Pier Paolo Pasolini alla precoce età di quattordici anni si dichiara ateo e rifiuta il cristianesimo. Figlio di un ufficiale bolognese e di una maestra del Carso, credente sino all’età adolescenziale, abbandona il credo, senza mai però trascurare e approfondire il suo rapporto con la fede, che rivaluterà nel corso della sua maturità intellettuale. Questo percorso interiore, che lo porterà ad abbandonare infine la concezione marxista della religione,lo accompagnerà in tutta la sua vita, dalla sfera privata a quella artistica, a quella polemica. Comunista di fatto non riesce a prendere per legge i principi del partito e analizza dall’interno ( dal suo interno) la vocazione religiosa e la spinta alla fede, intangibile e non concepibile in una visione storico-materialista di matrice marxista. Non ama la Chiesa ma ama Cristo, lo prende a modello: dedica al figlio di Dio nel 1964 il capolavoro cinematografico ” Il Vangelo Secondo Matteo”. La vita del messia, uomo semplice, austero, triste, solo, ostinato, rivoluzionario è raccontata con un formidabile laicismo poetico che si risolve in slanci epici che immediatamente colorano la pellicola di una latente religiosità: Cristo è il vero anti-borghese, che abbandona la sua classe e i suoi privilegi e si abbandona a una vita fondata sull’aiuto del prossimo, Dio e uomo tra gli uomini. Questo è un primo esempio di questo prezioso rapporto tra sacro e profano, presenza costante  nelle opere dell’artista emiliano. Si, artista. Infatti Pasolini le arti le attraversa, le fa sue, le confonde, le mischia: romanziere, poeta, regista, ma soprattutto grande appassionato di storia dell’arte, pittore lui stesso, allievo prediletto del docente universitario e critico Longhi, grazie al quale alimenterà la sua passione per l’arte visiva.

Ed ecco ancora che ritorna l’antitesi, il sacro ed il profano, facendo un uso, straordinario e geniale, delle conoscenze pittoriche. Il lungometraggio di fama ormai mondiale del 1962 è ” Mamma Roma”, storia di una prostituta (interpretata da una tragica e beffarda Anna Magnani) che fugge dalla  borgata romana e dai comandi del suo protettore intenta a cambiare vita per salvare il figlio Ettore dal degrado della strada. Il film è poetico e realista allo stesso tempo, è etereo e materiale, invita e allontana. Ed eccolo ancora il Pasolini religioso, credente in una sovrannaturalità nascosta nel misero, nel disarmato, nell’inconsapevole, nell’incosciente: Ettore sta morendo dimenticato da tutti in cella di isolamento per un furto mal riuscito; malato, invoca la madre, e nella madre scopriamo qualcun altro a cui domanda il perché di quel male, un altro che forse può saperne più di tutti. L’artista ricostruisce il Cristo Morto del Mantegna: “n’ poro Cristo” come direbbero a Roma, prospetticamente con i piedi verso noi che osserviamo, legato, crocifisso, agonizzante. E in chiusura lo sguardo  sconvolto ma sprezzante della Magnani, rivolto ai palazzi in costruzione della nuova Roma capitalista in cui sognava di abitare, rivolto alla cupola di San Giovanni Bosco, che ricorda San Pietro, ma che infine è solo un ammasso di cemento,come una speranza riposta e perduta.

Sacro e profano si intrecciano nuovamente nell’episodio pasoliniano ” La Ricotta”, nel film ” Ro.Go.Pa.G” in cui Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti si spartiscono i quattro episodi. Orson Welles impersona un regista che sta girando nella campagna romana un film sulla passione di Cristo. Stracci, un altro “poraccio” che fa da comparsa sul set nelle vesti del ladrone buono, affamato e disgraziato inventa e attua piani per procurarsi un misero pranzo per sfamare la sua famiglia e il suo stomaco. I costumi richiamano il sacro, croci di legno sono sdraiate sul prato; Stracci dona il cestino del pranzo, a lui destinato in quanto attore, alla famiglia, come se donasse l’eucarestia. E intanto l’atmosfera “sacra” è rotta da attori in costumi da santi che ballano un twist mentre il povero Stracci piange un cestino rubato ,indossando un costume da donna, maledicendo il cane della miliardaria per avergli mangiato il pranzo. L’odissea del miserabile non finisce: vende il cane ad un giornalista per mille lire e si procura una ricotta. Ma ancora la sua fame rimane insoddisfatta quando viene chiamato sul set: qui un’attrice in costume sacro viene costretta a fare uno strip-tease mentre Stracci non sa più per cosa leccarsi le labbra, se per la fame, per la sete o per il corpo della donna. Lo vediamo steso in terra su una croce, beffato dagli attori e abbandonato agli istinti più animaleschi, più primitivi. Ed ecco ancora il Pasolini amante dell’arte: ricostruisce la “Deposizione” del Pontormo, colorando la pellicola con toni accesi, immagine sacrale rotta da un’inconveniente musica da ballo. Religione e materialismo, fede e fame, Dio e uomo, sacro e profano insomma. Un’antitesi che culmina nella scena finale del medio metraggio: Stracci, uomo misero e dannato, dopo aver dato sfogo alla fame in una caverna “strafocando” pane e ricotta, ora è crocifisso, davanti ai flash dei fotografi e gli occhi della produzione. Ora è morto, in croce, vittima sacrificale del nuovo mondo borghese, il “ladrone buono” appunto, buono con gli altri e poco con sé stesso, paga il prezzo della vita perché morire era l’unico modo che aveva per fare la rivoluzione.

Pasolini è un attento studioso del rapporto che intercorre tra l’arte cristiana e la vita quotidiana, ne esamina le distanze e le affinità, nel cinema come in poesia. Ed è proprio in poesia che l’ intellettuale emiliano affronta il tema della carne e dello spirito durante la stagione poetica che va dal 1943 al 1948, precedente quindi al Pasolini regista, pubblicando così nel 1958 la raccolta intitolata “L’usignolo della Chiesa cattolica”. Raccolta per la quale lo scrittore afferma di “sentire una certa tenerezza, poiché rappresenta quel sé ventunenne e ancora vergine, che ritornato a Casarsa dopo molto tempo, si era lasciato suggestionare da una specie di cristianesimo paesano, non senza trovare però nel suo Eros esasperato dolci ed inequivocabili fonti d’eresia. Ma le situazioni non si risolvono, si consumano…”. 

“Povero uccelletto, dall’albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udirti fischiettare come un fanciullino!”: l’usignolo fa cantare il cielo facendo alzare lo sguardo all’infinito, al cielo di Dio; ma l’usignolo fischietta come farebbe un ragazzino, declassando il motivo sacro in una sfera tutta umana. Il disagio che l’autore prova ,contrastato tra innocenza e peccato, sacro e profano, va infittendosi nelle liriche più tarde della raccolta: Pasolini scopre il corpo. Lo slancio erotico si alterna ad una consapevolezza a cui l’autore si anela, a cui si aggrappa come una speranza, innalzando una preghiera-supplica all ‘immoto Dio di manifestarsi :

“O immoto Dio che odio / fa che emani ancora / vita dalla mia vita / non m’importa più il modo”. 

“L’usignolo della Chiesa cattolica” è il libro del Pasolini in cerca di una folgorazione, di una verità che il dissidio tra carne e cielo apre e occulta allo stesso tempo. L’autore torna a Casarsa, terra friulana in cui ha vissuto la prima giovinezza; ed è come tornare ad una realtà altra, primordiale, lontano dalle logiche irrequiete del capitalismo, una terra contadina, che riaccende gli istinti da tempo sopiti nelle grandi città: Pasolini osserva i ragazzi ” umili e violenti” ma si sente ormai lontano dalla loro autenticità, persa ormai una vera naturalità nel nuovo mondo ( “Ma l’odiata purezza / e i peccati sognati / erano il fresco sguardo / dei miei occhi bruciati”).

Mai come in quest’opera l’artista affronta impegnando tutto sé stesso il dissidio tra sacro e profano, alternando slanci passionali e talvolta anche blasfemi a ragionate deduzioni e analisi simboliche, come quella del Cristo crocifisso.

Mistico, polemico, rivoluzionario, veggente, eretico, profeta, Pier Paolo Pasolini è stato un uomo profondamente toccato dall’impossibilità di trovare un dialogo col divino, con una dimensione altra che schiarisse al poeta il senso dell’esistenza; ma soprattutto la tenacia e l’ostinazione quasi esistenziale con cui ha affrontato la questione della fede nella vita umana è il più grande esempio della profondità di pensiero e di sentimento extraterreno e umano che l’autore bolognese aveva, rifiutando il bigottismo cristiano dell’uomo medio e in sprezzo al costume democristiano di una religiosità di convenienza.