Quasi 30 anni fa, nel 1987, usciva il rapporto della commissione Brundtland dal titolo “Our common future”. Si dava per la prima volta una definizione di sostenibilità come “sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.
Negli anni a seguire eminenti studiosi di diritto ambientale, filosofi, economisti “verdi” e professionisti di vari settori si sono impegnati per ampliare la definizione giungendo ad un includere la natura come soggetto portatore di esigenze proprie, esigenze che vanno tutelate, e hanno sottolineato l’urgenza di una programmazione ultra-decennale per invertire la rotta catastrofica che abbiamo imboccato verso la metà del secolo scorso.

Puntare sull’ambiente, puntare sui giovani, puntare sul futuro. Mai messaggio fu più ignorato.
Le tristi cronache del possibile collasso dell’Unione Europea di questi giorni, con la Grecia stremata e costretta ad ulteriori sacrifici in nome di parametri tecnici che nessun organo elettivo ha stabilito, forniscono un’ulteriore conferma alla totale assenza di buonsenso e lungimiranza delle élites dirigenziali globali. Stati nazionali che, in preda a istinti anacronistici, cercano di sabotarsi a vicenda nell’Era dell’Interconnessione, era che richiederebbe meccanismi decisionali a livello mondiale; burocrati e finanzieri ottuagenari disposti a sacrificare milioni di ragazzi che si affacciano al mondo pur di non essere spodestati dai loro scranni dorati; conflitti per l’attribuzione delle risorse naturali destinati ad acuirsi. L’unico interesse dei governanti è arrivare indenni alla prossima tornata elettorale.

L’unica voce che si leva a denunciare le storture dell’assetto globale per indicare una strada nuova è quella di un anziano in veste bianca, il capo religioso di una istituzione millenaria, da sempre roccaforte del conservatorismo. Nonostante la veneranda età, è in grado di smuovere folle oceaniche, e i suoi messaggi di radicale rottura e di speranza stimolano le nuove generazioni in un modo che nessun leader politico riesce oggi a immaginare.
Con l’enciclica Laudato sii si è spinto su terreni mai battuti dalle classi dirigenti globali: 192 pagine, sei capitoli, 246 paragrafi e due preghiere, per chiedere “che tipo di mondo vogliamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo”.

La tutela dell’ambiente, la preoccupazione per il futuro, la cura per i posteri. Questi i temi che dovrebbero appartenere all’agenda politica di qualunque leader e che, invece, vengono costantemente oscurati dall’abominevole logica della crescita esponenziale dell’economia.
Nel documento papale si affrontano tutti i problemi connessi allo sviluppo elefantiaco dell’industria e della finanza globalizzate: si denuncia la mancanza di reazione di fronte ai mutamenti climatici che mettono in pericolo la nostra sopravvivenza sul pianeta; si insiste sulla necessità di garantire l’accesso gratuito all’acqua potabile a tutti; si sottolinea il dramma della perdita della biodiversità, dramma che indebolisce il corredo genetico complessivo di Madre Natura rendendo la prosecuzione della vita più fragile; si punta il dito contro lo stile di vita consumistico che isola e distrugge le popolazioni del Sud del mondo.
Al di là delle implicazioni teologiche, emerge con forza l’urgenza di un passaggio ad una prospettiva ecocentrica. L’essere umano ha il compito di custodire e coltivare il giardino del mondo in quanto ospite privilegiato. Non può assumere il ruolo di dominatore incontrastato sfruttando indiscriminatamente le altre specie come le risorse naturali.
Nel capitolo conclusivo dell’enciclica si offre una soluzione concreta per la risoluzione della crisi socio-ambientale.  Serve una governance mondiale: “abbiamo bisogno di un accordo sui regimi di governance per tutta la gamma dei cosiddetti beni comuni globali”, visto che “la protezione ambientale non può essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici. L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere o di promuovere adeguatamente”.
Non ci salverà il mercato e non ci salveranno le orecchie da mercante dei nostri politici. Il paradosso è che bisogna guardare ad una istituzione vecchia di duemila anni per cambiare davvero.