Nessuno si sentirebbe oggi di negare che esista un’intima connessione fra amore e sofferenza. Ma da dove deriva questa concezione?  E’ stato il cristianesimo, come si sente spesso dire, a imprigionare il matrimonio in un labirinto di norme morali che collidono con il nostro essere? Oppure la crisi di quest’istituto deriva dall’inquinamento da parte di una concezione mistica, molto più antica, dell’amore?

La nascita della concezione occidentale dell’amore è comunemente individuata nella trasposizione romanzesca della storia di Tristano e Isotta, il mito europeo dell’adulterio per eccellenza. La sua importanza non dipende tanto dal valore letterario, quanto dall’essere la codificazione dei rapporti tra uomo e donna dell’élite medioevale del dodicesimo secolo. Una panoramica, dunque, dei costumi della società cortese e della cavalleria. E’ risaputo che il matrimonio fra gli appartenenti alla nobiltà feudale fosse sempre più assurto alla funzione di ampliamento patrimoniale. Un investimento che, qualora si fosse rivelato non remunerativo, terminava con il ripudio della moglie (con metodi alquanto singolari: bastava provare una parentela anche di quarto grado per avvalersi dell’incesto come causa di annullamento).

Tristano e Isotta

Tristano e Isotta

In un primo momento, quindi, anche la Chiesa ha avuto interesse a inscrivere questa passione, sintomo dell’insofferenza a un matrimonio di puro interesse, all’interno delle regole cavalleresche e dell’amore cortese, per conferirgli una via di fuga simbolica ed evitare l’adulterio. Tuttavia, al decadimento del codice di comportamento cavalleresco, essa è dilagata nella vita quotidiana, perdendo l’elemento sacro e volgarizzandosi. Bastano le frizioni coniugali delle élites bassomedievali per spiegare la nascita di una concezione dell’amore che sopravvive tuttora? Essa sarebbe dovuta svanire insieme ai costumi cavallereschi. La tesi non regge e la sua origine deve essere necessariamente più antica.

Un’ipotesi interessante è avanzata dal filosofo svizzero Denis de Rougemont: la poesia provenzale risentirebbe fortemente dell’influenza dell’eresia cristiana catara.

I Catari affondavano le loro radici nelle correnti gnostiche del primo millennio dopo Cristo, a loro volta ispirate dall’antico manicheismo dualista dell’Iran. La dottrina catara conosce il suo momento di maggior sviluppo contemporaneamente all’affermarsi della poesia cortese linguadocana nel sud della Francia. La concezione dualista catara individuava in ogni tipo di materialità l’opera dell’Angelo ribelle, anche Demiurgo, Lucifero o Satana. Quest’ultimo avrebbe tentato le anime attirandole verso il basso dove “avrebbero potuto fare il male e il bene, piuttosto che in alto dove Dio non avrebbe permesso loro che il bene. Per meglio sedurre le anime, Lucifero ha mostrato loro una donna di sfolgorante bellezza, che le ha infiammate di desiderio”.

Troviamo riscontro di questo nelle storie di Ser Bors e Ser Percival, due cavalieri a cui fu concesso di trovare il Santo Graal; nel corso della loro ricerca incontreranno la prova più ardua venendo tentati direttamente da Satana, che si presenterà loro sotto le sembianze di una dama dalla bellezza sconvolgente. In quest’ottica, l’amore si rivela come ascesi, come ritorno all’Uno, dal quale siamo stati strappati con l’inganno per vivere tormentati nel particolarismo della materialità. L’amore-passione (chiamato anche Eros) vive di ostacoli fra gli amanti, sapientemente presentati senza motivo apparente nella sua trasposizione letteraria. “Senza il marito, darei all’amore di Tristano e Isotta non più di tre anni” afferma laconicamente de Rougemont. Esso è dolore, distruzione e porta necessariamente alla morte, che è l’ostacolo ultimo e il mezzo per il ricongiungimento con l’unità perduta all’inizio del tempo.

Perceval e il Graal

Perceval e il Graal

Altro esempio classico è l’amore struggente e passionale fra Ginevra e Lancillotto. Non è un caso, infatti, che Paolo e Francesca cedettero alla passione mentre un giorno leggevano “per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse;” è lo stesso Dante, nel momento in cui il dolce stil novo risente più fortemente dell’influenza della poesia cortese linguadocana, a mettere in guardia dall’amore-passione: “Amor condusse noi ad una morte”. Amore e morte. E’ palese che una grandissima parte della nostra letteratura, del teatro, del cinema e della musica sia permeata da quest’idea. Da Romeo e Giulietta, al Grande Gatsby, guerra, casate rivali, differenze di ceto si contrappongono fra gli amanti fino a condurli inesorabilmente alla morte. Eliminati gli ostacoli, la passione svanisce e l’amore cessa di esistere. L’amore-passione è dunque il fine ultimo dell’amore stesso, rivelando la sua connotazione prepotentemente narcisistica.

Che il termine “passione” derivi dal latino “passio”, letteralmente sofferenza, e sia usato per descrivere il dolore che accompagna Gesù Cristo fino alla croce, avrebbe dovuto ampiamente avvertirci sulla natura di quello che andiamo cercando.

Tuttavia, passione oggigiorno non è più “ciò che soffre, ma ciò che è appassionante”. Se l’amore-passione si è affacciato per la prima volta nella storia come tragedia, nella società liquido-moderna si ripresenta ironicamente come farsa. Scriveva Bauman:

“Non sono le persone che raggiungono gli alti standard dell’amore a essere aumentate: sono gli standard a essersi abbassati; di conseguenza, l’orizzonte delle esperienze cui si attribuisce la parola “amore” si è espanso a dismisura. Le avventure di una notte vengono classificate col nome in codice «fare l’amore»”.

Accanto a questo impoverimento qualitativo si è diffusa una concezione dell’amore come un sapere cumulativo: più esperienze farai, più sarai preparato, e la prossima volta sarà ancora meglio, in un climax crescente di relazioni sempre più appassionanti. Una catena di montaggio degli avvenimenti amorosi: produci, consuma, ripeti. Il risultato è evidentemente opposto, e produce un esercito d’individui caratterizzati da quella che Bauman definiva “l’addestrata incapacità ad amare” del Don Giovanni Kierkegaardiano.

Le relazioni non possono seguire che le regole del mercato azionario: investiamo tempo, energie, denaro e fatiche in un’altra persona sperando di guadagnare in stabilità, supporto, amore. Salvo poi trovarci ironicamente ad affrontare, se non rinvigorite, quantomeno le stesse insicurezze causate dalla solitudine. Se la relazione è un investimento, oscilla pericolosamente e repentinamente; l’investitore è portato a ricercare le condizioni iniziali più vantaggiose, o quantomeno quelle per potersi ritirare al momento opportuno senza grossi danni. Ecco all’opera la grande menzogna del nostro tempo: che di tutto si possa fare una scienza. E la funzione più importante della scienza è produrre previsioni.  Scriveva a proposito de Rougemont:

“Colta l’assurda pretesa di avanzare previsioni, si tenterà di dominare irrazionalmente un fenomeno di natura incontrollabile”.

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“Ogni amore è sempre venato di un impulso antropofagico” scriveva Bauman riprendendo Fromm. L’incapacità di accettare l’alterità porta i due innamorati a volersi fare “una cosa sola”, a inglobare l’altro per colmare l’insopportabile incertezza e divisione. Lo stesso ritorno all’Uno di cui si parlava pocanzi. Altro aspetto non secondario, ampiamente accettato come assioma delle dinamiche relazionali, è il fenomeno del colpo di fulmine. L’amore cala dall’alto ed è un destino con le stesse caratteristiche del disastro naturale. Tristano e Isotta non si amano, se non per il filtro magico che hanno bevuto per errore. L’amore come Fato non è che l’altra faccia dell’etica dell’irresponsabilità, sulla cui scorta si è sostituito alla logica del perdono quella della scusa”.

Chiediamo all’altro sempre meno il perdono e sempre più scusa. O meglio, una scusa. Se il primo presuppone colpa e pentimento, la seconda deriva dal latino excusare ovvero “allontanare da qualcuno la causa di qualcosa”. Che colpa hanno i due amanti, se una forza misteriosa, coercitiva e incontrastabile li sovrasta? A questo risponde il filosofo svizzero:

“Essere innamorati non significa necessariamente amare. Essere innamorati è uno stato; amare è un atto. Si subisce uno stato, ma si decide un atto”.

Non è quindi la morale cristiana ad aver messo in crisi l’istituzione del matrimonio, quanto l’inquinamento da parte di un’antica concezione mistica orientale, di un impulso di morte come mezzo di liberazione dalla nostra miserevole finitezza. Amore cristiano (Agapé) e amore-passione si guardano l’un l’altro da lontano. Si costati quindi un paradosso difficilmente confutabile: la pretesa di fondare il matrimonio partendo da una concezione dell’amore completamente incompatibile con esso. Un’etica della passione che nega la convivenza, che alla quotidianità contrappone l’avventura e il romanzesco, alla fedeltà, l’adulterio. Da queste premesse, si salterà frettolosamente alla stesura del necrologio del matrimonio stesso. Non è difficile assistervi oggi.

Non si vuole qui certo fare un’apologia del matrimonio come panacea, né come unica scelta di vita valida: sarebbe intellettualmente scorretto e insostenibile. Le sue ragioni d’essere e le sue funzioni tuttavia permangono nella società liquido-moderna: chi lo intraprende come scelta di vita dovrà cambiare la propria visione dell’amore come Eros o patire inevitabilmente delle sofferenze di cui questo si accompagna. Sul matrimonio e sull’amore come decisioni, scriveva de Rougemont:

“Affermo che la garanzia di un’unione in apparenza ragionevole non è mai nella sua apparenza. E’ nell’accadimento irrazionale d’una decisione presa a dispetto di tutto, e che fonda un’esistenza nuova, iniziando un nuovo rischio. Scegliere una donna per farne la propria sposa, non è dire alla signorina Tal Dei Tali: « Lei è l’ideale dei miei sogni.. ». Sarebbe una menzogna, e sulla menzogna non si può fondare nulla. Non c’è nessuno al mondo che mi possa colmare: io stesso, non appena colmato, muterei. Scegliere una donna per farne la propria sposa è dire alla signorina: « Ho scelto lei per dividere la mia vita, ed ecco la sola prova che l’amo». E vi assicuro che chi risponderà: « Tutto qui! » come diranno molti giovani che, in virtù del mito, si aspettano non so quali divini trasporti, darà prova di aver conosciuto ben poca solitudine e ben poca angoscia. Solo una decisione di questo tipo, irrazionale ma non sentimentale, sobria ma priva di qualunque cinismo, può servire da punto di partenza.”

Scriveva poi sulla fedeltà:

“Si falsa l’etica del matrimonio facendo della promessa di fedeltà un problema, laddove il problema non dovrebbe essere posto che a partire da questa promessa. [..] La promessa di matrimonio è il tipo di atto serio per eccellenza e lo è appunto solo in funzione di questa prerogativa di essere stata fatta una volta per tutte. Solo l’irrevocabile è serio. Ogni vita, anche la più diseredata, contiene la sua chance immediata di grandezza, ed è appunto nella fedeltà assurda che potrà vedersi realizzata. Quando vi sarebbero tutte le ragioni del mondo per dire di si a questa travolgente passione, dire di no in virtù dell’assurdo, in virtù di un’antica promessa, di un’umana irragionevolezza, d’una ragione di fede, d’una promessa fatta a Dio, quasi una scommessa con Dio (e forse più tardi, troppo tardi, l’uomo scopre che la follia del sacrificio accettato era la più grande saggezza; che la felicità a cui ha rinunciato gli è resa, come Isacco fu reso ad Abramo. [..] La fedeltà degli sposi è l’accettazione della creatura, la volontà di accettare l’altro così com’è, nella sua intima singolarità”.

Infine:

“E’ stato Eros, l’amore-passione, a diffondere nel nostro mondo occidentale il veleno dell’ascesi idealista, tutto quello che Nietzsche rimprovera ingiustamente al cristianesimo. E’ stato Eros, non Agapé, a glorificare il nostro istinto di morte, e a volerlo idealizzare. Ma Agapé si vendica di Eros salvandolo, perché non è capace di distruggere e nemmeno vuole distruggere chi distrugge”.