismo si è via via espanso, colpendo l’occidente e l’oltreoceano, assumendo connotati e sintomi differenti, ma che hanno un rapporto tra loro.

Nicolas Maduro alza al cielo un quadro raffigurante Hugo Chavez durante una manifestazione di campagna elettorale nella città portuale di Catia La Mar

Nicolas Maduro alza al cielo un quadro raffigurante Hugo Chavez durante una manifestazione di campagna elettorale nella città portuale di Catia La Mar

Il populismo non si è mai, almeno finora, trasformato in un partito, in un regime politico; Taggart nel “Populismo” afferma che il populismo è una ideologia allo stato brado. Più che una ideologia o uno stile comportamentale, il populismo è considerabile come una mentalità, una forma mentis che si adatta e presenta in maniere diverse in base al contesto storico-geografico in cui si colloca. Potremmo immaginare il populismo come una scatola che contiene all’interno di sé numerosi paradigmi, alcuni simili e alcuni diversi tra loro. Il partito, il movimento, il politico populista non fa altro che prelevare un certo numero di questi paradigmi. Questo stratagemma può far capire che le modalità con cui il populismo si presenta sono molteplici, tali da non poterci garantire l’efficacia di un metodo d’investigazione populista che presupponga la ricerca di sintomi e atteggiamenti uguali. La complessità del populismo, come avrete già capito, è labirintica. Per cercare di scappare dal Minotauro utilizzeremo come filo d’Arianna un’opera illuminante per chi si voglia rapportare con il tema, ovvero “Italia populista” di Marco Tarchi.

Il Professore, che si concentra in modo specifico sul caso italiano, denota come negli ultimi quaranta-cinquanta anni gli studi sul populismo siano aumentati in modo repentino, diretta conseguenza della crescente consapevolezza che il fenomeno c’è, esiste. In pochi anni si è riusciti ad accostare alla coscienza del problema populismo l’esigenza di studiarlo criticamente, analiticamente; un passo necessario vista la grande superficialità e sfaccettata facilità con cui, fin dagli albori, si è narrato di questo populismo in preda a un rozzo pressapochismo. Il lavoro sociologico e filosofico che Tarchi intraprende mirabilmente è accompagnato da un lecito tentativo di identificare scientificamente il fenomeno-populismo, raccogliendo da fonti ufficiali le percentuali di voto ottenute dai più importanti partiti populisti alle elezioni europee del 2009 e del 2014. Il partito austriaco Freiheitliche Partei Österreichs dal 12,7% del 2009 ha raggiunto il 19,5% nel 2014, in Danimarca lo Dansk Folkeparti è riuscito a passare da un 14,8% a un sorprendente 26,6%, così in Francia con il Front National, che raccoglie prima un misero 6,3% per poi slanciarsi ad un 25,0%, e in tanti altri paesi dell’EU, come la neo-uscita Gran Bretagna, la Lituania, la Lettonia, la Repubblica Cieca e ovviamente l’Italia.

Il Professore Marco Tarchi, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell'Università di Firenze dove attualmente insegna Scienza Politica, Comunicazione politica e Analisi e Teoria politica. Tarchi è uno dei massimi studiosi contemporanei del populismo

Il Professore Marco Tarchi, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze dove attualmente insegna Scienza Politica, Comunicazione politica e Analisi e Teoria politica. Tarchi è uno dei massimi studiosi contemporanei del populismo

In sostanza il populismo è come la lumaca: spunta fuori dopo un forte temporale. Crisi politica o sociale costituiscono l’ossigeno del populismo, l’alito del popolo che ansima, che grida, che bestemmia. Il populismo raccoglie le lacrime degli sconfitti, le preghiere dei precari e le parole degli ignoranti. Il populismo è la medicina, ma come ogni medicina non è applicabile se non al corpo malato. E se il corpo non è ammalato, il populismo lavora per fargli credere che lo sia. Non propriamente un’ideologia, in quanto manca di un testo, movimento ed esponente fondatore oltre al fatto che, come ancora Tarchi, capi e seguaci populisti hanno un’affermata insofferenza verso il termine ideologia. Il filosofo argentino Ernesto Laclau lo definisce una logica sociale, un atto performativo che tenta di identificare il più possibile i governanti e i governati, di rompere la piramide sociale, di far credere che chi sta sotto possa stare benissimo sopra e viceversa, una combinazione che trasvaluta la competenza, la tecnicità della professione politica, che è sminuita a un semplice processo meccanico “raccolgo la volontà dei cittadini, eseguo”.

Contro la complessità e contro gli intellettuali, contro tutto ciò che possa richiedere qualche tipo di difficoltà alla comprensione dell’affollata plebe. Ma anche contro i burocrati, che negano anch’essi la semplicità e l’immediatezza dei rapporti interpersonali. La vittima principale del lavoro del populista è la povera parola, utilizzata in nome del popolo, di Dio, e delle qualità che il leader populista dice di possedere. La prassi comunicativa deve essere semplice, scorrevole, più teatrale e mielosa possibile quando si tratta di raccattare la fiducia dei cittadini, la loro convinzione che il populista sia uno di loro. Ricorrenti sono le espressioni “i nostri figli, le nostre case”, il presentarsi come facenti parti di quella famiglia allargata che il populista vuole ricostruire per la felicità dei cittadini. Una comunicazione della seduzione, dell’ipnosi, vivamente volgare e scandalistica, compatibile perciò al “popolare”. Sottile è la differenza tra il demagogo e il populista, mentre il primo, nota Raphael Liogier, punta a farsi vedere in luce positiva e non parla necessariamente in nome del Popolo, il populista, invece, si esprime in nome dello spirito del Popolo, della maggioranza vessata, che sarebbe ridotta al silenzio, soffocata […] un demagogo non è necessariamente populista, ma, in compenso, ogni populista è per forza un demagogo.

Una curiosa spiegazione del populismo viene data da Isaiah Berlin, passata alla critica come complesso di Cenerentola:

[per complesso di Cenerentola] intendo quanto segue: esiste una scarpa, la parola populismo, per la quale da qualche parte esiste un piede. Ci sono tutti i tipi di piedi che quasi le si adattano, ma non dobbiamo essere ingannati da questi piedi che quasi si adattano. Il principe sta sempre andando in cerca con la scarpa; e da qualche parte, ne siamo sicuri, aspetta un limbo chiamato “populismo” puro. Questo è il nucleo del populismo, la sua essenza.

Netta è la contrapposizione tra il “noi” e “loro”. Noi siamo i derubati, gli sfruttati, le vittime, i cittadini che devono ritornare sul trono. Loro sono i corrotti, gli incapaci, i ladri, i ricchi, i residenti dei “palazzi”. Il populista è colui che dice di porsi l’obiettivo di cancellare questa distinzione una volte per tutte, proponendo una visione politica completamente anti elitaria e anti gerarchica, almeno superficialmente. Il populista vuole dimostrare a tutti i costi che è uno del popolo e che continuerà ad esserlo se tramite i cittadini riuscirà ad ottenere il potere per adempiere le loro/sua volontà. Ma come si spezzetta questa distanza tra il popolo e il politico? Al linguaggio, di cui abbiamo già parlato, possono seguire le più semplici tecniche, per esempio l’abbandono della cravatta e della giacca, costumi ancorati a una immagine sfarzosa e troppo benestante del politico, per lasciar prevalere le felpe, le polo, talvolta bagnate di sudore, che appesantiscono il carico emotivo della figura populista. E andando avanti con la gestualità, lo stile di vita e l’utilizzo sfrenato dei social network.

9788815274656_0_0_0_75

Si è soliti incasellare come populisti anche i famigerati totalitaristi fascisti e comunisti del primo Novecento, in realtà secondo Tarchi, nonostante tra populismo e totalitarismo vi siano alcune affinità, la differenza tra i due tipi di leader politici c’è ed è molto marcata. Il leader populista è infatti un ventricolo del popolo, non si pone al di sopra di esso, non si presenta come un personaggio mitico o superiore, ma come un comune mortale che si propone al popolo come interprete della sua volontà, in quanto sa parlare la sua lingua, la sa ascoltare. Il populista non arriva al potere per volere di Dio né tantomeno per la sua forza, ci arriva quasi senza volerlo, ci arriva venendo direttamente dal popolo e per necessità e legami diversi verso i propri concittadini. Il populista tenta, in modo profondamente paradossale, di intraprendere, anzi, erigere una via politica ma di farlo con modi del tutto antipolitici. Innanzitutto viene distrutta, come detto in precedenza, l’idea di una tecnicità della politica, di una professionalità dell’attività politicante. Il politico non deve avere determinati requisiti, se non l’onestà (risulterà chiaro che il patto populista, tra leader e governati, è un patto metafisico, in cui tutto si fonda su questa presunta onestà che non può essere provata, osservata, messa in discussione se non fin quando il populista sarà al governo). Questo è il prezzo da pagare per questa tanto osannata e festeggiata democraticità dell’uomo moderno, gremita di demagoghi e retori. Senza addentrarsi in riferimenti ridicolosamente anacronistici, fa sorridere come Platone nel Libro VI della Repubblica descriva metaforicamente l’idea, tipicamente democratica (e quindi anarchica), che la politica non sia una tekne così come lo è l’arte medica o bellica, ma un’attivicella che ognuno di noi può svolgere.

Si immagini una nave preda di una forte tempesta, il cui anziano comandante è sia cieco che sordo. I membri della ciurma lotteranno fra di loro per aggiudicarsi il timone della nave, convinti che per salvare la nave basti muovere il timone, e che per muoverlo basti orientarlo di qua e di là. Tra i membri di questa ciurma c’è un marinaio che è potenzialmente l’unico capace di timonare la nave, perché ne ha le competenze tecniche e pratiche. Ma quando tale marinaio comincerà a parlare di astri, anni e stagioni, cioè di dati fondamentali da conoscere per guidare una nave, sarà deriso e poi ucciso dalla ciurma. Una descrizione perfetta della democratica-demagogica Atene del IV secolo, ma che potrebbe coraggiosamente essere utilizzata per comprendere uno dei connotati più evidenti del credo populista: l’assenza di una tecnicità politica, di una sua professionalizzazione. Difficile comprendere se il populismo sia spuntato in seguito alla scomparsa dell’idea di una tecnicità della politica o se sia stato il populismo stesso la causa di questa scomparsa, di certo gode appieno di questa assenza. Non è un caso che i leader populisti arrivino da ambienti tutt’altro che prettamente politici, chi dall’imprenditoria, chi dal teatro, chi dalla piazza. Questa umanizzazione della politica ha causato un suo impoverimento, ha concesso terreno fertile alla nostalgia dei grandi uomini politici del primo Novecento e ha permesso lo sviluppo della celebre “politica del meno peggio”, un’orrenda giustificazione con cui l’uomo contemporaneo giustifica la sua scelta di voto abbassandola alla mediocrità di cui già fa parte.

 [il linguaggio populista] è tutt’altro che esente da volgarità, semplificazioni estreme, assenza di problematicità, toni che non temono l’esagerazione, atteggiamenti paternalistici, impiego di proverbi, massime e luoghi comuni, la convinzione che la risoluzione almeno potenziale dei problemi sia implicita nella saggezza popolare.
(TarchiItalia Populista)

La prima manifestazione di massa chiara ed evidente del populismo in Italia è configurata da Tarchi con il leghismo. La Liga Veneta e la Lega Lombarda fin dalla seconda metà degli anni ’80 si presentavamo come movimenti unitari, compatti e a forte accezione localistica, facendo leva sul richiamo alla comunanza degli interessi economici degli abitanti delle regioni industrialmente più avanzate della penisola e, in parallelo, sulla fondazione di una tradizione culturale che consenta a quegli abitanti di sentire nel contempo simili fra loro e diversi dal resto dei cittadini italiani. Un’introspezione linguistica che si affaccia a un conservatorismo autoreferenziale. La richiesta principale della Lega è una autonomia territoriale, un’opposizione e un’indipendenza legittimata dal Sud, ozioso, sporco, malato, incurabile, improduttivo, contrapposto al Nord che dovrà invece essere il mattone fondante del processo di sviluppo economico del Paese. Ripartire dalle industrie, dalla privatizzazione delle imprese, dalla sostituzione delle tasse centrali con tasse locali. Il mantenimento della propria identità è uno dei nuclei concettuali intorno al quale si muove la Lega. L’uso spropositato del dialetto, l’avvalersi del simbolismo e il bizzarro fanatismo cromatico verso il verde sono solo alcuni dei connotati estetici e quindi etici del populismo leghista. Come detto in precedenza il populismo si avvale il più possibile del linguaggio, e la Lega n’è un chiaro esempio.

Umberto Bossi alza al cielo l'ampolla contente l'acqua del Po, presso la foce del Pian del Re

Umberto Bossi alza al cielo l’ampolla contente l’acqua del Po, presso la foce del Pian del Re

Toni a volte vittimistici (“Somaro lombardo, paga le tasse e taci”) e a volte tracotanti (“Roma ladrona, la Lega non perdona”), (…) espressioni sarcastiche dirette, rozze, non di rado violente nei toni polemici, (…) il linguaggio usato dagli esponenti leghisti è quello del senso comune, indulge alla volgarità ma a livello popolare è parlato un po’ ovunque: in casa, al bar, in strada con gli amici.

(Tarchi, Italia Populista)

Reliquia vivente per la Lega e i suoi seguaci è il segretario, il leader. Figura a tratti paterna, talvolta sacralizzata. Lo spiritualismo quasi mistico dell’habitat leghista prende forma grazie ai celebri giuramenti pubblici, ai riti di consacrazione del territorio, all’uso di bandiere e striscioni, foulard e capellini intonati al verde primavera delle valli padane, che utilizzano come luogo di ritrovo, dove sfogarsi, capirsi a vicenda e abbeverarsi dell’unica e sola acqua pura, quella del Po. I bersagli dell’attività leghista sono innumerevoli, la partitocrazia è sicuramente ingaggiata come una delle principali cause di quella suddivisione tra noi e loro che la Lega si pone l’obiettivo di distruggere. Ma i nuovi grandi e temibili nemici sono l’Islam e l’Unione Europea, che in realtà sono due problemi collegati per il leghista. L’UE infatti ha facilitato quel pericoloso abuso di flussi migratori di cui l’Italia si ritrova vittima e, in secondo luogo, avendo introdotto la moneta comune, è da considerare colpevole per la perdita di competitività delle aziende dell’Italia settentrionale.

L’islam è pericoloso, l’integrazione disordinata portata avanti dai democratici mette a repentaglio quell’areola culturale e sociale che la Lega si pone l’obiettivo di difendere a tutti i costi. Il citazionismo (per il resto quasi del tutto assente nel linguaggio leghista) della Fallaci, il buttare giù sondaggi e statistiche con percentuali quanto mai approssimative per far notare come criminalità e immigrazione siano direttamente proporzionali, l’innescamento di quella radioattiva corrispondenza fra islamismo e terrorismo che oggi riscuote tanto successo, le battaglie contro il burqa, contro le moschee italiane, la difesa del famigerato crocefisso nelle scuole sono solo alcune delle mosse leghiste per tentare di arginare quanto possibile questa emorragia culturale e tragicamente europeista.

Matteo Salvini che indossa la celebre maglia “Ruspe in azione” durante la sua battaglia mediatica contro il flusso immigratorio europeista

Matteo Salvini che indossa la celebre maglia “Ruspe in azione” durante la sua battaglia mediatica contro il flusso immigratorio europeista

La diffusione (del populismo) nella società italiana è il frutto di un lento e lungo processo di logoramento della democrazia rappresentativa.
Tarchi, Italia Populista)

Molte caratteristiche tipiche del populismo ha manifestato l’attività politica berlusconiana. L’avvento alla politica del Cavaliere non a caso si trova contestualizzato in una delle pagine più dolorose e ancora non del tutto risolte del Novecento italiano, lo scandalo Tangentopoli, che inaugura definitivamente l’immagine del politico italiano corrotto, o meglio, della classe politica italiana corrotta. Un momento storico che innesca definitivamente quel sentimento cardine che pervaderà l’italiano borghese per i prossimi vent’anni, ovvero un furioso senso di avversione verso la politica, la fideistica diffidenza verso la presunta onestà del politico, si arriva al punto che

non essersi mai occupati di politica nella propria vita diventa un titolo di merito, […] un potenziale requisito per aspirare a svolgere un ruolo di primo piano in quel rinnovamento che tutti auspicano.

Berlusconi si presenta infatti come il politico-non politico, come il politico manager e imprenditore che decide, per amore dei suoi concittadini, di offrire le sue competenze tecniche e caratteriali. L’uomo che si è forgiato da sé, che ha fatto tanta gavetta, che è uno del popolo e non proviene da quell’ambiente contagiosamente malato che è il mondo statale. Il linguaggio berlusconiano si fonda in primo luogo su una talentuosa abilità retorica di intrattenere e convincere le masse a cui si rivolge, adattando le complessità concettuali e decisionistiche della politica a piccoli stratagemmi per erigere la sincronia tra sé e il popolo: massime, battute, celebri barzellette, luoghi comuni, semplificazioni, gaffe volute, commenti sessisti e cinepanettonismo continuo.

La comunicazione berlusconiana si avvale a pieno dello schermo televisivo, che rappresenta il mezzo più efficiente con cui colpire le coscienze italiane, un mondo che il Cavaliere conosce molto bene, essendo proprietario di una delle più importanti reti private. Berlusconi si avvale della televisione adottando atteggiamenti demagogici, che tendono ad assottigliare il più possibile la distanza tra cittadini e leader politici, e di orazioni paternalistiche che tentano patriotticamente di rinstaurare un’italianità tristemente sbiadita e di rinvigorire in nucleo sacro della famiglia. Il fenomeno televisivo Berlusca viene incasellato spesso come “populismo telecratico” o “demagogia telepopulista”. Tarchi attraverso una genealogia di Forza Italia, descrive come la caratteristica fondante del partito berlusconiano sia stato fin da subito un forte e assuefante populismo. Forza Italia nasce come movimento privo di una gerarchia articolata, i primi anni si trova composto essenzialmente dai dipendenti dell’azienda berlusconiana Publitalia. Il compito di Forza Italia viene costantemente ribadito dal suo leader tramite la ricorrente metafora calcistica (altro modo per evitare intellettualismi complessi e sofisticati e tradurre concetti complessi in immagini famigliari): la politica è una partita di calcio, in cui l’arma per vincere sono il duro lavoro e l’onestà. Etica del lavoro che si evince profondamente in Una storia italiana, opuscolo abbondantemente illustrato che nel 2001 Forza Italia fa recapitare nelle case italiane in vista della campagna elettorale, e che racconta la storiella di questo piccolo Oliver Twist che è riuscito a pagarsi l’università facendo il cantante sulle navi da crociera.

Siamo stati costretti a bere l’amaro calice dell’impegno pubblico soltanto per amore dei concittadini. [La ragione avrebbe consigliato di continuare a occuparsi] del nostro particolare, della nostra famiglia, delle nostre aziende, del nostro mestiere, delle nostre professioni, ma il sentimento ha prevalso di fronte alla vista dei politicanti incapaci di mettersi d’accordo.
(
Silvio Berlusconi, L’Italia che ho in mente)

Silvio Berlusconi, in una puntata del gennaio 2013 di Servizio Pubblico, pulisce la sedia occupata da Travaglio prima di sedercisi

Se c’è un movimento che negli ultimi dieci anni è stato notoriamente definito come populista questo è sicuramente il Movimento 5 Stelle. Quello che da molti è definito il primo vero partito politico (anche se i pentastellati rifiutano il titolo di partito) interamente ed essenzialmente populista, andrà a formare insieme alla Lega, secondo il Washington Post, il primo regime populista in Europa occidentale. Tralasciando gli americanismi giornalistici il caso del M5S è più complesso di quanto sembri, poiché, nonostante siano tutti (i suoi leader e membri compresi) concordi nel definirlo un movimento populista, i pentastellati propongono una rimodulazione totale del significato e della presunta negatività del termine populista.

Come nota Tarchi la complessità del fenomeno Cinque Stelle consiste in primo luogo in questo punto: nella convinzione grillina che il populismo sia tutt’altro che cosa negativa, e ciò lo si legge chiaramente da quello che il Professore chiama l’outing del M5S:

la parola populismo è diventata un insulto per il Potere da quando l’opinione pubblica ha iniziato a mettere in discussione i suoi privilegi e questa Europa. Populismo vuol dire che se i popoli europei ne hanno pieni i cosiddetti e vogliono costruire un’Europa migliore, gente come Letta deve fare le valigie subito dopo le elezioni europee. Il populista Movimento 5 Stelle parteciperà alle elezioni europee per vincerle. Sarà una crociata (Blog, 16 Ottobre 2013).

Si è davanti a un movimento populista allo stato puro, ma che non si vergogna di esserlo.

Beppe Grillo in Piazza Maggiore il 20 Marzo 2010 durante il V-Day

Beppe Grillo in Piazza Maggiore il 20 Marzo 2010 durante il V-Day

Come detto in precedenza, ogni tipo di populismo nasce dal caos. Il germoglio delle Cinque Stelle si ha mentre l’Italietta è in preda al puro nichilismo ideologico e partitico. Il contesto non è dei migliori: il malessere democratico, la caduta del governo Berlusconi, le lotte interne nei partiti storici (vedi il PD), la crisi economica del 2008, le ricorrenti inchieste per appalti truccati, l’uso personale del denaro pubblico, le denunce e gli arresti di sindaci e parlamentari. L’assoluta refrattarietà verso la politica è ormai consolidata, la classe politica non è più considerata se non come una casta, biologicamente corrotta, necessariamente peccaminosa e inevitabilmente bramosa di potere e di denaro. All’interno di questa cornice per niente felice, l’italiano trova riso e conforto negli spettacoli satirici del comico genovese, che gioca e cimenta rabbia su ogni passo falso della politica italiana, irridendo e appellando Mario Monti come Valium, Berlusconi come lo Psiconano, Bersani come il Gargamella di turno e Renzi invece come l’Ebetino. Proponendo una dialettica aggressiva e luciliana, satirica e caustica, Grillo crea una forte empatia con gli arrabbiati, con gli illusi, con i derubati. Si destreggia bene nel suo luogo di provenienza, il palco, punta il dito di qua e di là, adatta magistralmente la sua espressione facciale all’indignazione che vuole trasmettere.

Ma il Movimento, già prima di diventare un partito nel 2009, comincia ad instaurare un nuovo tipo di comunicazione tra sé e il cittadino, inaugurando in Italia uno strumento mediatico di cui nessun ente politico potrà più fare a meno, ovvero il web. Il celebre Blog di Grillo, il cui primo post risale al gennaio 2005, è il Monte Sinai del M5S. Luogo ideale in cui idee e proposte politiche vengono presentate alla luce del sole, talvolta avvalendosi di bufale e fotomontaggi. Ricorrenti sondaggi aperti per far capire agli italiani quanto sia importante la loro opinione per il Movimento, fanno da cornice ad articoli di una manciata di righe ma con tante e imponenti immagini. Il lavoro del Blog andrà di pari passo con quello di Rousseau, piattaforma che il Movimento ha fondato per centralizzare il più possibile la volontà del partito con quella dei cittadini, dando l’opportunità di fare proposte di leggi e dire la propria su qualsiasi argomento, gettando i semi di una natia democrazia veramente rappresentativa.

Il MoVimento 5 Stelle è un’idea, non un’ideologia. E un’idea può essere applicata da tutti, anche dal 100% dei cittadini. Questo è l’obiettivo. Uno Stato senza partiti governato dai cittadini direttamente, per un tempo limitato e come servizio civile. E’ un’utopia? Si vedrà.

(Beppe Grillo – Comunicato Politico n.44)

L’unico interlocutore dei Cinque Stelle è il popolo, il santo e sacro popolo, privato di ogni dignità per colpa di coloro che hanno provocato l’appassimento etico della politica italiana. Ribadendo in continuazione l’ambizione di raggiungere il 100% dei consensi, il M5S, avvalendosi della ricorrente suddivisione tra Palazzo e Piazza, cancella in maniera estremamente semplicistica le linee di confine tra giusto e ingiusto, tra buono e cattivo, tra naturale e artificiale. Il popolo deve governare direttamente, senza alcun intermediario; i cittadini, dice Grillo in A riveder le stelle, si devono impadronire della loro democrazia e della loro politica: i cittadini con l’elmetto, che non hanno più bisogno di intermediari, non hanno più bisogno di politici che sono lì da trent’anni pagati con i nostri soldi. La professionalità e capacità del politico si fonda essenzialmente sull’onestà, i tecnocrati della politica sono gli stessi che l’hanno sciupata. Ciò che serve è invece una dose di purezza, di trasparenza allo stato puro e di disintermediazione tra stato e cittadini. La politica è molto semplice: si devono mettere le persone per bene nei posti in cui devono essere le persone per bene, niente di più, niente di meno.

Il post “L’epidemia dell’autismo”, pubblicato sul Blog di Grillo nel 7 aprile 2007, che correlava vaccini e autismo

Il post “L’epidemia dell’autismo”, pubblicato sul Blog di Grillo nel 7 aprile 2007, che correlava vaccini e autismo

Il grillismo sembra distante anni luce da quando la luce dei riflettori è puntata su Luigi Di Maio. Il neoleader campano, nonostante ribadirà a più riprese che il M5S non è un partito populista (contraddicendo le tesi di Grillo e Casaleggio), si avvarrà delle linee guida comunicative e ipnotiche tracciate da Grillo. La spettacolarizzazione del comizio, la teatralità e il lessico volutamente sempliciotto ne sono prove. Ben oltre l’ideologia, il Movimento è da cinque anni a questa parte circondato da un consolidato e grottesco fanatismo. La vendita del merchandising occupa le piazze italiane saltuariamente. T-shirt, adesivi, bandiere e bigiotteria pentastellata sono solo alcuni degli accessori identificativi del Movimento. Utilissima si è rivelata la capacità di sfruttare al massimo Facebook, pubblicizzando eventi, lanciando hashtag e permettendo di assistere a ogni movimento dei pentastellati praticamente in diretta, evidenziandone la trasparenza e purezza etica. Ricorrente è la scelta da parte dei suoi esponenti di parlare non solo nelle piazze principali delle città, ma anche nei mercati, per le viuzze e i quartieri malfamati che la classe dirigente sembra aver dimenticato.

Un concreto esempio della laboriosità e semplicità dei Cinque Stelle è ovviamente la mitologica traversata di Di Battista in sella alla sua moto ecologica, dal Nord al Sud, necessaria per far capire agli italiani perché votare No alla riforma costituzionale renziana. Vi è non poca curiosità nel chiedersi cosa rimarrà di questo Movimento una volta andato al potere. Le due tendenze principali del Movimento sono in primo luogo l’edificazione della già citata democrazia diretta, in secondo luogo la conservazione, sviscerabile, della sua caratteristica principale, ovvero della sua matrice distruzionistica, del suo produrre protesta e attacco mediatico verso l’esistente e il quotidiano. Come nella costruzione di un palazzo, nella mente pentastellata il processo di edificazione non può che non avvenire se prima non si distrugge il palazzo che cade a pezzi. L’interrogativo, enorme, che sprona a porre il fenomeno M5S è il seguente: per essere architetti basta essere demolitori? Può un partito populista sganciarsi, fare a meno del suo infinito procedimento dialettico negativo per non cadere preda di un’abissale e scettica impotenza?

Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio in sosta a Grottamare il 19 Agosto 2016

Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio in sosta a Grottamare il 19 Agosto 2016

Il referto finale non è dei migliori: l’Italia, e non solo, vive in un’era che sarà ricordata dai libri di storia come quella del populismo. Un periodo storico in cui chiunque faccia politica o è populista o adotta atteggiamenti populisti per combattere il populismo. Un punto d’arrivo forse inevitabile, probabilmente prevedibile vista la crisi dei partiti, la caduta (concettuale e pratica) della menzogna democratica e lo sviluppo del Web. La parola si è rilevata per l’ennesima volta l’arma in più del potente, il linguaggio populista, magicamente teatrale, esageratamente semplicistico, ipnotico verso le masse, diffamatorio verso l’élite e vittimistico verso il passato, danneggia gravemente il nostro criticismo, quello vero, non quello scettico, non quello nichilista, ma quello dialettico. Per ora, l’unica certezza che il populismo ci garantisce è quella di non garantirci certezze, di livellare speranze e illusioni allo stesso grado e di farci aspettare non si sa cosa in una sala d’attesa, invasa dal vociare e dal sudore.