Che cosa unisce un italiano del Lazio, uno svedese del Gotland, un russo del Kurgan ed un indiano del Punjab? apparentemente nulla, anzi vi sono più differenze che altro. Come gli immensi Georges Dumézil e Mircea Eliade ci hanno insegnato, però, molte sono le basi comuni su cui ci ritroviamo: una fra tutte la lingua, il protoindoeuropeo, padre della grande famiglia delle lingue tutt’oggi parlate in gran parte del continente euroasiatico. Queste ancestrali civiltà, note per la loro avanzata tecnologia bellica e per l’addestramento del cavallo come mezzo di spostamento, hanno permesso la fioritura di alcune delle opere letterarie di carattere iniziatico/mitologico più importanti al mondo: I Veda, raccolta di testi religiosi scritti in sanscrito dal popolo conquistatore degli Arii, i quali daranno poi vita al Brāhmanesimo prima e all’Hindūismo poi. L‘Avestā, il grande insieme di testi sacri in lingua iranica, perno della religione Mazdeista. I poemi epici quali l’Iliade e l’Odissea, scritti da Omero, il quale utilizzò un dialetto arcaico che attingeva grammaticalmente dall’indoeuropeo. Questi colossi della letteratura serbano, oltre alle tematiche mistiche ed epiche, un ennesimo e fondamentale aspetto comune: Essi sono stati tramandati per secoli in via orale per mezzo di cantori, nella cultura ellenica prima dai sacri aedi e poi dai dotti rapsodi e solo successivamente vennero riportate per iscritto.

Dove sono quindi gli eredi di questi antichi popoli? La letteratura e le testimonianze storiche li collocano e li originano in svariati luoghi dell’Eurasia. Nei circoli esoterici pregni di ariosofia e teosofia di fine Ottocento, si parlava dei superstiti della mitica Atlantide, i quali passando per le steppe della siberia fino ai deserti della mongolia, raggiunsero luoghi arcani ed impenetrabili quali Agarthi e Shambala, favolosi regni nelle profondità del sottosuolo. I discendenti degli Indoeuropei sono sì nascosti, ma non introvabili: I Kalash, i quali mantengono da millenni una religione sciamanica e politeista, sono rimasti fra le montagne del Pakistan, mantenendo così invariato il loro bagaglio genetico, di confermata derivazione caucasica, la loro lingua, un dialetto dardico di derivazione indoaria e dettagli simbolici e culturali tipici delle civiltà indoeuropee, quali la vicinanza con il cavallo e le pregiate e colorate fantasie degli abiti, le quali ricordano molto quelle degli Sciti, altro antico popolo indoeuropeo. Vicini dei Kalasha e a loro fisicamente simili sono i Nuristani, i quali si differenziano dai già citati per la provenienza, ovvero l’Afghanistan e per la religione, ovvero l’Islam, nonché per una più solida vicinanza con il popolo afghano.

Osservando immagini di queste etnie, notiamo subito il chiarore dei loro colori, la pelle simile a quella di un abitante del bacino mediterraneo; vi sono individui con capelli biondi o rossi ed occhi che variano dal blu cobalto al verde giada. Ciò ci conduce ai più vicini Curdi, i quali, anch’essi indoeuropei, hanno caratteristiche fisiche e sociali simili alle etnie già citate. Pensiamo a tutta quella moltitudine di tribù che passano dalla Georgia fino all’Iran con le stesse caratteristiche fisiche, fino alle comunità di Mongoli dai capelli biondi e ai Tocari, antichi abitanti delle oasi del Taklamakan in Cina. Immergendoci negli occhi di un indoeuropeo delle lande asiatiche non possiamo non ricordarci dei Libu, i libici dai capelli biondi e dalle barbe rosse, oppure i biondi Dori, conquistatori dei Micenei, adoratori del sole. Suggestivi esempi sono le comunanze di questi popoli con gli Dei descritti da Omero, prima fra tutte Atena dagli occhi glauchi, oppure il ventinovesimo dei trentadue segni maggiori di un Buddha, gli occhi azzurri, oggi ancora visibili nelle statue o sulle sommità degli Stupa. Riconoscendo le nostre comuni basi linguistiche e talvolta etniche, diventa doveroso e gratificante ritornare alla contemplazione di quegli occhi e di quei volti, così ieraticamente persi negli eoni del tempo, per non sentirci più soli.