Immensi casermoni, loghi multinazionali tanto sfavillanti quanto deprimenti, manifesti pubblicitari onnipresenti, mezzi pubblici antiquati e poco efficienti, spazi pubblici degradati: chi non ha mai riscontrato questi fenomeni in una città del nuovo millennio? Probabilmente nessuno, ma pochi si sono interrogati veramente sulle ripercussioni che questi fatti possono avere sulla propria vita. Del resto, a cosa serve pensare all’integrità della Natura e della città, in un mondo dove ci sono sempre più soggetti isolati? Perché faticare tanto per migliorare la condizione della polis, nelle sue molteplici sfaccettature, quando si può avere tutto e anche più nella propria casa? Infine, può essere la bruttezza un problema, in una realtà dove il brutto viene spiattellato ovunque? James Hillman, filosofo e psicanalista junghiano, ha risposto a queste domande, in maniera differente rispetto a quanto farebbero e fanno molte altre personalità pubbliche odierne, in una serie di articoli, riuniti in un unico libro, Politica della bellezza, che, in questo breve scritto, si vuole utilizzare come base per proporre una differente idea di politica, non derivabile direttamente da deterministiche logiche economiche.

Una delle tesi principali di Hillman è che la bellezza, lungi dall’essere un’idea priva di spessore intellettuale, ovvero un ornamento con cui mascherare qualcosa di profondamente brutto, sia un principio da mettere in pratica, nella vita di tutti i giorni. Questo non significa comprare il nuovo modello di i-phone, il nuovo vestito di marca o la macchina più costosa in circolazione: gli oggetti che la società dei consumi fabbrica incessantemente, non sono altro che delle illusioni, per giustificare la bruttezza insita nell’ordine sociale, derivata anche dall’incapacità di riutilizzare l’immensa mole di rifiuti che vengono quotidianamente prodotti. Al contrario, la bellezza va ricercata (non solamente, sia chiaro) fuori da se stessi, visto che l’uomo è un essere relazionale e dialogico. In questo senso, la propria identità non si costituisce chiudendosi a riccio, ma aprendosi al mondo, inteso sia comunitariamente (Hillman parla di “interiorizzazione della comunità”), sia naturalmente (alla riscoperta di quello che gli eco-psicologi chiamano “Sé ecologico”). Il senso del bello è ciò che deve facilitare questo processo, dinamico e mai definitivo, continua l’autore:

« L’inconscio è sempre dove non si guarda. Oggi siamo inconsci della bellezza. Siamo anestetici, anestetizzati, psichicamente ottusi. Per di più, c’è un impero enorme, brutto e perverso, sempre all’opera, giorno e notte, per mantenerci in questa situazione. Il divertimento e la televisione cariche in modo maniacale, iper, rumorosi e violenti; le notizie dei mezzi di comunicazione; le bevande, lo zucchero, il caffè; sostanze che potenziano e che stimolano; e poi comprare, comprare, comprare; l’industria della salute che sviluppa i muscoli, non la sensibilità; l’industria medica ridotta a un distributore di droghe: pillole per dormire, stimolanti, sedativi, bambini impasticcati. Ma nel nostro ottundimento psichico non siamo nemmeno mummie o zombi, perché non siamo stati nel mondo infero, nella terra dei morti. Siamo semplicemente nella caverna di Platone, drogati, bloccati, ottusi. Il mio appello, allora, non è tanto quello classico: “svegliati e guarda”. Ma piuttosto: “senti”».

Di fatto, oggi l’umanità è inconscia (per quanto non ignara) dell’importanza che la bellezza riveste nella propria vita e per questo è indifferente all’industria del brutto, anzi la finanzia continuamente. Inoltre, non è pienamente consapevole delle interconnessioni tra lei, intesa come specie, e le diverse forme di vita. Quando questa trama di relazioni si manifesta, però, si rischia di cadere nell’eccesso opposto, ovvero quello della mitizzazione della vita naturale, sulla scia di quanto fatto da Jean-Jacques Rousseau. Hillman mette in guardia da questo rischio, non perché non riconosca l’estrema importanza che il Pianeta riveste per l’umanità (tutt’altro), ma al fine di non trasformare l’amore per la Natura in odio per la città: «Ecco, questa visione anti-città io non l’accetto assolutamente, e voglio mettere in guardia dal rischi di lasciarsi allettare dal fascino sentimentale che esercita […] Un’ecologia che recuperi l’anima non ha luogo soltanto nella Sierra Nevada, lontano da tutto: noi recuperiamo l’anima quando recuperiamo la città nei nostri singoli cuori; il coraggio, l’immaginazione, e l’amore che portiamo alla civiltà».

In questo senso, la bellezza e la sfera estetica in generale entrano a far parte necessariamente della vita politica, del benessere psicologico e delle relazioni ecologiche, proprie di ogni singolo individuo. Il senso del bello può e deve essere rigenerato dall’umanità, tanto nella città, quanto lontano da essa, tanto attraverso accanite rivendicazioni politiche (magari per difendere uno spazio pubblico), quanto mediante semplici gesti quotidiani, coinvolgendo tanto il logos, quanto il pathos, che non lo rende mai totalmente afferrabile all’umana comprensione. Proprio per questo, definire precisamente cosa sia la bellezza resta un mistero, conclude Hillman: «Se la vita in sé è biologicamente estetica e se il cosmo in sé è primariamente un evento estetico, allora la bellezza non è semplicemente un accessorio culturale, una categoria filosofica, una provincia delle arti o anche una prerogativa dello spirito umano. È sempre rimasta indefinibile perché porta una testimonianza sensibile di ciò che al di là dell’umana comprensione è fondamentale».