Clemente Russo aveva strappato qualche titolo di giornale in occasione della sua performance olimpica sotto tono, approfittando della cattiva opinione di cui gode Vladimir Putin presso i media occidentali. Degli stessi media è perito qualche giorno fa. Guadagnatosi una convocazione per il Grande Fratello Vip, il buon Clemente ha pensato, sovrastimandosi, di fare uno scherzo idiota al povero Bosco Cobos, omosessuale spagnolo ignoto a chi scrive e altro concorrente del programma per cervelli deboli di Canale 5. Ripreso dalle telecamere, ha convinto il Bosco a farsi chiamare –friariell’–  spiegando poi, alle spalle dell’interessato come friariello possa voler dire, in realtà –ricchiuncell’-. Apriti cielo. Hashtag antiomofobia hanno cominciare a divenire virali su Twitter manco fossero raggi B alle porte di Tannhauser. I censori del Senso Comune avevano appena trovato un nuovo tamarro da crocifiggere.

Data per scontata la stupidità dello scherzo in sé, e per probabile quella del pugile, davvero questo è un caso di omofobia? E’ interessante chiederselo soprattutto se, girovagando la notte tra i canali televisivi, capiti di fermare il telecomando su di una qualunque commedia italiana che risalga ad almeno una generazione fa. Lo scherzo di Russo, che si presta a mille argomentazioni in favore di una lettura in chiave omofobica, non è dissimile dalla “filosofia” che sta dietro a “Il vizietto”, o a tante gag, più o meno riuscite, più o meno grottesche, più o meno intelligenti, che riguardano omosessuali ed eventuali stereotipi, presenti in decine e decine di più o meno riuscite, più o mento grottesche o intelligenti commedie del nostro cinema. E’ vero che la televisione-realtà avvicina ulteriormente le due esperienze, sfumando quello stacco interpretativo dato dalla consapevolezza della finzione. E’ tuttavia il sintomo di un mutamento radicale del senso comune. Nessuno, nessuno si sarebbe alzato in piedi, trent’anni fa, per marchiare del timbro dell’omofobia un cinepattone.

Come è avvenuto dunque questo cambiamento nel senso comune? Ci viene in soccorso Alexis de Tocqueville, pensatore politico liberale sui generis della prima metà dell’Ottocento. Destinato ad imperitura gloria dal successo del suo primo saggio, La Democrazia in America, il Tocqueville, aristocratico di antichissimo lignaggio che vive con nostalgia il trapasso della società dei nobili nella società del popolo, coglie tuttavia l’intima necessità di tale mutamento. Dalla Rivoluzione Francese non si torna indietro. Recatosi oltreoceano a studiare il caso americano, del quale dipingerà un affresco sostanzialmente positivo, Tocqueville ne mette in luce tuttavia un aspetto potenzialmente destruente per la libertà individuale appena conquistata. Lasciamo alla forza evocativa delle sue parole il compito di descriverlo: “lascio scorrere il mio sguardo su questa innumerevole folla composta di esseri simili, in cui nulla sorge e nulla affonda: lo spettacolo di questa universale uniformità mi rattrista e mi agghiaccia, e sono tentato di rimpiangere la società scomparsa”. Mediocrità e uniformità nutrono necessariamente il conformismo, capace di esercitare una forza superiore a quella della stessa legge. Da un lato quindi, quando la maggioranza delibera, prende un’opinione, tutti sono obbligati a conformarvisi dalla pressione sociale, dal peso del pregiudizio, stimmate che colpisce chiunque non si allinei, escludendolo automaticamente dal dibattito. Queste riflessioni valsero al Tocqueville la fama del profeta, per lo più in relazione all’avvento dei totalitarismi, ma non era a questi che si riferiva il sociologo. Era la democrazia stessa a prestare il fianco al conformismo morale di individui isolati e dissociati, indifferenti al destino della collettività, totalmente assorbiti nella cura dei propri affari e nella ricerca dei “piccoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo”. Dall’altro, e questo Tocqueville non poteva prevederlo, il meccanismo risulta enormemente potenziato nella sua portata dai media contemporanei.

Il rapporto tra realtà e media, tra società e sua rappresentazione, è infatti sempre duale. Si influenzano a vicenda, ricevendo l’una gli input dall’altra e allo stesso tempo la legittimazione di sé. E’ in questo modo che si forma quella voce inafferrabile che i sociologi cercano invano di definire, ma che occupa un posto di primo piano nella politica moderna: l’opinione pubblica. In cui continuo rincorrersi tra associazioni ed altre espressioni della società civile da una parte, e continue operazioni di agenda setting dall’altra, arriviamo così alla dittatura dell’ideologia liberal, che ha mutato appunto il senso comune nello spazio di una generazione. No, scherzare, per quanto con cattivo gusto, sull’omosessualità, non è più permesso.